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Il remote working nel sociale

di Chiara Biraghi*, Ombretta Okely**, Anna Tonia Gabrieli***

 

Abbiamo scritto questo articolo partendo dalla nostra esigenza di raccontare, almeno in parte, quello che sta accadendo nel mondo dei servizi, non solo sociali, durante questa fase di emergenza dovuta al Covid-19.

Il virus ha colto tutti impreparati, dagli operatori ai cittadini, e il trovarsi in nuove e complesse situazioni ha richiesto uno sforzo sia di metodo sia relazionale agli operatori, mentre ai cittadini ha imposto il dover chiedere a dei servizi, spesso sconosciuti.

Ci siamo incontrate a distanza e raccontandoci è nata l’idea di scrivere per condividere esperienze e vissuti e per lasciare traccia di una trasformazione e di un nuovo tempo, che potrebbe insegnare tanto dal punto di vista professionale.

Lo scritto è strutturato sulla base di come è immaginata e creata una sinfonia che ha l’obiettivo di raggiungere un’armonia complessiva. A partire dalla musica sappiamo che un preludio è fatto dalle prime note che gradualmente aiutano il fluire della sinfonia e facilitano la composizione attraverso altre parti che noi, e la musica, chiamiamo “movimenti”. I movimenti di Chiara Biraghi e Anna Tonia Gabrieli, assistenti sociali impegnate sul campo dei servizi comunali, sono a due voci e narrano le esperienze dei primi due mesi dell’emergenza Coronavirus che poi sono intersecati dalla terza voce, Ombretta Okely, esperta di servizio sociale, per riflessioni sul metodo di lavoro.

Vi anticipiamo il preludio…

Tra febbraio e marzo, prima in Italia e poi nel mondo, è avvenuta una trasformazione individuale, familiare e collettiva della vita, così come era conosciuta e praticata da noi tutti. L’incontro con un virus invisibile agli occhi, ma non al corpo, ha costretto a riconoscere, comprendere, accettare, anche se a fatica, limiti e distanziamenti, poi diventati isolamenti sociali. Nei fatti un evento inedito e imprevedibile ha generato, a cascata, comportamenti diversi dai conosciuti e ha fatto scoprire la necessità di individuare nuovi modi di vivere sia nello spazio, sia nelle modalità lavorative ad interagire, con il corpo più lontano, ma con il bisogno di condivisione ancora più accentuato, proprio perché vietato.

Le professioni si sono dovute confrontare con l’idea e la pratica del lavoro in fase di coronavirus, così come le diverse organizzazioni lavorative, ognuna impegnata a suo modo, e in base alla sua storia e specificità, alle sue caratteristiche, ha dovuto individuare gli spazi possibili di un lavoro a distanza, ragionando su quanto, come, dove, ma anche chi e con che strumenti operativi.

Per gli assistenti sociali, con un lavoro basato su vicinanza e fiducia, su incontri ravvicinati e continuativi, è stato necessario, individualmente e poi come gruppo di lavoro e come organizzazione, individuare e scoprire interventi inusuali per fare il proprio lavoro e insieme proteggersi e proteggere.

In questo scenario, la scoperta del lavoro a distanza, o smart working, o lavoro da casa, tendenza non nuova per altri lavori o paesi, è diventata una dimensione necessaria e forse sarà, nel tempo, un’esperienza duratura almeno per alcune funzioni e tipologie di lavoro.

Riunioni ed èquipe via Skype e Teams, incontri tramite cellulari e videochiamate sono esperienze nuovissime per molti assistenti sociali, collocati da ora in smart working, a cui, spesso, manca o è mancato l’ABC informatico, la consuetudine ad abitare lo spazio del web e a conoscerne risorse e limiti. Il “qui e ora” dettato dal fenomeno sociale del distanziamento necessario per effetto del coronavirus ha obbligato a rivisitare lo spazio professionale e soprattutto a ripensare lo spazio di incontri comunque da garantire e rendere possibili ma in modo flessibile o agile secondo le diverse situazioni. I colleghi e i responsabili, la rete con cui si lavora, le persone del territorio, da un lato, le persone e le vicende “vecchie” e nuove da incontrare o continuare ad incontrare: il web, la rete informatica, gli smartphone o i tablet, hanno permesso di creare nuovi tipi di vicinanza, o, forse, di abitare e pensare in modo nuovo alla distanza fisica ma non relazionale. Di fatto ci si è trovati ad inventare, e in fretta, un nuovo modo di lavorare, di ascoltare e dire, di esserci.

… e la “coda” della sinfonia

Quale sfida per la professione?

Non c’è spazio per l’improvvisazione ed è necessaria una riflessione sulla professione e sui fondamenti tecnici ed etici, come sulle diversità di spazio e tempo che stiamo scoprendo oggi.

Le sfide che il Coronavirus ha lanciato alla professione e agli assistenti sociali non sono poche. Una di queste è quella di ricordarsi di tutti, perché i Servizi Sociali sono un diritto per tutti, senza distinzioni. Essere professionisti capaci di arrivare anche a chi non avrebbe mai varcato la soglia di un servizio sociale è una skill che dobbiamo esercitare. Essere in grado di connettere non solo i nostri dispositivi elettronici per il remote working, ma anche collegare i bisogni di ciascuno con le risorse già presenti e qualora non ve ne siano, provare a cercarle, a inventarle.

La professione si trova e si troverà ad affrontare un importante e significativo periodo di adattamento e trasformazione, implementato rapidamente, ma che dovrà essere ripensato e strutturato.

Non possiamo pensare che l’obbligo lavorativo di remote working, derivato dall’emergenza sanitaria, che ci ha insegnato l’utilizzo del web nelle relazioni professionali, possa cadere nel tempo in una sorta di limbo metodologico da tirare fuori all’occorrenza. La professione ha bisogno di maturare consapevolmente le opportunità che il lavoro a distanza ci offre anche in situazioni “normali” e non emergenziali.

Essere una professione smart significa essere una professione in grado di affrontare gli eventi nuovi, di leggerli e viverli per quello che sono, offrendo al contempo chiavi di lettura e accompagnamento alle persone che si rivolgono ai servizi. Il virus ci ha insegnato che, oggi, tutti stiamo vivendo la medesima situazione, nessuno escluso. Il virus non è altro da noi, non è distante, ma è così vicino che potrebbe arrivare a toccare tutti, ed ecco che comprendere questo aspetto e trarne insegnamento, vedere una nuova modalità di approccio alle persone e al modo di affrontare i problemi potrà sicuramente tracciare un nuovo cammino per il dopo, per quando dovremo iniziare come tutti un secondo tempo di avvio alla normalità.

 

* Assistente sociale di territorio, Consigliere dell’Ordine degli Assistenti Sociali del Piemonte, Vice Presidente ASit – Servizio Sociale su Internet. Scrive sul blog “Pensieri sociali di Chiara Biraghi”

** Formatrice ed esperta di metodo di servizio sociale. Consigliere ASit- Servizio Sociale su Internet.

*** Anna Tonia Gabrieli: Assistente Sociale e redattore web presso una città metropolitana lombarda, Consigliere ASit- Servizio Sociale su Internet

 

Ndr: Un approfondimento di questa esperienza verrà pubblicato su uno dei prossimi numeri di Prospettive Sociali e Sanitarie

Disuguaglianza di genere: per la parità tra uomini e donne la strada è ancora lunga

Disparità nel lavoro e violenza domestica ai tempi dell’emergenza da Covid – 19

di Speranza Antoniello*

 

La disuguaglianza sociale a sfavore delle donne è un fenomeno che attraversa la storia e le culture. Nei paesi sviluppati, inclusa l’Italia, le disuguaglianze tra uomini e donne si sono indubbiamente ridotte nel corso della seconda metà del Novecento, benché più sul piano delle norme che su quello delle pratiche sociali e del senso comune. Tuttavia, nonostante miglioramenti incontestabili, anche all’interno dell’Occidente democratico e sviluppato, l’uguaglianza di fatto tra donne e uomini è lungi dall’essere acquisita. Allo stesso tempo le differenze tra paesi sono notevolissime per intensità della disuguaglianza e per tipo dei settori in cui essa emerge più nettamente. Continua a leggere

Vorrei mettermi a vendere la speranza…

Un battesimo professionale ai tempi del Coronavirus

di Alberto Vallarin*

Scrivere significa riflettere, vuol dire svolgere un esercizio di retroazione (feedback) verso ciò che è stato, una sorta di scambio comunicativo interiore (Simeone 2002).

Ed oggi, nell’odierno caos che esaspera il nostro vivere nella postmoderna società dell’incertezza (Bauman 1999), riflettere diventa fondamentale perché ci consente di fermarci, ossigenare il nostro cervello e ricaricare le batterie psicologiche che ci permettono ancora di stare e muoverci nel mondo come animali sociali imprigionati però nella gabbia di una “quotidianità confinata” all’ambito domestico che ci è richiesta dal “distanziamento sociale forzato” (D’Ambrosio 2020, 1) imposto dagli attuali vincoli normativi emergenziali. Riflettere è sì fondamentale per tutti ma ancor più lo è per chi fa della pratica riflessiva un connotato essenziale e discriminante della propria esperienza professionale: insomma, per gli Assistenti sociali. Per questi ultimi infatti praticare la riflessività significa evitare “risposte standardizzate e routinarie alle situazioni” che ci si trova ad affrontare, significa “fare i conti con la complessità, la mutevolezza e l’incertezza proprie del lavoro con le persone” (Thompson 2006, 301). Continua a leggere

Operatori della tutela minori: nuove sfide e nuovi bisogni formativi

di Paolo Tartaglione*

Il prezioso mondo di operatori  dei servizi pubblici e privati, che prende il nome di Tutela Minori, avverte in questi anni un profondo bisogno di rinnovamento. Principalmente la frustrazione degli operatori viene diretta su questioni di ordine economico, che nella percezione diffusa starebbero erodendo il terreno su cui poggia il sistema di protezione di bambini e adolescenti, riducendo gli strumenti a disposizione e moltiplicando gli adempimenti e il numero di casi di cui occuparsi.

Questa percezione ha una grossa base di verità, ma non è sufficiente a spiegare la sensazione di abbandono da cui sono pervasi molti operatori, e soprattutto ha il limite di non essere risolvibile da chi lavora nella Tutela, se non in maniera indiretta, essendo prevalentemente frutto di scelte di natura politica e amministrativa.

Pertanto, in affiancamento, e non in alternativa a una riflessione politica sulla necessità che la società decida di investire maggiori risorse su bambini, adolescenti e famiglie in difficoltà, pensiamo utile proporre ai colleghi che operano nella tutela dei minorenni qualche considerazione autoriflessiva. Continua a leggere