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Emersioni vitali

di Patrizia Taccani*

 

“Navigare tra arcipelaghi”

Gabriel García Márquez scriveva: «La vita non è quella vissuta, ma quella che si ricorda e come la si ricorda per raccontarla». Questo convincimento (un paradosso solo apparente), conduce per mano il lettore del volume di Luciana Quaia “L’autobiografia nei servizi residenziali”. Certamente un pensiero molto simile deve avere avuto un suo posto privilegiato nella motivazione con cui le persone hanno partecipato ai laboratori di cui nel libro si parla. Laboratori definiti “artistici” perché generatori di bellezza. Una bellezza che non ha a che fare con i classici canoni estetici, quanto piuttosto con un profondo senso di benessere che rende lo sguardo capace di benevolenza verso se stessi, gli altri, il mondo. Una bellezza pacificatrice, in un certo senso. Nella lettura ci si può far condurre da questo filo di Arianna.

Ma prima di portare il lettore a vivere da vicino l’esperienza, l’Autrice affronta alcuni aspetti più generali che ne costituiscono la cornice: il tempo, la memoria, la narrazione. Chi conosce bene la vita nelle residenze per anziani, soprattutto chi vi lavora come operatore, sa quanto possa diventare una sfida quella di dare valore a queste tre componenti della vita personale degli ospiti.

A proposito del “tempo interiore” viene ricordato come esso debba fare i conti con “l’esperienza del dolore cronico e i distacchi da esso decretato a livello corporeo (malattia, non autosufficienza, mancanza di energia); a livello psicologico (depressione, anticipazione della morte); a livello relazionale e sociale (cambiamento di status).” (p.16). Come non domandarsi poi, se attivare la memoria di queste vecchie persone, far riemergere loro ricordi, non rischi di dilatare il senso di “disperazione” impedendo loro anche solo di avvicinarsi a quella “integrità dell’Io che Erickson ha posto come meta dell’ultima parte della vita umana? (p.18) Più semplice – ma solo in apparenza – “dare spazio alla parola”. Siamo infatti condizionati dallo stereotipo di un anziano che parla con tutti, “attacca bottone”, si aggrappa alla parola per infrangere la solitudine.  Tuttavia, se torniamo alle perdite inflitte dalla condizione di fragilità psicofisica individuale e dalla stessa vita istituzionale, dobbiamo arrenderci all’idea che coinvolgere le persone in un progetto che li veda protagonisti, voci narranti ma anche in ascolto di altre, non possa certo dirsi cosa semplice da realizzare. Occorre coraggio, occorre convinzione, ma anche molta esperienza maturata nei luoghi di cura e, infine, attrezzatura psicologica e tecnica accompagnate da forte creatività. Luciana Quaia ha iniziato con un un’operazione cognitiva ed emotiva personale complessa: andare oltre le apparenze, dimenticarsi quindi delle carrozzine stazionanti contro un muro, non badare ai passi lenti e strascicati, non farsi demotivare dai silenzi o dalle intermittenze di presenza cognitiva di alcuni ospiti. Ce lo conferma quando scrive: “Questo è quello che appare dell’arcipelago: solo la parte che affiora, direttamente visibile sotto forma di comportamenti e azioni, probabilmente evocatrice di tristi proiezioni. Ma di ogni arcipelago e delle sue diverse forme del soggiornare esiste un denominatore comune ed è relativo alla sua parte sommersa, quella che sta a ricordarci che anziché vedere si può solo ascoltare”. (p.8).

Una proposta che aiuta a superare i luoghi comuni

Troppo spesso, e soprattutto troppo a lungo, intorno al tema della vecchiaia si sono costruite immagini che la connotano in modo decisamente negativo, attribuendo tout court a questa condizione un destino di inesorabile perdita delle capacità psicofisiche, cognitive, sociali. Solo in anni più recenti questo stereotipo è stato seriamente posto in discussione. L’operazione di smantellamento dell’impalcatura di ciò che viene definito con il termine di ageism non può certo dirsi portata a compimento. Ancora sussistono atti di discriminazione delle persone in base alla loro età, ancora il ricovero in struttura (ma a volte anche l’isolamento nella propria casa) ci dicono come non sia facile far crescere una cultura che renda ogni paese un “paese per vecchi”. Sono quindi anche piccoli semi di una nuova cultura dell’invecchiamento, gettati nei territori più diversi, che possono gradualmente far germogliare il desiderio di oltrepassare gli stereotipi più consolidati e portare le persone a scoprire modi inediti con cui guardare e ascoltare i vecchi. E dunque, proprio la realizzazione del Laboratorio autobiografico presso un’istituzione per anziani ha in sé le potenzialità per un capovolgimento di ottica che porta gli operatori (ma anche i famigliari, i volontari) a passare dall’osservazione e dall’ annotazione dei “deficit” alla presa d’atto di ciò che rimane intatto nella persona, di ciò che può persino essere accresciuto e completato. Direbbe Hillman: la forza del carattere, quel quid che ti segnala come un essere unico, diverso da tutti gli altri. Quindi l’operare perché l’anziano riprenda in mano il bandolo di una vita passata attraverso prima lo sforzo, ma anche la libertà della memoria, e poi lo sforzo, ma anche la libertà della narrazione, può diventare un modo di prendersi cura di sé “in periodi esistenziali in cui accadono episodi cupi, bui, di frattura.” (p.19).  A questo proposito emerge un ricordo personale: negli ultimi tempi della vita di mia madre (non ancora anziana) rammento la cura con cui insieme – su sua richiesta- abbiamo rivisitato con la narrazione tutti i luoghi del cuore, soffermandoci sulle vacanze estive degli anni del dopoguerra. Là, evidentemente, nel contatto con la natura, in particolare con quello delle sue amate montagne, i giorni e le ore prendevano per lei – anche nel ricordo –  un senso ogni volta nuovo, più luminoso e pacificante.

Istruzioni per l’uso

L’Autrice dopo aver esplorato e dato conto con precisione di tutti i possibili “attrezzi” con cui svolgere Laboratori autobiografici, alla fine del volume ritorna ad avvisare i naviganti che vogliano avventurarsi in questo mare, indicando soprattutto il “lavoro su di sé” da affrontare in vista di ogni traversata e durante la traversata stessa. Suggerisco la lettura di questo capitolo “Il nocchiero dell’Arca” (pp.139-141), quasi come vademecum, prima di essere catturati dalle pagine che con passione e precisione portano la metodologia e i risultati di una straordinaria operatività: l’uso della poesia, ad esempio, strumento difficile da maneggiare, ma potente. Le parole escono lievi, da soggettive diventano corali, si tingono di ironia, emanano profumi ma sanno anche portare alla luce esperienze di grande sofferenza: allora si ascolta “la poesia che cura”. (p.73). O ancora, la ricerca nei cassetti della memoria dei luoghi più amati nella casa, del mobile-forziere, dei giochi e dei giocattoli fatti in casa, delle parole moderne e del loro corrispettivo antico ma non dimenticato. “Ricordandoci delle case e delle camere noi impariamo a dimorare in noi stessi…”.  Il nocchiero qui si fa aiutare dal filosofo Gaston Bachelard. È questo un capitolo che farei leggere alla generazione dei millenials perché parla di luoghi di ogni giorno, di oggetti amati e tenuti da conto, di giochi poveri, in una cornice così lontana dalla quotidianità consumistica nella quale si è entrati un po’ tutti, ma i ragazzi in particolare.  Altra strada si apre sui ricordi e sulla narrazione quando, a partire dal brainstorming intorno ai libri letti, conosciuti, amati, in un Laboratorio si è arrivati alla scelta della storia di Ulisse. Via via i punti cruciali del poema epico della Grecia antica diventano soste di pensiero per i partecipanti che sono invitati a uno sforzo di immedesimazione o in personaggi o in situazioni, ma anche di riattualizzazione nell’epoca attuale. Escono i ricordi più disparati, osservazioni sull’oggi, escono emozioni sopite che avevano solo bisogno di essere richiamate.  Chi di noi, arrivato all’ultima parte della propria vita, non è andato a rivisitare forse fugacemente, forse invece con tempo per sé più ampio, i passaggi cruciali legati alla propria crescita, rimettendo in luce figure di adulti fondamentali o eventi divenuti pietre miliari della propria esistenza? Un gruppo di anziani seguito da tempo da Luciana Quaia ha affrontato questo “viaggio a ritroso spinto sino agli anni dell’adolescenza, coincidenti con quelli della guerra e del dopoguerra e riconosciuti da tutti come uno dei momenti più sconvolgenti della storia e determinanti per sviluppare valori distanti da quelli odierni.”(p.95) Il lavoro autobiografico si può concludere con il racconto di una storia  collettiva che contenga quelle dei singoli, la narrazione porta alla scrittura .(Cap. 10).

Un lavoro complesso in un contesto complesso

“Ogni narrazione di sé ha bisogno dell’incontro con un ascoltatore capace di creare dialogo e sentimento di comunione.”. (p.139) Questa premessa chiarisce da sé il carattere di complessità che caratterizza ogni progetto dedicato a costruire e ricostruire anche solo frammenti della trama di un passato delle persone che vivono in una residenza. I soggetti che entrano in scena sono tanti, sono quelle vecchie persone approdate a un luogo diverso dalla propria dimora, un luogo quasi mai scelto. Sono individui unici nella loro identità, nella loro storia, anche se – lo abbiamo visto troppo spesso – lo sguardo medico-sociale tende a omologarli. Sono anche quelle persone fragili, spesso compromesse nella salute, a cui sino a quel momento nessuno aveva mai chiesto di “capire le proprie radici e diventare custodi di esperienze di un passato remoto” attraverso un percorso da fare con altri. (p.59).

Soggetti più di sfondo (ma solo in apparenza) sono i responsabili della residenza e tutti gli operatori. Ai primi spetta di valorizzare l’introduzione di un Laboratorio autobiografico tra le attività, ai colleghi quello di cooperare se necessario, ma anche di viverlo come un’opportunità fruttuosa per tutti. A questo proposito ricordo un bel libro di Giovanni Braidi, “Il corpo curante”, in cui viene analizzato l’intreccio tra responsabilità dei vertici e responsabilità dei singoli operatori per arrivare a forme di innovazione interna, possibili solo se “fecondate” da reciproca fiducia. Sì, perché anche il contesto presenta la sua complessità, qualche volta difficile anche solo da decifrare. Luciana Quaia mostra in filigrana come la conquista del credito da parte dei singoli anziani, poi quella da parte del gruppo, abbiano bisogno a loro volta di un clima organizzativo di accettazione e di positività.

Venendo agli esordi del viaggio, e restando nella metafora della navigazione, se nel progetto di un laboratorio l’aggancio con i singoli rappresenta uno scoglio da superare con l’attenzione a non incagliarsi nel rifiuto, nella passività, demotivazione, ma anche nelle possibili compromissioni della salute, un altro si profila quando si tratta di portare un gruppo di “quasi ignoti” a diventare capace di rassicurazione, di sostegno, di accettazione delle differenze. (pp.36-43).

 

Mi viene, a conclusione, il pensiero, che pur con le loro specificità, tuttavia i singoli Laboratori autobiografici di cui ha dato conto Luciana Quaia, abbiano in comune una qualità: quella di diventare luoghi in cui abita – forse brevemente, a volte più a lungo – la speranza di un cambiamento. Nel gruppo le persone vedono e sono viste, narrano e ascoltano la narrazione di altri. E quando lì accade che il respiro si faccia più ampio, che la persona inizi a scrutarsi con occhi nuovi, più benevoli, è pur vero che – senza saperlo –  sta invitando gli altri a fare lo stesso.

 

Riferimenti bibliografici

  • Borgna E., L’arcobaleno sul ruscello. Figure della speranza, Raffaello Cortina Editore, Milano 2018.
  • Braidi G., Il corpo curante, FrancoAngeli Editore, Milano 2002.
  • Hillman J., La forza del carattere, Adelphi, Milano 2000.
  • Marquez G.G., Vivere per raccontarla, Mondadori, Milano 2004.
  • Taccani P., “La vecchiaia: maneggiare con cura”, in Mariotti G., Berlincioni V., Senilità, Quaderni degli Argonauti, 29, 2015.

Psicologa, formatrice, redattrice di Prospettive Sociali e Sanitarie

Passare all’azione, anche nello sport

di Eleonora Maglia*

Perché praticare uno sport? Perché lo sport fa bene a tutto. Migliora la salute, favorisce l’inclusione e rende anche sostenibile il sistema sanitario nazionale, dato che secondo il Ministero della Salute (2017) un aumento dell’attività fisica determinerebbe un minor costo di -2.331.669.947 euro nelle prestazioni ambulatoriali, ospedaliere e farmacologiche.

Svolgere un’attività sportiva (non necessariamente in modo agonistico o professionistico) educa il corpo e la mente ad una maggiore resilienza ed è uno strumento centrale anche nei progetti terapeutico-riabilitativi e nella reintegrazione sociale di persone con disabilità. Inoltre, come una sorta di lingua franca, lo sport offre anche opportunità di inserimento e sincronizzazione nelle società di adozione per gli immigrati. Continua a leggere

L’educatore domiciliare. Una triplice professione

di Tiziano Martinelli*

L’educativa domiciliare è il grande mistero delle professioni educative, almeno per i non addetti ai lavori. L’educatore domiciliare è, a tutti gli effetti, un pioniere dell’educazione, un’avanguardia. Entrare nelle case dei bambini e ragazzi, condividere la loro quotidianità, espandere la propria azione alla famiglia, facendo forza su di un mandato labile e dai confini a volte eterei e, sovente, impercettibili, è, da una parte la sfida principale e, dall’altra, la difficoltà strutturale di questo lavoro. Tiziano Martinelli, educatore da anni impegnato nel servizio di educativa domiciliare del Comune di Firenze, ci accompagna in un viaggio nelle pratiche quotidiane e nelle riflessioni pedagogiche di una triplice professione che si dipana tra minore, famiglia e mandato educativo, con l’anelito imprescindibile di ricomporre l’intero quadro dei servizi.  Continua a leggere

Oltre il ’68

Due educatori in viaggio nella provvisoria reale utopia, dalla segregazione all’integrazione sociale.

di Gianfranco Marocchi*

Ecco Villa Azzurra, ma che ci sarà di azzurro qui dentro? Il cielo è grigio come le mura scrostate e sporche, come i pavimenti sudici. Cancelli e chiavi, chiavi e cancelli, facce stanche e distratte. … «Siamo venuti a prendere Valeria». «Valeria chi?». Flavia legge il cognome e solo allora ci indicano due cameroni più avanti. Il camerone è tetro, sbarre alle finestre, una quindicina di ragazzi e ragazze vocianti e mugolanti, chi sdraiato a terra, chi impegnato in dondolii compulsivi, chi gira vorticosamente in tondo. Hanno tutti addosso un brutto camicione abbottonato dietro. Ci interpella un assistente, «Siamo venuti a prendere Valeria». «Sì un momento che te la slego!» e va verso un termosifone al quale era trattenuta per un polso con una benda, la nostra nuova amica Valeria. Appena svincolata, Valeria si mette a correre e cerca immediatamente di uscire dallo stanzone. È magra come un chiodo ha i denti completamente rovinati, conseguenza dell’elettroshock … Valeria non parla, sembra un animaletto impaurito, le stiamo accanto sul sedile posteriore, cerchiamo di tranquillizzarla … Abbraccio Valeria, vorrei abbracciarla fortissimo e con lei i suoi undici anni infelici, lei tenta di svincolarsi, ansima, sento il suo alito cattivo, è sporca, da quando non vede il bagno o una doccia?

Questa è una delle storie che aprono Oltre il ’68, un libro di Giovanni Garena e Luciano Tosco edito da Libreriauniversitaria.it Edizioni. È questo il contesto in cui i due autori, allora giovani educatori alle prime esperienze lavorative, si trovano ad operare all’inizio degli anni Settanta. Il lavoro sociale è per entrambi, ciascuno a suo modo figlio del ’68 e delle sue istanze di cambiamento, un modo per trasformare un sistema tanto profondamente ingiusto, quanto ritenuto naturale, “normale” e immutabile.

Gianni e Luciano, con due carriere parallele che più volte si incontrano, vivono con impegno e passione anni di complessa e gravosa sperimentazione. Prendono progressivamente consapevolezza di tutte le fatiche e le difficoltà del contribuire a costruire un sistema diverso, dovendo tra l’altro, ad ogni passaggio, fare fronte a resistenze culturali e istituzionali.

Ma se la storia degli anni successivi sembra statica, spesso costellata di incertezze e retromarce, di timidi passi avanti e di difficoltà che paiono insormontabili, la visione prospettica restituisce un quadro dinamico diverso.

Per effetto di quel procedere a volte lento e insoddisfacente, si arriva, un passo dopo l’altro, ad un profondo cambiamento dell’assetto dei servizi e della cultura sottostante. In un decennio si passa dalle prime dirompenti passeggiate, in giro per la città, con i “loro” ragazzi subnormali, tra lo stupore e spesso l’irritazione di passanti e commercianti, al sistema dei servizi torinese che – a metà degli anni Ottanta – rappresenta un’avanguardia nel panorama nazionale. Si sperimentano e si implementano le comunità alloggio, l’educativa territoriale e di strada, la peer education, i servizi di assistenza domiciliare, i centri diurni aggregativi, i laboratori di quartiere, il lavoro di rete; si ottengono concreti risultati di integrazione in special modo tra servizi zonali sociali-sanitari-scolastici con il fattivo coinvolgimento del tessuto sociale nella presa in carico dei bisogni del territorio.

Questo viaggio di due educatori “nella provvisoria reale utopia, dalla segregazione all’integrazione sociale” è quindi un racconto che, senza tacere le fatiche, le contraddizioni, gli insuccessi, racconta di un sistema dei servizi che prende forma coerentemente con una visione sociale orientata alla prevenzione, all’inclusione e all’integrazione, profondamente diversa da quella precedente basata su istituzioni totali funzionali ad un paradigma teso a separare ogni anomalia dal resto del contesto sociale.

È una storia di entusiasmo e passione, dove si intrecciano crescita professionale, visione politica e tensione valoriale, utile a ricordare che i servizi, così come oggi li conosciamo, sono frutto di un percorso mai concluso. Percorso che oggi rischia di essere messo in discussione; in questo senso, nell’ultimo capitolo, si analizzano le inquietanti derive di ritorno, a volte subdolamente mascherato, all’assistenzialismo, alla categorizzazione burocratica dei bisogni, alle logiche istituzionali emarginanti, alla erosione di diritti e di dignità. Rispetto a queste derive gli autori provano ad analizzare come si posizionano oggi gli operatori, quale spazio professionale esercitano e potranno, sapranno e vorranno in futuro esercitare rigenerando la “cultura e la pratica del possibile”, dell’inventare e immaginare ciò che non c’è o non c’è ancora, dell’empowerement, dell’advocacy, di servizi effettivamente capaci di futuro, di “servire” in quanto stare veramente al servizio delle persone e delle comunità. Occorrono energie potenti per implementare tecniche di progettazione partecipativa-incrementale, di inclusività, di sconfinamento, di analisi e cambiamento sistemico delle organizzazioni: come in quegli anni “oltre il ‘68”, tutto ciò richiede professionisti che non si limitino a stare nell’esistente, ma continuino ad interrogarsi sulla valenza trasformativa del proprio lavoro. In questo senso, alcune direzioni iniziano a profilarsi, prima tra tutte il lavoro con le comunità.

 

*esperto Terzo settore

Voi che siete nati gentili

di Frida Tonizzo*

Il romanzo “Voi che siete nati gentili”, di Valeria Moschese (ed. L’erudita, Giulio Perrone, 2018), introduce diverse tematiche inerenti l’esperienza dell’affidamento familiare, presentato da svariati punti di vista: quello del bambino, della famiglia che accoglie ed in particolare i loro figli, della scuola, dei servizi e di quanti, a vario titolo, entrano in contatto con questa esperienza.

Brevemente di seguito la trama: Clara e Mauro, con i loro due figli,  accolgono un bambino in affidamento, il  cui arrivo impone una nuova  armonia e inaspettati sviluppi nella crescita di piccoli e grandi, chiedendo di rivedere spazi, abitudini e sicurezze acquisite, nel continuo confronto con la misura temporanea dell’affidamento. Con il passare del tempo Maicol, il nuovo arrivato, mostra la volontà di mettere le radici e intrecciare la propria storia con la famiglia affidataria, a cui si lega con tenero amore. Al contempo il suo porsi spontaneo negli affetti induce ognuno ad un diverso modo di guardare al tema dell’accoglienza e del vivere insieme. Adulti e ragazzi, genitori e figli, amici, insegnanti e compagni di scuola: tutti coloro che vengono coinvolti nella vicenda mostrano la possibilità di disegnare percorsi inediti quanto tenaci, se guidati dagli affetti. L’interrompersi del tempo destinato all’affido muterà bruscamente gli equilibri raggiunti e chiederà a tutti di far i conti con un’inspiegabile chiusura al naturale proseguimento dell’amore che lega i protagonisti della storia.

Con uno stile semplice e mimetico della realtà, l’autrice introduce il lettore nell’intima e complicata quotidianità di una famiglia affidataria: “L’ho scritto – lei spiega- spinta dal desiderio che la storia fosse eco di molte altre, che in essa trovino punti in comune e rispecchiamenti. Inoltre desideravo esplorare complessità e ricchezze del tema dell’affidamento familiare, dando voce ai racconti ad esso ispirati. Ho provato altresì a tratteggiare il mondo degli affetti che lega i fratelli, i quali, concretamente, giorno dopo giorno fanno posto ai nuovi arrivati. Infine ho cercato di esprimere i sentimenti di chi nella famiglia affidataria arriva d’improvviso, e con essa avvia nel tempo legami e tenero amore”.

Com’è noto, l’affidamento familiare è una misura di aiuto offerta ad un minore che deve essere temporaneamente allontanato dalla sua famiglia di origine, per difficoltà dei genitori (o per loro gravi malattie o ricovero), per la disgregazione del nucleo familiare (separazione, carcerazione…), o per problemi di diverso genere (di conflitto familiare e di incapacità educativa;  la legge n.184/83 ha disciplinato l’affidamento residenziale, in base al quale il minore vive stabilmente con gli affidatari e mantiene rapporti con la sua famiglia d’origine secondo quanto previsto dal progetto di affidamento(che potrà esser di tipo consensuale o giudiziale).

L’affido è realizzato e sostenuto dai Servizi Sociali locali nell’interesse del bambino, affinché quest’ultimo possa trovare in un’altra famiglia l’affetto e le attenzioni che i suoi genitori non sono  temporaneamente in grado di dargli.; permette al bambino o all’adolescente di essere inserito, per un certo periodo di tempo (che può durare qualche mese ma anche degli anni), in un altro nucleo familiare idoneo ad offrire adeguate risposte alle sue necessità affettive oltre che di educazione, istruzione, accudimento e tutela. Si tratta pertanto di un’accoglienza in cui si avviano legami forti a livello affettivo ed educativo, che aiutano il minore a crescere.

E’ importante prestare una grande attenzione agli affidatari che accolgono questi bambini : infatti, è soprattutto grazie al loro impegno che il “progetto dell’affido” trova gambe su cui correre; essi sono dei volontari che hanno un ruolo determinante, che va riconosciuto e non vanno considerati come semplici “utenti” dei Servizi. Gli affidatari devono soddisfare alcuni requisiti per avviare tale esperienza, al contempo vi sono diritti e doveri che la stessa può esercitare e adempiere.

Parimenti importante è il ruolo assunto dalla famiglia d’origine del minore affidato, e degli interventi attivati a suo favore: ricevere aiuto da un’altra famiglia nel crescere i propri figli può permettere la ricostruzione del tessuto familiare e costituire un ulteriore stimolo ad affrontare, e talvolta anche  risolvere, i problemi concreti che sono alla base delle loro difficoltà, permettendo di prepararsi a riaccogliere il figlio alla conclusione dell’affido.

L’inserimento dei bambini nelle famiglie affidatarie è finalizzato anche a creare un contesto in cui la relazione tra il bambino, la sua famiglia di origine e la famiglia affidataria possa consentire il mantenimento della continuità affettiva e culturale.

Non va dimenticato  il ruolo delle istituzioni, grazie al quale è possibile l’affidamento familiare. Il Servizio Sociale dell’Ente Locale che fa riferimento al Comune di residenza della famiglia di origine ha il compito di predisporre gli interventi di sostegno e di aiuto alla famiglia stessa affinché possa realizzarsi il rientro del minore. Una famiglia momentaneamente in difficoltà è una famiglia in cerca di solidarietà: rendersi disponibili per un affidamento è un atto di amore per la vita, di affetto per un bambino, ma anche di solidarietà concreta tra famiglie.

Terminata l’esperienza di affidamento non vanno recisi gli affetti che in essa sono sorti: un significativo riconoscimento al riguardo è arrivato dalla recente legge n. 173/2015, che non si limita a prevedere la possibilità che un minore affidato, se dichiarato adottabile, a tutela del suo prioritario interesse, possa essere adottato dagli affidatari ma sottolinea anche la necessità di assicurare “la continuità delle positive relazioni socio-affettive consolidatesi durante l’affidamento” (con gli affidatari in primis) anche quando egli “fa ritorno nella famiglia di origine o sia dato in affidamento ad un’altra famiglia o sia adottato da altra famiglia”.

Le Linee Nazionali di Indirizzo per l’Affidamento Familiare sottolineano infine la centralità della rete di collegamento tra quanti sinora citati, ovvero il minore, gli affidatari, i servizi, le famiglie d’origine; prevedendo che la collaborazione tra i servizi pubblici e le associazioni e le reti familiari sia formalizzata anche con protocolli di intesa o forme di convenzione, per meglio informare, sensibilizzare e promuovere l’affidamento familiare sul territorio. Non va dimenticato l’importante ruolo svolto dalle associazioni nell’accompagnare e sostenere gli affidatari nel non facile percorso di accoglienza di un minore.

 

*Assistente sociale e consigliere dell’Associazione Nazionale Famiglie Adottive e Affidatarie (Anfaa)