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Lettera aperta di un assistente sociale

di Michela Barbieri*

In questi giorni difficili, mentre la diffusione dell’epidemia ha portato a sempre più ristrette misure di protezione, c’è chi continua a lavorare per garantire i “servizi essenziali”. Si sentono giustamente ringraziare frequentemente i medici e gli infermieri che sono attivi in prima linea. Molto meno, e a mio modesto parere significativamente troppo poco, si parla degli operatori sociosanitari.

È evidente che è difficile ringraziare e valorizzare l’operato di tutte le figure attive nel garantire adeguata assistenza alle persone che ne hanno bisogno, dove certo non meno valore hanno ad esempio i tecnici di laboratorio, il personale ausiliario o i volontari che si attivano al fine di prendersi cura della propria società. Nonostante ciò, credo che l’importanza del ruolo e il numero di professionisti coinvolti sia valida ragione per imporci di inserire tra le figure da ringraziare quotidianamente quella degli operatori sociosanitari.

Questi professionisti non fanno un lavoro stimato come medici e infermieri, non hanno la loro retribuzione oraria, hanno una mansione più “umile” e sono spesso gli ultimi nominati nell’elenco delle figure che si prendono cura della persona, ma sono spesso le figure in assoluto più in prima linea.

Pur riconoscendo la rilevanza del ruolo anche nell’ambito ospedaliero, dove in questo momento la situazione è grave e difficile e dove l’operatore sociosanitario rappresenta, al pari del medico e dell’infermiere, un ruolo essenziale e indispensabile all’interno di un’équipe dove sono condivisi strumenti, procedure e competenze, è nell’ambito domiciliare che voglio portare l’attenzione al ruolo e alla condizione di lavoro di questa figura professionale.

Io non sono operatrice sociosanitaria. Parlo da coordinatrice orgogliosa di un gruppo di grandi professioniste che operano a domicilio: loro sono i veri soldati in trincea. Senza un confronto quotidiano con un’équipe multiprofessionale alle spalle, con maggiore difficoltà nella gestione delle misure di protezione personale dove l’attività si svolge in base alle condizioni familiari e abitative in modo più o meno pericoloso, dove quindi il rischio di contagio è più alto.

Ognuno di noi deve pensare che nel proprio Comune ci sono persone che mettono a rischio la propria salute e quella dei loro familiari, con timore e preoccupazione, per garantire i servizi assistenziali essenziali alle persone in condizioni di fragilità e/o non autosufficienza.

Professionisti della cura, che nonostante la “bardatura”, s’impegnano a garantire non solo l’intervento essenziale, ma quella relazione di cura, di sostegno, di cui le famiglie già in difficoltà (e ora ancor più sole) hanno estremo bisogno. A loro va riconosciuto il grande operato svolto.

Chiedo alle famiglie che sono beneficiarie della loro assistenza di riconoscere e rispettare il loro ruolo, aiutandole a tutelarsi: predisporre quanto necessario in modo che trovino tutto pronto e il loro intervento nel domicilio sia più breve possibile; relazionarsi ed entrare in contatto con loro solo da parte del referente, evitando i contatti con chiunque altro sia in casa (stando magari in stanze dove loro non devono entrare); garantire adeguata igiene e arieggiamento degli ambienti.

D’altro canto chiedo altrettanta attenzione alle assistenti sociali che si occupano di definire i casi da seguire e le attività da svolgere: chiedo di riconoscere il loro valore anche di persona da tutelare, attivandole per i soli servizi indispensabili e sospendendo tutti quelli non strettamente necessari, a tutela di ambo le parti; chiedo di dare loro un maggiore spazio di ascolto, dove possano essere accolte le preoccupazioni di chi non può tutelarsi con lo smart working o restando a casa; chiedo di essere sempre pronte e tempestive nel confronto quando ci sono timori rispetto al contagio con loro e con i loro coordinatori che si occupano di garantire la loro sicurezza in quanto lavoratori.

Agli operatori sociosanitari va in particolare il mio pensiero e chiedo, se gliene arriverà la voce, anche al Clero e al Papa di fare una preghiera particolare per loro che ogni giorno si prendono cura di chi ne ha bisogno nell’ambiente più importante e più difficile di tutti: nelle nostre case.

Parlo inoltre da collega di un gruppo numeroso di professionisti che operano nel settore residenziale, dove le famiglie non possono più portare fisicamente il loro affetto ai cari che vi ci vivono e dove questo affetto è portato quotidianamente dagli operatori, dai fisioterapisti, dai medici, dai logopedisti, dagli infermieri, dagli educatori, dai coordinatori che si stanno prodigando per colmare questa lacuna, attraverso innovativi sistemi di contatto con i familiari e con un’attenzione e una cura ancora maggiore all’assistito come al familiare che rimane chiuso all’esterno.

Se fin troppo spesso dai mass media le strutture residenziali sono presentate come luoghi di abbandono, è fondamentale ricordare che tale rappresentazione è invece reduce di stereotipi che non rispondono alla categoria attuale nel suo complesso. È fondamentale ricordare che il domicilio è dove la persona vive, anche se è una struttura residenziale, e per tale ragione è da riconoscere l’operato di chi in questi giorni difficili si occupa di garantire sicurezza, salute e affetto a chi vive in queste grandi “case”.

Questa mia lettera non è esaustiva di tutti gli ambiti d’intervento, né dei pensieri e riflessioni che si possono spendere sul tema. Ci tenevo però a condividere questo pensiero con la più ampia cittadinanza perché, davvero in ogni città, gli operatori sociosanitari stanno garantendo un servizio che non può e non deve essere dimenticato, sottovalutato e dato per scontato.

A tutti loro, da parte mia, un sentito ringraziamento e la mia massima stima.

*Assistente sociale

 

Ndr: Sul tema “Emergenza Coronavirus” e servizi e professioni sociali segnaliamo che su Welforum.it stanno uscendo molti articoli raccolti nel Punto di Welforum: “Emegrenza Coronavirus: tempi di precarieà”.

I rapporti Unione Europea/Italia ai tempi del Coronavirus

di Anna Tempia*

Questa scheda è stata pensata alla vigilia dell’incontro tra il Governo italiano, il Ministro della Salute Speranza, e la missione congiunta degli esperti dell’ECDC (1) e del WHO Europe (2) sull’impatto del coronavirus in Italia.

Si tratta di un incontro promosso in accordo con le autorità italiane. L’intento di questa scheda è quello di evidenziare alcuni aspetti positivi e da rafforzare a proposito di come si sta affrontando la lotta contro questo virus. Essi sono:

  • La forte presa di posizione del Governo Conte nel coordinare i governatori delle Regioni italiane.
  • Il legame tra l’UE e lo Stato nazionale Italia in questa circostanza.

Sappiamo infatti che la lotta contro la diffusione del coronavirus in Italia può essere resa difficile anche dal fatto che il nostro Servizio Sanitario Nazionale, nato in modo unitario nel 1978, è costituito da 20 Servizi Sanitari Regionali (SSR), che oggi hanno profili istituzionali e organizzativi non omogenei e specificità proprie. Dal punto di vista dell’offerta, si può dire che i cambiamenti che in gran parte “accomunano” i SSR si misurano sulla riduzione dei posti letto ospedalieri e sulla contrazione dei servizi sanitari territoriali pubblici, all’interno di un modello cosiddetto “misto pubblico/privato” che ha visto una crescente presenza di operatori privati su entrambi i fronti. Le “differenze” tra i SSR sono da attribuire non solo all’impatto della contrazione dei finanziamenti ai SSR (soprattutto nelle regioni in piano di rientro), ma anche ad importanti scelte di politica sanitaria. Esse hanno riguardato soprattutto: a) il grado di “aziendalizzazione” dell’impianto del SSR, b) l’ampiezza del ricorso agli accreditamenti e alla contrattualizzazione degli operatori privati e in parallelo il grado di depotenziamento degli operatori pubblici del SSR, c) l’impianto per realizzare la “Presa in carico dei malati cronici” che comporta un notevole impegno finanziario, d) l’incidenza del mercato assicurativo, e) la presenza di operatori privati non accreditati e non contrattualizzati dal SSR che operano direttamente sul mercato della salute. Questi sono i principali fattori che hanno concorso a ridisegnare la fisionomia di ogni SSR, fino a farla talvolta diventare un composito “sistema”, come del resto la Lombardia continua a denominare il suo Servizio sanitario regionale. Tutto ciò rende ancora maggiore l’esigenza di un coordinamento a livello nazionale.

Oggi, in presenza del coronavirus in Italia, assistiamo al fatto che sono le strutture pubbliche dei Servizi sanitari regionali ad essere in prima linea nella lotta contro questa emergenza. Non possiamo che essere riconoscenti per il lavoro e l’abnegazione con cui medici, infermieri e ricercatori delle strutture pubbliche si stanno adoperando in questa sfida. Ma auspichiamo anche che il settore pubblico riceva i riconoscimenti e gli aiuti che si merita, nonché tutte le misure necessarie per salvaguardare la salute di chi lavora per contrastare l’emergenza del coronavirus.

Questa scheda prosegue con alcune note informative/valutative su UE/Italia.

Perché l’UE c’entra con l’Italia a proposito del corona virus?

Intanto è bene precisare che l’UE “non definisce le politiche sanitarie, né l’organizzazione e la fornitura di servizi sanitari e di assistenza medica. La sua azione serve invece a integrare le politiche nazionali e a sostenere la cooperazione tra gli Stati membri nel settore della sanità pubblica” (3).

La sanità non rientra tra le competenze esclusive dell’UE, ma rientra tra: a) le competenze dette “concorrenti” (per quanto riguarda “i problemi comuni di sicurezza in materia di sanità pubblica, limitatamente agli aspetti definiti dal TFUE, Tr Lisbona 2009”) e b) le competenze dette “di sostegno” (per quanto riguarda “la tutela e il miglioramento della salute umana”). Ciò significa che, in base ai principi fondamentali di proporzionalità e di sussidiarietà stabiliti dai Trattati e a cui si ispira l’UE , l’azione dell’UE è possibile se c’è il coinvolgimento da parte dei singoli Stati membri.

In presenza del coronavirus in Europa, l’UE invita quindi gli Stati membri a collaborare non solo perché la protezione della salute pubblica è un diritto di tutti i cittadini europei – e solo con un lavoro comune possiamo far fronte a questa emergenza – ma anche perché il suo contributo non può arrivarci d’ufficio, anche se lo volessimo invocare o pretendere (non avendo l’ UE su questa materia una competenza “esclusiva”).

Questo “coinvolgimento collaborativo” tra Stati membri e UE si sostanzia in due modi:

  1. Sui “problemi comuni di sicurezza in materia di sanità pubblica” (competenza concorrente), sia l’UE, sia i paesi dell’UE possono legiferare e adottare atti giuridicamente Quando provvede l’UE, nella formazione di questi provvedimenti sono a volta a volta coinvolti la Commissione, il Consiglio dei Ministri, il Consiglio e il Parlamento Europeo. L’UE esercita la sua competenza là dove gli Stati membri hanno deciso di non esercitarla, ovvero quando l’intervento degli Stati membri non è sufficiente a realizzare il risultato da raggiungere.
  2. Per la “tutela e il miglioramento della salute umana” (competenza di sostegno) l’UE può solamente sostenere, coordinare o completare l’azione dei paesi dell’UE.

Queste note sembrano utili poiché i notiziari non hanno dato sufficiente notizia dell’incontro del 25 febbraio e un autorevole membro del Consiglio Superiore della Sanità, in un programma successivo, ne ha accennato in modo generico, come per tranquillizzare l’opinione pubblica contro il timore di ingerenze o di controlli da parte dell’UE.

In realtà, l’UE svolge un compito istituzionalmente previsto e lo sta facendo nei limiti definiti dai Trattati. Se l’UE in questi anni non ha elaborato una serie di standard e di linee comuni in materia di sanità – come pure sarebbe possibile e auspicabile – ciò si deve alla resistenza opposta dai governi degli Stati membri, gelosi della propria autonomia in materia (4).

Cosa ha fatto l’UE per gli Stati membri a proposito del coronavirus ?

Ecco alcuni flash. La Commissione tramite il Meccanismo europeo di protezione civile sta cofinanziando il rientro dei cittadini europei da Wuhan (5).

Il 31 gennaio 2020 l’UE ha annunciato uno stanziamento di 10 milioni di euro a sostegno della ricerca sul coronavirus  da assegnare attraverso il programma “ricerca e innovazione” del Fondo europeo Horizon.

La situazione è seguita dal Commissario europeo Janez Lenarcic (commissario europeo per la gestione delle crisi) e dalla Commissaria europea alla salute, Stella Kyriakides, con il monitoraggio costante dell’ECDC. Da sabato 22 febbraio 2020 (6) hanno stabilito rapporti molto stretti e continui con le autorità italiane. Quindi la missione congiunta con gli esperti ECDC/WHO Europe del 25 febbraio in Italia è assolutamente tempestiva ed è auspicabile che costituisca una buona base di partenza per integrare le forze a livello europeo (e non solo) nelle azioni per combattere il coronavirus.

Prospettive

L’azione di coordinamento degli interventi delle Regioni da parte del governo Conte è importante sia per le sue ricadute a livello interno, sia per il raccordo con l’UE. Non è pensabile che le singole regioni italiane pretendano di muoversi autonomamente, ignorando i criteri comuni che lo Stato ha il diritto e il dovere di mettere a punto, in particolare in casi di emergenza sanitaria come quello in corso. Si auspica che attraverso questo coordinamento, il governo italiano possa anche indirizzare i suoi interventi e quelli dell’UE (compresi quelli finanziari come l’accesso al Fondo Horizon) in modo mirato al sostegno dell’impianto pubblico ( con le relative strutture) dei Servizi sanitari regionali.

È vero che il primo incontro del Consiglio europeo (di febbraio) sull’insufficienza del bilancio europeo si è concluso male. Ma questo non ci deve meravigliare né scoraggiare. In passato c’è voluto anche un anno e mezzo per arrivare ad un compromesso accettabile.

 

Note

  1. European Centre for Disease Prevention and Control (ECDC è il Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie) è una Agenzia dell’UE che valuta e controlla le minacce di malattie emergenti per coordinarne la risposta, supportando i governi nazionali. Aggiorna continuamente le valutazioni di rischio del corona virus nei paesi europei, in Cina e nel Mondo. Vedi il “Current risk assessment on the novel coronavirus situation, 24 february 2020” che contiene anche la valutazione del rischio in Italia.
  2. WHO/EUROPE è uno dei sei Uffici Regionali della World Health Organization. Ha sede a Copenahgen
  3.  Ripartizione delle competenze in seno all’Unione europea. Sanità pubblica.
  4. A questo proposito, v. Federico Fubini, Perché l’Europa può fare di più, in Corriere della Sera, 25 febbraio 2020.
  5. Il meccanismo europeo di protezione civile rientra tra le competenze di sostegno dell’UE. Sta cofinanziando i costi di trasporto da Wuhan dei cittadini europei in Europa ( voli organizzati dalla Francia il 31 gennaio 2020, dalla Germania il 2 febbraio e dalla Gran Bretagna il 9 febbraio, dopo l’uscita dalla UE).
  6. Solo la sera precedente si era avuta notizia dei primi casi accertati in Italia di persone colpite da corona virus.

*Sociologa

I disturbi del sonno nella demenza, quali soluzioni?

di Francesca Morganti*, Bruno Cantini**

 

 

 

Il sonno riveste una funzione biologica molto importante per l’essere umano. Costituisce infatti il tempo necessario per il ripristino delle energie, oltre che quello necessario alle cellule nervose per smaltire tutta la produzione di scarti cerebrali che potrebbero risultare tossici per l’organismo. A questo scopo, le più recenti ricerche scientifiche mostrano come una corretta igiene del sonno svolga una funzione protettiva, soprattutto nel caso di insorgenza di malattie neurodegenerative (Zhang et al., 2014). La perdita di sonno sembra infatti determinare la morte di circa il 25% nelle cellule neuronali provocando al sistema nervoso un danno irreversibile (Sprecher et al., 2017). Nell’arco di vita le ore di sonno tendono ad occupare una porzione considerevole nell’infanzia e nell’adolescenza, a mantenersi stabili nell’età adulta e, infine, a ridursi nell’età anziana. Le modificazioni quantitative e qualitative osservabili nell’età anziana in un normale processo di invecchiamento si manifestano con un ritardo nell’ addormentamento, una riduzione della durata del sonno notturno, con un aumento della frammentazione del sonno (numerosi risvegli notturni) e con una maggiore tendenza al sonno durante il giorno. La maggior parte dei cambiamenti nel sonno legati all’età sono stabili dopo i 60 anni e riconducibili ad una diminuzione del sonno profondo, meglio definito come ad onde lente (Li, Vitiello, Gooneratne, 2018). Questi cambiamenti, oltre che dall’avanzare dell’età e dalla comorbidità con altre patologie, sono determinanti dalle numerose modifiche nello stile di vita e nell’impegno sociale delle persone in età anziana.

Recentemente in ambito sanitario è stato possibile osservare un quadro di forte correlazione tra i disturbi del sonno e il processo neurodegenerativo patologico, con particolare attenzione alle demenze. Se da un lato, infatti, le disfunzioni del sonno rappresentano un marcatore precoce di degenerazione neuronale (Shi et al., 2018), dall’altra le stesse alterazioni del ritmo sonno-veglia sono da considerarsi parte integrante del processo neurodegenerativo. Nei differenti quadri dementigeni, pertanto, è possibile osservare differenti modalità di disgregazione dl ritmo sonno-veglia (Guarnieri et al., 2012). Nella demenza di Alzheimer l’incidenza alterazione del ciclo sonno-veglia è circa del 66% e si manifesta con frequenti risvegli notturni, massima agitazione nelle ore serali, sonno eccessivo durante il giorno, e difficoltà nell’addormentamento. Inoltre, i disturbi del sonno includono anche disturbi comportamentali, quali vagabondaggio notturno, agitazione, aggressività, confusione e disorientamento. Altre condizioni che possono contribuire alla frammentazione del sonno in pazienti con Alzheimer includono disturbi periodici del movimento degli arti, sindrome delle gambe senza riposo e sindrome da apnea ostruttiva del sonno. In un’altra forma di demenza largamente diffusa, la demenza cardio-vascolare, è generalmente l’apnea ostruttiva che si manifesta durante il sonno a costituire il più frequente disturbo del ritmo sonno-veglia. Alcuni studi mostrano anche che proprio il manifestarsi di una marcata sonnolenza diurna possa essere fortemente predittiva per l’insorgenza di una demenza cardio-vascolare. Nella forma di demenza che colpisce maggiormente le aree frontali e temporali della corteccia cerebrale, infine, alcuni studi hanno mostrato che il 76% dei pazienti con questa tipologia di demenza soffre di disturbi del sonno caratterizzato essenzialmente da un aumento dell’attività motoria notturna e una diminuzione di quella mattutina. Anche nella fase di possibile transizione tra un declino cognitivo lieve (definito in inglese Mild Cognitive Impairment e conosciuto internazionalmente con la sigla MCI) e una demenza conclamata si osserva una prevalenza di disturbi del sonno circoscritti l’ultima delle 5 fasi macroscopiche in cui è diviso il sonno stesso (Wolpert, 1969) caratterizzato da totale immobilità motoria e rapidi movimenti oculari – in inglese Rapid Eye Movement da cui l’acronimo REM (McKinnon et al., 2014).

Le difficoltà di gestione nella fase notturna, che scaturiscono a partire dal manifestarsi dei disturbi del sonno nella persona con demenza, costituiscono spesso uno dei principali ostacoli alla convivenza famigliare. Generano, infatti, eccessiva stanchezza in coloro che si prendono cura del malato e generalmente aggravano problemi già presenti all’interno della relazione di cura. A partire da questa situazione, spesso, chi è responsabile della maggior parte del carico assistenziale, non riuscendo a sopportare il costante bisogno di cure ed attenzioni dell’assistito, propende per una precoce istituzionalizzazione della persona con demenza.

Con l’obiettivo di fornire un supporto professionale alla corretta gestione dei disturbi del sonno nella demenza nel 2019 nasce il Centro Notturno Alzheimer (CNA) presso l’istituto Caprotti Zavaritt di Gorle (BG) ad opera di Bergamo Sanità, con la supervisione scientifica del Dipartimento di Scienze Umane e Sociali dell’Università di Bergamo. Il centro ha come principale obiettivo quello di fornire una soluzione personalizzata al ripristino della qualità del sonno notturno in persone con demenza attraverso la presa in carico del paziente da parte di una equipe multidisciplinare (medico geriatra, psicologo, educatore, oss e fisioterapista). L’intero percorso viene sviluppato e costantemente monitorato da una cabina di regia costituita dai diversi attori del progetto[1]. Dopo una prima valutazione a domicilio che comprende, oltre alla visita geriatrica, anche un’analisi delle dimensioni relazionali e ambientali che determinano le condizioni di riposo del malato, quest’ultimo viene accolto presso il CNA in orario notturno (dalle 20 alle 8 del mattino dopo, per un massimo di 10 notti consecutive). In questa fase gli operatori qualificati, propongono all’assistito buone pratiche personalizzate volte al ripristino di una corretta igiene del sonno e trattamenti non farmacologici appositamente calibrati per favorirne il rilassamento e il riposo notturno. Al termine di questo percorso, con il rientro definitivo a domicilio, ha inizio la fase di monitoraggio dei risultati raggiunti e un tutoraggio rivolto ai familiari/caregiver per favorire la continuità dei risultati raggiunti al CNA.

Come servizio innovativo e, ad oggi, unico in Italia, il CNA è oggetto di osservazione sperimentale da parte di Università di Bergamo al fine di comprovarne la validità scientifica dei metodi e trattamenti non farmacologici utilizzati. Nella sua fase pilota questa sperimentazione ha osservato l’accesso di 14 pazienti con diagnosi di demenza, di cui 6 hanno mostrato di soddisfare i criteri di inclusione previsti dal protocollo. Questi ultimi sono stati valutati in ingresso e in uscita attraverso scale standardizzate volte ad indagare i disturbi del ritmo sonno-veglia (Pittsburgh Sleep Quality index, Curcio et al. 2013) e i disturbi comportamentali nella demenza (Neuro Psychiatric Inventory – NPI-Diario, Morganti et al. 2018) con particolare attenzione alle dimensioni di agitazione, irritabilità e qualità del sonno. I dati raccolti, seppur in un campione troppo esiguo per poter mostrare alcuna significatività statistica, hanno evidenziato delle variazioni nelle componenti comportamentali sopra descritte e modificazioni sostanziali nell’ora di addormentamento e nel numero di ore dormite per notte. Questi primi risultati sembrano essere in linea con gli studi internazionali che riportano un miglioramento clinico nelle persone con demenza a seguito di un intervento professionale focalizzato al ripristino di una buona igiene del sonno (Kinnunen, Vikhanova, Livingston, 2017). Inoltre, la valutazione delle modifiche delle abitudini a domicilio, monitorate attraverso apposite schede osservative definite nel protocollo, ha mostrato come, qualora i familiari dei pazienti presi in carico dal CNA abbiano seguito le indicazioni fornite loro nella fase a domicilio, i pazienti sembrano aver stabilizzato il loro ritmo sonno veglia ripristinando una buona qualità del sonno.

Con lo specifico obiettivo di monitorare puntualmente lo stato di agitazione/riposo della persona con demenza nelle fasi a domicilio (diurne e pre-post CNA) evitando il più possibile interferenze da parte degli operatori, nella successiva fase di sperimentazione che avrà inizio nei prossimi mesi, il monitoraggio continuo della condizione di movimento (veglia) e di marcata riduzione di movimento (sonno) verrà effettuata con actigrafia (monitoraggio protratto) a cura di AVANIX-OiX Care. In questo modo si potrà valutare quantitativamente, oltre che qualitativamente, il ritmo sonno-veglia della persona con demenza e le sue variazioni in seguito a trattamento. Questa valutazione non verrà circoscritta solo alle fasi pre-post inserimento al centro, ma anche durate la stessa presa in carico, analizzando con maggiore puntualità se gli interventi volti a favorire una igiene del sonno nel paziente durante le fasi notturne al CNA stanno avendo un effetto immediato nelle fasi diurne di ritorno al domicilio.

In conclusione, possiamo affermare che l’intervento previsto dal CNA, nella sua proposta innovativa, ha l’obiettivo di far fronte ad un problema che troppo spesso viene posto in secondo piano nel trattamento dei sintomi che affliggono le persone con demenza, ma che si è visto avere un forte impatto sulla relazione tra malato e caregiver fino a provocarne, a volte, una non corretta gestione a domicilio. Contemporaneamente, l’istituzione di un centro specializzato per il trattamento non farmacologico dei disturbi sonno-veglia nella persona con demenza, che utilizza tecnologie innovative per la raccolta dei dati e si sottopone a validazione scientifica degli interventi, è da considerarsi pionieristico nel panorama nazionale.

 

Bibliografia

  • Curcio, G., Tempesta, D., Scarlata, S., Marzano, C., Moroni, F., Rossini, P. M., … & De Gennaro, L. (2013). Validity of the Italian version of the Pittsburgh sleep quality index (PSQI). Neurological Sciences34(4), 511-519.
  • Guarnieri, B., Adorni, F., Musicco, M., Appollonio, I., Bonanni, E., Caffarra, P., … & Ferrara, S. (2012). Prevalence of sleep disturbances in mild cognitive impairment and dementing disorders: a multicenter Italian clinical cross-sectional study on 431 patients. Dementia and geriatric cognitive disorders33(1), 50-58.
  • Kinnunen, K. M., Vikhanova, A., & Livingston, G. (2017). The management of sleep disorders in dementia: an update. Current opinion in psychiatry30(6), 491-497.
  • Li, J., Vitiello, M. V., & Gooneratne, N. S. (2018). Sleep in normal aging. Sleep medicine clinics13(1), 1-11.
  • McKinnon, A., Terpening, Z., Hickie, I. B., Batchelor, J., Grunstein, R., Lewis, S. J., & Naismith, S. L. (2014). Prevalence and predictors of poor sleep quality in mild cognitive impairment. Journal of geriatric psychiatry and neurology27(3), 204-211.
  • Morganti, F., Soli, A., Savoldelli, P., & Belotti, G. (2018). The Neuropsychiatric Inventory-Diary Rating Scale (NPI-Diary): A Method for Improving Stability in Assessing Neuropsychiatric Symptoms in Dementia. Dementia and geriatric cognitive disorders extra8(3), 306-320.
  • Polenick, C. A., Leggett, A. N., Maust, D. T., & Kales, H. C. (2018). Medical care tasks among spousal dementia caregivers: links to care-related sleep disturbances. The American Journal of Geriatric Psychiatry26(5), 589-597.
  • Shi, L., Chen, S. J., Ma, M. Y., Bao, Y. P., Han, Y., Wang, Y. M., … & Lu, L. (2018). Sleep disturbances increase the risk of dementia: a systematic review and meta-analysis. Sleep medicine reviews40, 4-16.
  • Sprecher, K. E., Koscik, R. L., Carlsson, C. M., Zetterberg, H., Blennow, K., Okonkwo, O. C., … & Bendlin, B. B. (2017). Poor sleep is associated with CSF biomarkers of amyloid pathology in cognitively normal adults. Neurology89(5), 445-453.
  • Wolpert, E. A. (1969). A Manual of Standardized Terminology, Techniques and Scoring System for Sleep Stages of Human Subjects. Archives of General Psychiatry20(2), 246-247.
  • Zhang, J., Zhu, Y., Zhan, G., Fenik, P., Panossian, L., Wang, M. M., … & Veasey, S. (2014). Extended wakefulness: compromised metabolics in and degeneration of locus ceruleus neurons. Journal of Neuroscience34(12), 4418-4431.

 

*Professore associato di Psicobiologia e Psicologia fisiologica presso il Dipartimento di Scienze Umane e Sociali dell’Università di Bergamo.

**Assistente sociale specialista.

***Sono parte della cabina di regia Luca Fasulo (Presidente Istituto RSA Caprotti Zavaritt), Delia Zanga (Consigliere Istituto RSA Caprotti Zavaritt), Paolo Versace (Direttore Istituto RSA Caprotti Zavaritt), Stefano Ghilardi (Presidente Cooperativa Bergamo Sanità), Giancarlo Magoni (Medico Geriatra Cooperativa Bergamo Sanità), Vanna Cerin (Oss referente Cooperativa Bergamo Sanità), Bruno Cantini (Project Manager Cooperativa Bergamo Sanità), Ivo Cilesi (Consulente supervisore, Presidente IER), Francesca Morganti (Consulente scientifico Università di Bergamo), Maurizio Brignoli (Co-founder CTO Avanix srl).

Immigrazione, “disumanizzazione” e professioni sociali e sanitarie

di Alessandro Bono

Immigrazione e sentire comune

Sembra oramai un fatto accettato che la maggioranza dei nostri connazionali abbia acquisito schemi mentali per cui gli immigrati che sbarcano in Europa siano “invasori”, in genere nullafacenti, pericolosi, atti a delinquere e giungano nel nostro Paese per sottrarre diritti agli italiani. Basta entrare in un bar, salire su di un autobus o anche purtroppo confrontarsi con conoscenti amici e colleghi per recepire come in sostanza vengano considerati esseri “non umani” (si consenta l’estremizzazione) e privi di diritti (compresi i bambini che fino a pochi anni fa venivano comunque “salvati” da questi discorsi giudicanti).

Si chiede che le persone immigrate rimangano a casa loro e non vengano ad “invadere” le nostre terre, trascurando il fatto che noi “a casa loro” (Africa e non solo) ci andiamo eccome da secoli per importare forza lavoro gratuita (gli schiavi), per l’oro, il petrolio, i diamanti, il cobalto, le nuove colture alimentari imposte e per vendere armi e così via. Continua a leggere

Beni necessari o di lusso?

di Eleonora Maglia*

 (ANSA) – ROMA, 2 DIC – L’Iva passa dal 22% al 5% per gli assorbenti compostabili o lavabili

 

Il lancio Ansa riportato in apertura ha informato di come il dibattito sulla Tampon Tax (che si è avuto in Italia in occasione del Decreto Fiscale) si sia risolto di fatto con un nudge[1] indirizzato alle consumatrici e volto a promuovere lo spostamento delle scelte di acquisto verso prodotti certamente eco-friendly ma ancora poco diffusi sul mercato e quindi difficili da reperire (sono oggetto di una distribuzione selettiva o esclusiva).

Partendo da ciò, in questo articolo, attraverso un’analisi dal punto di vista economico del tema, si vuole informare sul perché non è marginale dibattere riguardo una diminuzione della tassazione per gli assorbenti. Continua a leggere