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Emersioni vitali

di Patrizia Taccani*

 

“Navigare tra arcipelaghi”

Gabriel García Márquez scriveva: «La vita non è quella vissuta, ma quella che si ricorda e come la si ricorda per raccontarla». Questo convincimento (un paradosso solo apparente), conduce per mano il lettore del volume di Luciana Quaia “L’autobiografia nei servizi residenziali”. Certamente un pensiero molto simile deve avere avuto un suo posto privilegiato nella motivazione con cui le persone hanno partecipato ai laboratori di cui nel libro si parla. Laboratori definiti “artistici” perché generatori di bellezza. Una bellezza che non ha a che fare con i classici canoni estetici, quanto piuttosto con un profondo senso di benessere che rende lo sguardo capace di benevolenza verso se stessi, gli altri, il mondo. Una bellezza pacificatrice, in un certo senso. Nella lettura ci si può far condurre da questo filo di Arianna.

Ma prima di portare il lettore a vivere da vicino l’esperienza, l’Autrice affronta alcuni aspetti più generali che ne costituiscono la cornice: il tempo, la memoria, la narrazione. Chi conosce bene la vita nelle residenze per anziani, soprattutto chi vi lavora come operatore, sa quanto possa diventare una sfida quella di dare valore a queste tre componenti della vita personale degli ospiti.

A proposito del “tempo interiore” viene ricordato come esso debba fare i conti con “l’esperienza del dolore cronico e i distacchi da esso decretato a livello corporeo (malattia, non autosufficienza, mancanza di energia); a livello psicologico (depressione, anticipazione della morte); a livello relazionale e sociale (cambiamento di status).” (p.16). Come non domandarsi poi, se attivare la memoria di queste vecchie persone, far riemergere loro ricordi, non rischi di dilatare il senso di “disperazione” impedendo loro anche solo di avvicinarsi a quella “integrità dell’Io che Erickson ha posto come meta dell’ultima parte della vita umana? (p.18) Più semplice – ma solo in apparenza – “dare spazio alla parola”. Siamo infatti condizionati dallo stereotipo di un anziano che parla con tutti, “attacca bottone”, si aggrappa alla parola per infrangere la solitudine.  Tuttavia, se torniamo alle perdite inflitte dalla condizione di fragilità psicofisica individuale e dalla stessa vita istituzionale, dobbiamo arrenderci all’idea che coinvolgere le persone in un progetto che li veda protagonisti, voci narranti ma anche in ascolto di altre, non possa certo dirsi cosa semplice da realizzare. Occorre coraggio, occorre convinzione, ma anche molta esperienza maturata nei luoghi di cura e, infine, attrezzatura psicologica e tecnica accompagnate da forte creatività. Luciana Quaia ha iniziato con un un’operazione cognitiva ed emotiva personale complessa: andare oltre le apparenze, dimenticarsi quindi delle carrozzine stazionanti contro un muro, non badare ai passi lenti e strascicati, non farsi demotivare dai silenzi o dalle intermittenze di presenza cognitiva di alcuni ospiti. Ce lo conferma quando scrive: “Questo è quello che appare dell’arcipelago: solo la parte che affiora, direttamente visibile sotto forma di comportamenti e azioni, probabilmente evocatrice di tristi proiezioni. Ma di ogni arcipelago e delle sue diverse forme del soggiornare esiste un denominatore comune ed è relativo alla sua parte sommersa, quella che sta a ricordarci che anziché vedere si può solo ascoltare”. (p.8).

Una proposta che aiuta a superare i luoghi comuni

Troppo spesso, e soprattutto troppo a lungo, intorno al tema della vecchiaia si sono costruite immagini che la connotano in modo decisamente negativo, attribuendo tout court a questa condizione un destino di inesorabile perdita delle capacità psicofisiche, cognitive, sociali. Solo in anni più recenti questo stereotipo è stato seriamente posto in discussione. L’operazione di smantellamento dell’impalcatura di ciò che viene definito con il termine di ageism non può certo dirsi portata a compimento. Ancora sussistono atti di discriminazione delle persone in base alla loro età, ancora il ricovero in struttura (ma a volte anche l’isolamento nella propria casa) ci dicono come non sia facile far crescere una cultura che renda ogni paese un “paese per vecchi”. Sono quindi anche piccoli semi di una nuova cultura dell’invecchiamento, gettati nei territori più diversi, che possono gradualmente far germogliare il desiderio di oltrepassare gli stereotipi più consolidati e portare le persone a scoprire modi inediti con cui guardare e ascoltare i vecchi. E dunque, proprio la realizzazione del Laboratorio autobiografico presso un’istituzione per anziani ha in sé le potenzialità per un capovolgimento di ottica che porta gli operatori (ma anche i famigliari, i volontari) a passare dall’osservazione e dall’ annotazione dei “deficit” alla presa d’atto di ciò che rimane intatto nella persona, di ciò che può persino essere accresciuto e completato. Direbbe Hillman: la forza del carattere, quel quid che ti segnala come un essere unico, diverso da tutti gli altri. Quindi l’operare perché l’anziano riprenda in mano il bandolo di una vita passata attraverso prima lo sforzo, ma anche la libertà della memoria, e poi lo sforzo, ma anche la libertà della narrazione, può diventare un modo di prendersi cura di sé “in periodi esistenziali in cui accadono episodi cupi, bui, di frattura.” (p.19).  A questo proposito emerge un ricordo personale: negli ultimi tempi della vita di mia madre (non ancora anziana) rammento la cura con cui insieme – su sua richiesta- abbiamo rivisitato con la narrazione tutti i luoghi del cuore, soffermandoci sulle vacanze estive degli anni del dopoguerra. Là, evidentemente, nel contatto con la natura, in particolare con quello delle sue amate montagne, i giorni e le ore prendevano per lei – anche nel ricordo –  un senso ogni volta nuovo, più luminoso e pacificante.

Istruzioni per l’uso

L’Autrice dopo aver esplorato e dato conto con precisione di tutti i possibili “attrezzi” con cui svolgere Laboratori autobiografici, alla fine del volume ritorna ad avvisare i naviganti che vogliano avventurarsi in questo mare, indicando soprattutto il “lavoro su di sé” da affrontare in vista di ogni traversata e durante la traversata stessa. Suggerisco la lettura di questo capitolo “Il nocchiero dell’Arca” (pp.139-141), quasi come vademecum, prima di essere catturati dalle pagine che con passione e precisione portano la metodologia e i risultati di una straordinaria operatività: l’uso della poesia, ad esempio, strumento difficile da maneggiare, ma potente. Le parole escono lievi, da soggettive diventano corali, si tingono di ironia, emanano profumi ma sanno anche portare alla luce esperienze di grande sofferenza: allora si ascolta “la poesia che cura”. (p.73). O ancora, la ricerca nei cassetti della memoria dei luoghi più amati nella casa, del mobile-forziere, dei giochi e dei giocattoli fatti in casa, delle parole moderne e del loro corrispettivo antico ma non dimenticato. “Ricordandoci delle case e delle camere noi impariamo a dimorare in noi stessi…”.  Il nocchiero qui si fa aiutare dal filosofo Gaston Bachelard. È questo un capitolo che farei leggere alla generazione dei millenials perché parla di luoghi di ogni giorno, di oggetti amati e tenuti da conto, di giochi poveri, in una cornice così lontana dalla quotidianità consumistica nella quale si è entrati un po’ tutti, ma i ragazzi in particolare.  Altra strada si apre sui ricordi e sulla narrazione quando, a partire dal brainstorming intorno ai libri letti, conosciuti, amati, in un Laboratorio si è arrivati alla scelta della storia di Ulisse. Via via i punti cruciali del poema epico della Grecia antica diventano soste di pensiero per i partecipanti che sono invitati a uno sforzo di immedesimazione o in personaggi o in situazioni, ma anche di riattualizzazione nell’epoca attuale. Escono i ricordi più disparati, osservazioni sull’oggi, escono emozioni sopite che avevano solo bisogno di essere richiamate.  Chi di noi, arrivato all’ultima parte della propria vita, non è andato a rivisitare forse fugacemente, forse invece con tempo per sé più ampio, i passaggi cruciali legati alla propria crescita, rimettendo in luce figure di adulti fondamentali o eventi divenuti pietre miliari della propria esistenza? Un gruppo di anziani seguito da tempo da Luciana Quaia ha affrontato questo “viaggio a ritroso spinto sino agli anni dell’adolescenza, coincidenti con quelli della guerra e del dopoguerra e riconosciuti da tutti come uno dei momenti più sconvolgenti della storia e determinanti per sviluppare valori distanti da quelli odierni.”(p.95) Il lavoro autobiografico si può concludere con il racconto di una storia  collettiva che contenga quelle dei singoli, la narrazione porta alla scrittura .(Cap. 10).

Un lavoro complesso in un contesto complesso

“Ogni narrazione di sé ha bisogno dell’incontro con un ascoltatore capace di creare dialogo e sentimento di comunione.”. (p.139) Questa premessa chiarisce da sé il carattere di complessità che caratterizza ogni progetto dedicato a costruire e ricostruire anche solo frammenti della trama di un passato delle persone che vivono in una residenza. I soggetti che entrano in scena sono tanti, sono quelle vecchie persone approdate a un luogo diverso dalla propria dimora, un luogo quasi mai scelto. Sono individui unici nella loro identità, nella loro storia, anche se – lo abbiamo visto troppo spesso – lo sguardo medico-sociale tende a omologarli. Sono anche quelle persone fragili, spesso compromesse nella salute, a cui sino a quel momento nessuno aveva mai chiesto di “capire le proprie radici e diventare custodi di esperienze di un passato remoto” attraverso un percorso da fare con altri. (p.59).

Soggetti più di sfondo (ma solo in apparenza) sono i responsabili della residenza e tutti gli operatori. Ai primi spetta di valorizzare l’introduzione di un Laboratorio autobiografico tra le attività, ai colleghi quello di cooperare se necessario, ma anche di viverlo come un’opportunità fruttuosa per tutti. A questo proposito ricordo un bel libro di Giovanni Braidi, “Il corpo curante”, in cui viene analizzato l’intreccio tra responsabilità dei vertici e responsabilità dei singoli operatori per arrivare a forme di innovazione interna, possibili solo se “fecondate” da reciproca fiducia. Sì, perché anche il contesto presenta la sua complessità, qualche volta difficile anche solo da decifrare. Luciana Quaia mostra in filigrana come la conquista del credito da parte dei singoli anziani, poi quella da parte del gruppo, abbiano bisogno a loro volta di un clima organizzativo di accettazione e di positività.

Venendo agli esordi del viaggio, e restando nella metafora della navigazione, se nel progetto di un laboratorio l’aggancio con i singoli rappresenta uno scoglio da superare con l’attenzione a non incagliarsi nel rifiuto, nella passività, demotivazione, ma anche nelle possibili compromissioni della salute, un altro si profila quando si tratta di portare un gruppo di “quasi ignoti” a diventare capace di rassicurazione, di sostegno, di accettazione delle differenze. (pp.36-43).

 

Mi viene, a conclusione, il pensiero, che pur con le loro specificità, tuttavia i singoli Laboratori autobiografici di cui ha dato conto Luciana Quaia, abbiano in comune una qualità: quella di diventare luoghi in cui abita – forse brevemente, a volte più a lungo – la speranza di un cambiamento. Nel gruppo le persone vedono e sono viste, narrano e ascoltano la narrazione di altri. E quando lì accade che il respiro si faccia più ampio, che la persona inizi a scrutarsi con occhi nuovi, più benevoli, è pur vero che – senza saperlo –  sta invitando gli altri a fare lo stesso.

 

Riferimenti bibliografici

  • Borgna E., L’arcobaleno sul ruscello. Figure della speranza, Raffaello Cortina Editore, Milano 2018.
  • Braidi G., Il corpo curante, FrancoAngeli Editore, Milano 2002.
  • Hillman J., La forza del carattere, Adelphi, Milano 2000.
  • Marquez G.G., Vivere per raccontarla, Mondadori, Milano 2004.
  • Taccani P., “La vecchiaia: maneggiare con cura”, in Mariotti G., Berlincioni V., Senilità, Quaderni degli Argonauti, 29, 2015.

Psicologa, formatrice, redattrice di Prospettive Sociali e Sanitarie

I disturbi del sonno nella demenza, quali soluzioni?

di Francesca Morganti*, Bruno Cantini**

 

 

 

Il sonno riveste una funzione biologica molto importante per l’essere umano. Costituisce infatti il tempo necessario per il ripristino delle energie, oltre che quello necessario alle cellule nervose per smaltire tutta la produzione di scarti cerebrali che potrebbero risultare tossici per l’organismo. A questo scopo, le più recenti ricerche scientifiche mostrano come una corretta igiene del sonno svolga una funzione protettiva, soprattutto nel caso di insorgenza di malattie neurodegenerative (Zhang et al., 2014). La perdita di sonno sembra infatti determinare la morte di circa il 25% nelle cellule neuronali provocando al sistema nervoso un danno irreversibile (Sprecher et al., 2017). Nell’arco di vita le ore di sonno tendono ad occupare una porzione considerevole nell’infanzia e nell’adolescenza, a mantenersi stabili nell’età adulta e, infine, a ridursi nell’età anziana. Le modificazioni quantitative e qualitative osservabili nell’età anziana in un normale processo di invecchiamento si manifestano con un ritardo nell’ addormentamento, una riduzione della durata del sonno notturno, con un aumento della frammentazione del sonno (numerosi risvegli notturni) e con una maggiore tendenza al sonno durante il giorno. La maggior parte dei cambiamenti nel sonno legati all’età sono stabili dopo i 60 anni e riconducibili ad una diminuzione del sonno profondo, meglio definito come ad onde lente (Li, Vitiello, Gooneratne, 2018). Questi cambiamenti, oltre che dall’avanzare dell’età e dalla comorbidità con altre patologie, sono determinanti dalle numerose modifiche nello stile di vita e nell’impegno sociale delle persone in età anziana.

Recentemente in ambito sanitario è stato possibile osservare un quadro di forte correlazione tra i disturbi del sonno e il processo neurodegenerativo patologico, con particolare attenzione alle demenze. Se da un lato, infatti, le disfunzioni del sonno rappresentano un marcatore precoce di degenerazione neuronale (Shi et al., 2018), dall’altra le stesse alterazioni del ritmo sonno-veglia sono da considerarsi parte integrante del processo neurodegenerativo. Nei differenti quadri dementigeni, pertanto, è possibile osservare differenti modalità di disgregazione dl ritmo sonno-veglia (Guarnieri et al., 2012). Nella demenza di Alzheimer l’incidenza alterazione del ciclo sonno-veglia è circa del 66% e si manifesta con frequenti risvegli notturni, massima agitazione nelle ore serali, sonno eccessivo durante il giorno, e difficoltà nell’addormentamento. Inoltre, i disturbi del sonno includono anche disturbi comportamentali, quali vagabondaggio notturno, agitazione, aggressività, confusione e disorientamento. Altre condizioni che possono contribuire alla frammentazione del sonno in pazienti con Alzheimer includono disturbi periodici del movimento degli arti, sindrome delle gambe senza riposo e sindrome da apnea ostruttiva del sonno. In un’altra forma di demenza largamente diffusa, la demenza cardio-vascolare, è generalmente l’apnea ostruttiva che si manifesta durante il sonno a costituire il più frequente disturbo del ritmo sonno-veglia. Alcuni studi mostrano anche che proprio il manifestarsi di una marcata sonnolenza diurna possa essere fortemente predittiva per l’insorgenza di una demenza cardio-vascolare. Nella forma di demenza che colpisce maggiormente le aree frontali e temporali della corteccia cerebrale, infine, alcuni studi hanno mostrato che il 76% dei pazienti con questa tipologia di demenza soffre di disturbi del sonno caratterizzato essenzialmente da un aumento dell’attività motoria notturna e una diminuzione di quella mattutina. Anche nella fase di possibile transizione tra un declino cognitivo lieve (definito in inglese Mild Cognitive Impairment e conosciuto internazionalmente con la sigla MCI) e una demenza conclamata si osserva una prevalenza di disturbi del sonno circoscritti l’ultima delle 5 fasi macroscopiche in cui è diviso il sonno stesso (Wolpert, 1969) caratterizzato da totale immobilità motoria e rapidi movimenti oculari – in inglese Rapid Eye Movement da cui l’acronimo REM (McKinnon et al., 2014).

Le difficoltà di gestione nella fase notturna, che scaturiscono a partire dal manifestarsi dei disturbi del sonno nella persona con demenza, costituiscono spesso uno dei principali ostacoli alla convivenza famigliare. Generano, infatti, eccessiva stanchezza in coloro che si prendono cura del malato e generalmente aggravano problemi già presenti all’interno della relazione di cura. A partire da questa situazione, spesso, chi è responsabile della maggior parte del carico assistenziale, non riuscendo a sopportare il costante bisogno di cure ed attenzioni dell’assistito, propende per una precoce istituzionalizzazione della persona con demenza.

Con l’obiettivo di fornire un supporto professionale alla corretta gestione dei disturbi del sonno nella demenza nel 2019 nasce il Centro Notturno Alzheimer (CNA) presso l’istituto Caprotti Zavaritt di Gorle (BG) ad opera di Bergamo Sanità, con la supervisione scientifica del Dipartimento di Scienze Umane e Sociali dell’Università di Bergamo. Il centro ha come principale obiettivo quello di fornire una soluzione personalizzata al ripristino della qualità del sonno notturno in persone con demenza attraverso la presa in carico del paziente da parte di una equipe multidisciplinare (medico geriatra, psicologo, educatore, oss e fisioterapista). L’intero percorso viene sviluppato e costantemente monitorato da una cabina di regia costituita dai diversi attori del progetto[1]. Dopo una prima valutazione a domicilio che comprende, oltre alla visita geriatrica, anche un’analisi delle dimensioni relazionali e ambientali che determinano le condizioni di riposo del malato, quest’ultimo viene accolto presso il CNA in orario notturno (dalle 20 alle 8 del mattino dopo, per un massimo di 10 notti consecutive). In questa fase gli operatori qualificati, propongono all’assistito buone pratiche personalizzate volte al ripristino di una corretta igiene del sonno e trattamenti non farmacologici appositamente calibrati per favorirne il rilassamento e il riposo notturno. Al termine di questo percorso, con il rientro definitivo a domicilio, ha inizio la fase di monitoraggio dei risultati raggiunti e un tutoraggio rivolto ai familiari/caregiver per favorire la continuità dei risultati raggiunti al CNA.

Come servizio innovativo e, ad oggi, unico in Italia, il CNA è oggetto di osservazione sperimentale da parte di Università di Bergamo al fine di comprovarne la validità scientifica dei metodi e trattamenti non farmacologici utilizzati. Nella sua fase pilota questa sperimentazione ha osservato l’accesso di 14 pazienti con diagnosi di demenza, di cui 6 hanno mostrato di soddisfare i criteri di inclusione previsti dal protocollo. Questi ultimi sono stati valutati in ingresso e in uscita attraverso scale standardizzate volte ad indagare i disturbi del ritmo sonno-veglia (Pittsburgh Sleep Quality index, Curcio et al. 2013) e i disturbi comportamentali nella demenza (Neuro Psychiatric Inventory – NPI-Diario, Morganti et al. 2018) con particolare attenzione alle dimensioni di agitazione, irritabilità e qualità del sonno. I dati raccolti, seppur in un campione troppo esiguo per poter mostrare alcuna significatività statistica, hanno evidenziato delle variazioni nelle componenti comportamentali sopra descritte e modificazioni sostanziali nell’ora di addormentamento e nel numero di ore dormite per notte. Questi primi risultati sembrano essere in linea con gli studi internazionali che riportano un miglioramento clinico nelle persone con demenza a seguito di un intervento professionale focalizzato al ripristino di una buona igiene del sonno (Kinnunen, Vikhanova, Livingston, 2017). Inoltre, la valutazione delle modifiche delle abitudini a domicilio, monitorate attraverso apposite schede osservative definite nel protocollo, ha mostrato come, qualora i familiari dei pazienti presi in carico dal CNA abbiano seguito le indicazioni fornite loro nella fase a domicilio, i pazienti sembrano aver stabilizzato il loro ritmo sonno veglia ripristinando una buona qualità del sonno.

Con lo specifico obiettivo di monitorare puntualmente lo stato di agitazione/riposo della persona con demenza nelle fasi a domicilio (diurne e pre-post CNA) evitando il più possibile interferenze da parte degli operatori, nella successiva fase di sperimentazione che avrà inizio nei prossimi mesi, il monitoraggio continuo della condizione di movimento (veglia) e di marcata riduzione di movimento (sonno) verrà effettuata con actigrafia (monitoraggio protratto) a cura di AVANIX-OiX Care. In questo modo si potrà valutare quantitativamente, oltre che qualitativamente, il ritmo sonno-veglia della persona con demenza e le sue variazioni in seguito a trattamento. Questa valutazione non verrà circoscritta solo alle fasi pre-post inserimento al centro, ma anche durate la stessa presa in carico, analizzando con maggiore puntualità se gli interventi volti a favorire una igiene del sonno nel paziente durante le fasi notturne al CNA stanno avendo un effetto immediato nelle fasi diurne di ritorno al domicilio.

In conclusione, possiamo affermare che l’intervento previsto dal CNA, nella sua proposta innovativa, ha l’obiettivo di far fronte ad un problema che troppo spesso viene posto in secondo piano nel trattamento dei sintomi che affliggono le persone con demenza, ma che si è visto avere un forte impatto sulla relazione tra malato e caregiver fino a provocarne, a volte, una non corretta gestione a domicilio. Contemporaneamente, l’istituzione di un centro specializzato per il trattamento non farmacologico dei disturbi sonno-veglia nella persona con demenza, che utilizza tecnologie innovative per la raccolta dei dati e si sottopone a validazione scientifica degli interventi, è da considerarsi pionieristico nel panorama nazionale.

 

Bibliografia

  • Curcio, G., Tempesta, D., Scarlata, S., Marzano, C., Moroni, F., Rossini, P. M., … & De Gennaro, L. (2013). Validity of the Italian version of the Pittsburgh sleep quality index (PSQI). Neurological Sciences34(4), 511-519.
  • Guarnieri, B., Adorni, F., Musicco, M., Appollonio, I., Bonanni, E., Caffarra, P., … & Ferrara, S. (2012). Prevalence of sleep disturbances in mild cognitive impairment and dementing disorders: a multicenter Italian clinical cross-sectional study on 431 patients. Dementia and geriatric cognitive disorders33(1), 50-58.
  • Kinnunen, K. M., Vikhanova, A., & Livingston, G. (2017). The management of sleep disorders in dementia: an update. Current opinion in psychiatry30(6), 491-497.
  • Li, J., Vitiello, M. V., & Gooneratne, N. S. (2018). Sleep in normal aging. Sleep medicine clinics13(1), 1-11.
  • McKinnon, A., Terpening, Z., Hickie, I. B., Batchelor, J., Grunstein, R., Lewis, S. J., & Naismith, S. L. (2014). Prevalence and predictors of poor sleep quality in mild cognitive impairment. Journal of geriatric psychiatry and neurology27(3), 204-211.
  • Morganti, F., Soli, A., Savoldelli, P., & Belotti, G. (2018). The Neuropsychiatric Inventory-Diary Rating Scale (NPI-Diary): A Method for Improving Stability in Assessing Neuropsychiatric Symptoms in Dementia. Dementia and geriatric cognitive disorders extra8(3), 306-320.
  • Polenick, C. A., Leggett, A. N., Maust, D. T., & Kales, H. C. (2018). Medical care tasks among spousal dementia caregivers: links to care-related sleep disturbances. The American Journal of Geriatric Psychiatry26(5), 589-597.
  • Shi, L., Chen, S. J., Ma, M. Y., Bao, Y. P., Han, Y., Wang, Y. M., … & Lu, L. (2018). Sleep disturbances increase the risk of dementia: a systematic review and meta-analysis. Sleep medicine reviews40, 4-16.
  • Sprecher, K. E., Koscik, R. L., Carlsson, C. M., Zetterberg, H., Blennow, K., Okonkwo, O. C., … & Bendlin, B. B. (2017). Poor sleep is associated with CSF biomarkers of amyloid pathology in cognitively normal adults. Neurology89(5), 445-453.
  • Wolpert, E. A. (1969). A Manual of Standardized Terminology, Techniques and Scoring System for Sleep Stages of Human Subjects. Archives of General Psychiatry20(2), 246-247.
  • Zhang, J., Zhu, Y., Zhan, G., Fenik, P., Panossian, L., Wang, M. M., … & Veasey, S. (2014). Extended wakefulness: compromised metabolics in and degeneration of locus ceruleus neurons. Journal of Neuroscience34(12), 4418-4431.

 

*Professore associato di Psicobiologia e Psicologia fisiologica presso il Dipartimento di Scienze Umane e Sociali dell’Università di Bergamo.

**Assistente sociale specialista.

***Sono parte della cabina di regia Luca Fasulo (Presidente Istituto RSA Caprotti Zavaritt), Delia Zanga (Consigliere Istituto RSA Caprotti Zavaritt), Paolo Versace (Direttore Istituto RSA Caprotti Zavaritt), Stefano Ghilardi (Presidente Cooperativa Bergamo Sanità), Giancarlo Magoni (Medico Geriatra Cooperativa Bergamo Sanità), Vanna Cerin (Oss referente Cooperativa Bergamo Sanità), Bruno Cantini (Project Manager Cooperativa Bergamo Sanità), Ivo Cilesi (Consulente supervisore, Presidente IER), Francesca Morganti (Consulente scientifico Università di Bergamo), Maurizio Brignoli (Co-founder CTO Avanix srl).

Storie di esenzioni

di Davide Pizzi*

 

Dal 1° aprile 2019 si rinnovano, come ogni anno, ai sensi del D.M. 11/12/2009, le esenzioni per motivi di reddito dal pagamento del ticket per le visite e gli esami specialistici, e per l’acquisto dei farmaci; mentre le esenzioni per motivi diversi dal reddito (patologia, invalidità, ecc.) continuano ad essere valide. Se si desidera perciò rinnovare le esenzioni per motivo di reddito, bisogna recarsi presso gli sportelli individuati da ogni Azienda Sanitaria Locale per autocertificare la situazione economica, ed ottenere il nuovo certificato di esenzione che sarà valido per un altro anno, fino al 31/3/2020. Continua a leggere

Il tassista si è perso

di Pierluigi Emesti*

Nella via dove abito vedo ormai da parecchi mesi un tassista che nel corso di questi anni ho visto diventare vecchio insieme alla propria Fiat 128 gialla.

Sì, ormai in pochi si ricordano che i taxi un tempo erano gialli a Milano, ma questa 128 resiste ancora indomita e il suo proprietario, sebbene non eserciti più e abbia tolto le insegne dalla macchina, continua con tanta attenzione a prendersene cura.

Quotidianamente la spolvera e la tiene in ordine, ogni tanto la accende e sente il suono della sua compagna di tanto tempo.

Ultimamente questo signore passa sempre più tempo seduto all’interno dell’abitacolo,  lo vedo parlare da solo, come se si stesse rivolgendo ad un invisibile cliente.

A volte invece sta zitto e si guarda in giro, osserva ciò che si svolge all’esterno della sua vettura.

Pare che si trovi molto bene, protetto dal mondo esterno e dal tempo che passa. Continua a leggere

Dalla comunicazione alla convivenza: un cambiamento di prospettiva nella cura delle persone con demenza

di Pietro Vigorelli*

 

I disturbi del linguaggio, insieme a quelli di memoria, di riconoscimento e di orientamento sono alla base delle difficoltà di comunicazione tra le persone che vivono con demenza, i familiari e gli operatori. Quando il paziente parla e non viene capito, quando ascolta e non capisce quello che viene detto nasce un problema di comunicazione che interferisce in modo negativo sulla sua qualità di vita. Lo stesso succede quando l’operatore parla senza essere capito e quando ascolta le parole malate del paziente e non riesce a capirle. Il disturbo di comunicazione genera sofferenza e da più parti vengono fatti tentativi per migliorare la comunicazione e ridurre la sofferenza. Continua a leggere