Archivi tag: comunicazione

La comunicazione e le fake news in sanità

di Alessio Veronesi*

 

La comunicazione e il web

La comunicazione è la risorsa fondamentale della nostra società (Mondaferri V. 2009), e ovviamente le fake news rappresentano una risorsa comunicativa.

Nel momento in cui si parla di comunicazione, è fondamentale fare riferimento a due concetti ad essa correlati, ovvero quello di società e quello di cultura. In particolare per società, si intende un insieme di individui legati da relazioni strutturate sulla base di una cultura comune, mentre per cultura, si intende l’insieme dei modi di vita dei membri di una società o di gruppi di una società. Essa, ad esempio, include le abitudini alimentari, l’abbigliamento.

Questi due concetti, sono strettamente correlati tra loro e anche alla comunicazione. Infatti, la cultura di una società, si trasmette attraverso la comunicazione. Partendo dall’assunto per cui, la cultura non è ereditaria, ma viene appunto trasmessa attraverso la comunicazione, la sociologia ha studiato quest’ultima attraverso due approcci: quello microsociologico, che studia la comunicazione interpersonale nella vita quotidiana e quello macrosociologico che studia la comunicazione pubblica e istituzionale, che avviene attraverso i mass media.

Le fake news rientrano certamente all’interno dello studio macrosociologico, in quanto vengono diffuse attraverso i mass media e in particolare i social network. Anche per questo approccio, l’interrelazione con cultura e società è fondamentale, in quanto questa relazione trova una delle sue manifestazioni più evidenti nello sviluppo socio-tecnologico, in quanto lo sviluppo di cultura e società va di pari passo con lo sviluppo della tecnologia.

Tra queste innovazioni c’è, appunto, quella legata ai mass media i quali sono nati con i giornali per poi crescere con la radio, il cinema, la tv e infine, internet, il quale è cambiato nel corso degli anni. Infatti il web ha iniziato ad essere dominato dai siti web 2.0, che sono dominati da contenuti generati dagli utenti. Coloro che accedono ai siti web 2.0 non sono semplicemente consumatori (come lo erano quelli dei siti web 1.0) ma sono produttori-consumatori (Ritzer G., 2014); si parla così di utenti prosumer.

L’esempio classico è quello di Facebook, dove sono gli utenti stessi a generare continuamente nuovi contenuti, alcuni dei quali sono fake news. Il nuovo web 2.0, quindi, ha portato sia a delle opportunità sia a degli svantaggi, anche in ambito sanitario. Tra le principali opportunità, c’è quella della democratizzazione dell’informazione sanitaria, attraverso un’ampia diffusione della cultura della salute con un conseguente aumento del livello di “alfabetizzazione della salute” e il raggiungimento anche dei così detti target difficili, ovvero soggetti che vivono in piccole comunità rurali, persone con comportamenti ad alto rischio.

Tuttavia il mondo di internet 2.0 presenta anche diversi limiti e criticità quali l’aumento delle diseguaglianze dovute al differente accesso al web: il disorientamento informativo causato sia dalla presenza pressoché infinita di informazioni sia di fonti, con conseguente difficoltà nel controllo della qualità delle informazioni e delle loro fonti. Proprio sfruttando queste debolezze nascono e si sviluppano le fake news.

Le fake news e la sanità

Risulta quindi fondamentale, capire il vero significato del termine fake news, che, come affermato nell’ Enciclopedia Treccani, “è una locuzione inglese (…) che designa un’informazione in parte o del tutto non corrispondente al vero, divulgata intenzionalmente o anche involontariamente, attraverso il Web, i media o le tecnologie digitali di comunicazione e caratterizzata da un’apparente plausibilità”. In ambito sanitario queste notizie false hanno un grande impatto come evidenziato da Nicoletti G. (2019) il quale richiamando un progetto di ricerca finanziato dal Ministero della Salute, ha evidenziato come anche chi ha la consapevolezza della falsità di una notizia, vedendola continuamente riproposta nei social inizia a condividerla, contribuendo a renderla virale e quindi a creare una falsa verità con importanti costi sociali; ad esempio sempre Nicoletti (2019), richiamando lo studio Altems 2017, evidenzia che la mancata vaccinazione dovuta a fake news, porta ad un incremento dei costi sociali pari ad un miliardo per ogni anno. L’esito di questa ricerca viene richiamato anche da Francesco Saverio Mennini, responsabile della ricerca e direttore Eehta del Ceis-Università Tor Vergata. Mennini evidenzia come questa disinformazione abbia alti costi sociali, soprattutto in sanità dove l’impatto delle fake news “lo si paga in vite umane”. Proprio per combattere molte notizie false, l’Istituto Superiore di Sanità ha creato una pagina ad hoc, intitolata falsi miti e bufale. Da questa pagina è possibile reperire le informazioni sui falsi miti diffusi in campo medico, con spiegazioni fornite in un linguaggio semplice e comprensibile a tutti. Nonostante sino ad ora la maggior parte delle fake news si siano concentrate sui vaccini, nel 2020, con l’arrivo del Covid-19, sono apparse moltissime fake news anche su questa tematica, come evidenziato da Shimizu K. (2020). Quest’ultimo evidenzia come in Giappone si sia diffusa la notizia che a fine gennaio sarebbero arrivati dei cittadini cinesi da Whuhan con febbre all’aeroporto Kansai, ed essi non avrebbero poi fatto la quarantena. Tale notizia è stata poi smentita dalle stesse autorità aeroportuali. Nonostante la smentita, in Giappone è subito diventato virale l’hashtag #ChineseDon’tComeToJapan e i visitatori cinesi sono stati subito dipinti come sporchi e bioterroristi. Sempre Shimizu K. (2020) sottolinea come i mass media debbano essere responsabili nel fornire le corrette informazioni ai cittadini, al fine di non causare inutilmente paura. Inoltre evidenzia il ruolo degli operatori sanitari, i quali dovrebbero collaborare con i mass media al fine di evitare la diffusione di fake news, e favorire invece la diffusione di notizie che aiutino a combattere la pandemia. La stessa FNOPI, sul proprio sito web, riferisce che la pandemia da Covid-19, è accompagnata da una “infodemia”, ovvero da una tale abbondanza di informazioni, che rendono difficile per le persone capire quali siano vere e quali false. Tant’è che l’Oms, cerca di sfatare questi falsi miti con informazioni basate sull’evidenza. Anche il sito stesso del ministero della salute, ha una pagina apposita, dove ad esempio, sfata il mito secondo cui, bere alcol proteggerebbe dall’infezione da coronavirus.

Come riconoscere le fake news

Per poter capire quali notizie potrebbero essere fake, è fondamentale capire come vengono generalmente costruite queste false notizie; come evidenziato da altro consumo sul proprio sito, fondamentale, innanzitutto, è il titolo dell’articolo, che in genere è altisonante ed esagerato, con anche punti esclamativi al termine, il quale tratta di tematiche di particolare interesse per l’opinione pubblica. L’importanza del titolo è data dal fatto che l’utente medio, si focalizza solo su di esso senza neanche leggere il resto (Ondelli S. 2018). Il secondo elemento riguarda l’URL del sito della notizia che in genere è molto simile a quello di fonti reputate affidabili, come “la refubblica” al posto di “la Repubblica” oppure “Il Fatto Quotidaino” al posto del “Il Fatto Quotidiano (Lokar A. 2018). In questi casi la somiglianza non riguarda soltanto il nome del sito, ma anche il tipo di carattere usato.

Quindi fondamentale è valutare attentamente la fonte di provenienza della notizia, e anche se quest’ultima proviene da una fonte ritenuta affidabile, è sempre meglio approfondire la notizia e verificare se ci sono altre fonti sempre affidabili, che la confermano. Un esempio è la notizia secondo cui il coronavirus sarebbe di origine artificiale; questa notizia è stata data dal premio nobel per la medicina del 2008, Luc Montagnier. Sentendo parlare di premio nobel per la medicina molti lo riterrebbero una fonte affidabile. Tuttavia, la notizia da lui data è stata smentita sia dall’OMS sia dall’Istituto Superiore di sanità. Inoltre approfondendo la conoscenza di questo premio nobel, emerge come negli ultimi anni, si sia allontanato dalla medicina ufficiale, per abbracciare le teorie alternative. Un ulteriore elemento caratteristico delle fake news, è che presentano frequenti errori di battitura (Silvestro E. 2018). Quindi per combattere le notizie false, secondo il sociologo e docente all’università di Messina, Francesco Pira, è necessario, lavorare molto sulla formazione e sull’educazione all’uso dei media. Sempre Pira, ritiene quella alle fake news, una guerra di civiltà, che dobbiamo combattere con molta convinzione, anche attraverso un uso consapevole delle nuove tecnologie. Infatti i social possono essere un grande strumento di divulgazione ma sono diventati dei luoghi virtuali di vetrinizzazione e scontro, dove si consumano ogni giorno cannibalismi mediatici.

Conclusioni

In conclusione dunque, la diffusione delle fake news è avvenuta con la nascita del web 2.0 e la trasformazione dell’utente in utente prosumer. Tale diffusione è avvenuta anche in campo sanitario come dimostrano le numerose bufale sul coronavirus, che hanno colpito non solo l’Italia ma tutto il mondo; la diffusione è stata così importante che ha portato anche Facebook a combatterla con la creazione di task force di fact checking. Come evidenziato, esistono però dei modi per poter capire quali notizie potrebbero essere false; è sufficiente prestare attenzione alla fonte e alla struttura della notizia per potersi già fare una prima idea. Il problema è che la nostra società è sempre più veloce e anche quando noi ci approcciamo ad una notizia lo facciamo velocemente leggendo solo poche righe e non prestando la dovuta attenzione, facendoci così credere che una notizia fake sia vera.

 

Bibliografia e Sitografia

  • Lokar A. Ondelli S. Romanini F. Silvestro E. (2018), Credibile ma falso. Come riconoscere le fake news (quasi senza leggerle), EUT Edizioni università di Trieste 2018
  • Milano F. (2020), “Così Facebook frena le fake news sul coronavirus”, Il Sole 24 Ore, 16 aprile 2020
  • Modaferri V. (2009), Comunicazione e potere nel XXI secolo. Disponibile da: www.istituto-formazione-politica.eu/comunicazione-potere-nel-xxi-secolo-2 [u.c. 07/09/2020]
  • Nicoletti G.(2019), “Quanto costano le fake news sulla nostra salute”. La Stampa, 04 novembre 2019
  • Ritzer G. (2014), Introduzione alla sociologia, Utet Università, 94- 118
  • Shimizu K. (2020) “2019-nCoV, fake news, and racism”, The Lancet, Vol 395 February 29, 2020
  • “Allarme ‘fake news’ in sanità, oltre 90% riguarda i vaccini”, Adnkronos, 30 ottrobre 2019
  • www.iss.it
  • www.treccani.it
  • www.fnopi.it
  • www.altroconsumo.it
  • www.francescopira.it

 

*infermiere presso l’AOU di Modena; studente Laurea magistrale in Scienze infermieristiche e ostetriche. 

“Mi cedi il posto per favore?”

di Patrizia Taccani*

 

“Da lunedì̀ scorso la nostra campagna comportamentale è entrata nel vivo con l’hashtag #cedilposto e diverse iniziative tra cui affissioni in metropolitana, spille disponibili presso gli Atm Point e online, annunci dai nostri altoparlanti. Uno sforzo che abbiamo messo in campo per invitare i passeggeri dei mezzi pubblici ad alzare lo sguardo e cedere il posto a chi ne ha più̀ bisogno.”

Sono tornata recentemente a guardare in internet i siti che si sono occupati di questa campagna di sensibilizzazione al suo inizio, nello scorso mese di giugno, e ne ho tratto la parte sopra virgolettata.

Ricordo che al momento della sua uscita con locandine abbondantemente collocate sui mezzi pubblici avevo provato una sorta di “orticaria psicologica”, un indefinibile fastidio unito a un certo senso di stupore per quella che da subito mi è parsa una buona dose di ingenuità da parte degli ideatori della campagna. Vista la mia tutt’altro che verde età e alla luce dei numerosi episodi in cui giovani – tra cui molti stranieri – in questi ultimi anni mi hanno ceduto il posto, avrei dovuto, invece, condividere l’idea di un aperto sollecito verso i più distratti nei confronti dell’età avanzata, della fragilità, del bisogno di un posto a sedere ad esempio per una donna incinta o con un bimbo piccolo in braccio. Eppure c’era qualcosa che non mi convinceva.

L’estate poi mi ha distratto con periodi di lontananza da Milano e il dopo-estate mi ha visto impegnata a pensare ad altro. Mi era sempre restato però, in un angolo della mente, il pensiero di fermarmi su questa questione di cosiddetta educativa comportamentale. Assidua utente dei mezzi pubblici, infatti, resto ogni volta inevitabilmente colpita dal perfetto allineamento delle teste dei passeggeri seduti, con gli occhi incatenati al piccolo/medio strumento di contatto con il mondo: il cellulare. Mi è capitato di fare giochi con me stessa, come contare in quanti eravamo in un vagone della metropolitana visivamente privi dell’aggeggio, e un pomeriggio dovetti trattenermi dal congratularmi ad alta voce con una giovane donna seduta parecchio più in là, palesemente immersa nei suoi pensieri, le mani libere posate in grembo. Eravamo in due – lei ed io tra decine di passeggeri – le uniche a non parlare al telefono, a non fissarlo, a non digitare freneticamente messaggi.

Le piccole locandine bianche e blu che iniziano con “…alza lo sguardo…” ora sono praticamente scomparse, e non credo ci sia modo di sapere quanto abbiano sollecitato i viaggiatori in Milano a modificare i loro comportamenti. Una lettrice di La Repubblica in quel periodo aveva scritto sfiduciatissima alla rubrica milanese Posta Celere dicendo che la sfida era doppia: quella di far alzare lo sguardo dal telefonino ai viaggiatori e quella di rammentare loro le normali regole di comportamento. Zita Dazzi, curatrice della rubrica, concludeva la sua risposta con molto più ottimismo, ipotizzando che tra i passeggeri uno su dieci avrebbe potuto restare colpito dall’invito e, quindi, ravvedersi.

Torno al mio senso di disagio di cui ho detto all’inizio. In parte lo attribuisco alla convinzione della estrema difficoltà nel poter “comunicare” efficacemente con una popolazione di tutte le età che in pochissimo tempo è riuscita a trasformare un luogo come un comune, vecchio mezzo di trasporto, “a succursale del proprio ufficio”, o anche a “stanza tutta per sé”, a seconda che il cellulare serva per anticipare o prolungare i tempi lavorativi, oppure venga usato per conversazioni personalissime, come questioni di cuore, di salute, di famiglia. Dei messaggi non so, ma posso immaginare che non si discostino troppo dalle due precedenti categorie. Resta aperta la questione dei giochi/passatempo, della lettura su tablet: anche qui l’immersione sembra totale e ciò che avviene intorno è solo elemento di disturbo. Persino la stazione MM usata ogni giorno – pur soavemente annunciata in duplice lingua – per alcuni sembra arrivare fastidiosamente troppo presto. Per fortuna la breve corsa verso l’uscita quasi sempre fa raggiungere e scavalcare la linea gialla sani e salvi.

Il nodo cruciale – ed è anche la ragione per cui ho deciso di scrivere questo post –  riguarda la questione della “spilletta” color blu cielo intenso con la scritta “Mi cedi il posto per favore?” Chi pensa di averne bisogno – specifica l’azienda di trasporti milanese – può richiederla agli ATM Point ma anche online sul sito e la riceverà gratuitamente a casa.

Sono d’accordo con un antico adagio che recita “Ciò che non si vede non esiste”. Parole più che mai attuali in tempi di ininterrotte esposizioni mediatiche. Mi sono immaginata indossare la decorative pin bianca e azzurra dopo una lunga ricerca del punto più visibile dove appuntarla (non troppo vicino alla sciarpa ondivaga, attenzione al risvolto del piumino, al centro fa molto bersaglio…) e successivamente, andare alla ricerca – difficilissima – del passeggero ritenuto a intuito il miglior interlocutore del messaggio non verbale di richiesta di aiuto.

“Mi cedi il posto per favore?”. La mia spilletta non ha voce, la sua richiesta è muta. Chi la deve ascoltare lo deve fare con gli occhi. E quindi, proseguendo con la fantasia, immagino il ragazzo che ho scelto come possibile ricevente del messaggio posare – in modo del tutto fortuito –  lo sguardo sul bottoncino bianco e blu e alzarsi di fretta, imbarazzato, e scusarsi. Con la spilletta.

Bravissimo. Ma non mi ha guardata, non mi ha vista. Io continuo a non esistere. Con i miei capelli bianchi, le rughe assolutamente non d’espressione ma da età avanzata, la spalla destra lievemente curva per il peso di una borsetta un po’ troppo carica. La prossima volta, quando cambierò giacca dimenticando – è cosa certa – la spilla su quella che indosso oggi, quel ragazzo mi cederà il posto?  Non so.

In ogni caso, lasciando l’onere della comunicazione alla spilletta mi sentirei ancora più fragile, più inabile: diventata incapace di usare le mie parole per fare una richiesta molto semplice.

Grazie ATM del pensiero. Ma ho deciso che continuerò con il vecchio metodo. Una cortese richiesta verbale (tra l’altro sono abituata a dare “del lei”, a meno che non mi trovi di fronte a un/a ragazzino/a), un caldo ringraziamento, il tutto seguito dalla gradevole sensazione di avere vissuto un fuggevole ma reale momento di rapporto umano.

p.s.  Sia chiaro, quello che ho scritto vale per me, non ho inteso scoraggiare i portatori di spilletta ATM, che tuttavia mi pare non siano numerosissimi: nel mio frequente uso di mezzi pubblici non ne ho mai incontrato uno. Eppure, salvo rari casi, non sto con gli occhi fissi sul cellulare.  Comunque in numero assoluto le spillette distribuite non sono poche: oltre tremila, dato fornitomi molto gentilmente dall’Ufficio Stampa dell’Azienda.

*Psicologa, formatrice, redattrice di Prospettive Sociali e Sanitarie

Informare, comunicare, documentare i servizi sociali territoriali. L’esperienza del Comune di Bologna


di Andrea Pancaldi*

E’ dal 2009, con l’apertura dei sei Sportelli sociali,  che il Comune di Bologna si è dotato di una redazione interna all’ambito dei servizi sociali (Area welfare) per gestire le attività di informazione ai cittadini e alla rete degli operatori sociali e dei soggetti con cui più attivamente collabora.  Nella redazione opera personale con formazione giornalistica, ma anche con esperienza di operatore sociale, sia nella PA che nel terzo settore.
Dal 2015 la redazione gestisce anche le attività informative dello Sportello lavoro, a testimonianza del tentativo, anche informativamente, di tenere insieme i principali fattori, perdita del lavoro  e della casa in primis, che determinano i processi di impoverimento nell’eta della crisi. Continua a leggere

PSS 2017: una rivista, un blog, una nuova newsletter, un nuovo e-book

La redazione di Scambi di Prospettive è lieta di presentarvi alcune novità di quest’anno.

Il sito della nostra rivista Prospettive Sociali e Sanitarie innanzitutto si rinnova, presentandosi ai suoi utenti in forma ancora più semplice. È infatti ora possibile effettuare ricerche con parole chiave, consultare i nostri indici e acquistare singoli fascicoli, senza più la necessità di registrarsi.

Un modo per far scoprire più facilmente i contenuti della rivista e invitarvi così ad abbonarvi. Solo gli abbonati infatti potranno (e dovranno) registrarsi al sito per attivare l’accesso online ai contenuti dei fascicoli!

Buttatevi liberi nella ricerca degli articoli che vi interessano dunque e scoprite tutti i nostri contenuti!

Ma le novità non si fermano qui

Continua a leggere

Vengo anch’io!

giano bifronte2di PierLuigi Emesti*

L’autore di questo post ci propone un’analisi, necessariamente incompleta, relativa alla vicenda della ragazza che non è andata in gita. Voi cosa ne pensate? Aspettiamo i vostri commenti e nuovi post!

“Legnano: disabile esclusa dai compagni di classe , il Ministero interviene e blocca la gita”

“Legnano, ragazzina disabile rinuncia alla gita :”Tam tam su whatsapp, nessuno la vuole in camera”

Questi i titoli di due articoli apparsi sui giornali che mi hanno fatto indignare.

Poi ho letto gli articoli e ho cercato anche di ricostruire una storia che non è stata scritta, una storia tutta da chiarire. Continua a leggere