Una pratica educativa di lunga durata, una relazione uno a uno e il lavoro che continua dopo il ritorno
di Associazione Lunghi Cammini ODV
Quando Martina racconta il suo cammino, non parte dai chilometri né dalla meta. Ricorda piuttosto quanto il disagio fosse diventato, agli occhi degli altri e ai suoi, il tratto dominante della propria identità. A sedici anni ha lasciato per un mese i luoghi consueti e ha camminato con Francesco, un accompagnatore. Giorno dopo giorno, tra fatica e incontri, ha potuto fare esperienza di una cosa semplice e non scontata: la sofferenza era una parte della sua storia, non tutta la sua storia.
La sua vicenda, raccontata pubblicamente su «Vanity Fair», è una delle esperienze che aiutano a capire che cosa intendiamo quando parliamo di cammino educativo. Non è un itinerario turistico a cui si aggiunge un significato, né un’impresa che promette di cambiare una persona. È un tempo lungo, costruito attorno a una relazione e inserito in un progetto condiviso con i servizi che conoscono il ragazzo o la ragazza. La strada offre un contesto diverso; ciò che può accadere lì dipende dalle persone, dalla preparazione e da ciò che sarà possibile fare al ritorno.
Un mese fatto di giornate ordinarie
Lunghi Cammini è nata nel 2016, ispirata dalle esperienze di Seuil in Francia e Oikoten-Alba in Belgio. In dieci anni ha accompagnato oltre venti giovani in situazioni di vulnerabilità, segnalati dai servizi. I percorsi possono durare da trenta a cento giorni; negli ultimi anni sono più frequenti cammini di circa un mese e seicento chilometri. Si parte con uno zaino, risorse contenute e un accompagnatore, in un rapporto uno a uno. Il giovane non porta con sé dispositivi personali; il telefono di servizio è affidato all’adulto. Un’équipe educativa segue la coppia a distanza e mantiene il raccordo con il servizio inviante.
La distanza dal quotidiano non serve a cancellare la vita precedente. Serve, semmai, a sospenderne per un periodo alcuni automatismi. La giornata prende una forma concreta: alzarsi, orientarsi, decidere quanto camminare, trovare un posto per la notte, dosare le energie, occuparsi di una vescica o chiedere aiuto. I problemi non scompaiono; cambiano scala e diventano affrontabili un passo e una decisione alla volta. Il corpo restituisce informazioni immediate: se non bevi, se non riposi, se non ti prendi cura dei piedi, il giorno dopo la strada si fa più difficile.
In questo spazio il ragazzo può fare esperienza delle proprie capacità senza essere definito soltanto dalle difficoltà che hanno portato adulti e servizi a occuparsi di lui. Può scegliere, sbagliare, riprovare, contribuire alla vita della coppia. Anche gli incontri lungo il percorso contano: persone che non conoscono la sua storia e che si rapportano a lui per ciò che fa in quel momento, per la presenza e la disponibilità. Non ogni incontro è decisivo e non ogni tappa è facile. È proprio questa alternanza, dentro una cornice preparata e seguita, a rendere il cammino un’esperienza educativa e non una prova di resistenza fine a sé stessa.
La relazione non è una scorciatoia
Camminano in due, ma il percorso non si regge soltanto sulla coppia. L’accompagnatore è presente per tutto il giorno e condivide le condizioni del cammino; non è lì per dirigere il ragazzo, impartire lezioni o interpretare ogni gesto. La relazione si costruisce nel tempo, anche nei silenzi e nelle attività ordinarie. L’adulto deve saper stare vicino senza occupare tutto lo spazio, leggere i segnali di difficoltà e chiedere supporto quando serve. Per questo la scelta e la preparazione degli accompagnatori, la supervisione e il contatto regolare con l’équipe sono parti essenziali del progetto.
Prima della partenza si valuta con il servizio se l’esperienza sia adatta a quel giovane e se ci siano le condizioni per affrontarla. La proposta deve essere compresa e voluta dal ragazzo; per un minorenne si coinvolgono anche la famiglia e le figure responsabili. Il servizio non “consegna” il giovane all’associazione: partecipa alla preparazione, resta in relazione con l’équipe e avrà un ruolo decisivo quando il cammino finirà. Nei casi in cui è previsto un percorso di messa alla prova, la camminata può essere inclusa nel progetto concordato; non sostituisce le responsabilità della giustizia minorile né determina da sola l’esito del percorso.
Questa rete è importante anche per non attribuire alla strada poteri che non ha. Il cammino non è una terapia e non è una punizione. La fatica fisica non ripara automaticamente il passato, né un mese lontano da casa risolve da solo difficoltà che possono essere profonde. L’esperienza può aprire domande, rendere visibili risorse, creare fiducia o offrire un’occasione di prova. Non produce gli stessi effetti per tutti e non sempre si conclude come previsto. Alcuni percorsi raggiungono la meta, altri si interrompono. Anche gli esiti difficili chiedono ascolto e analisi: come è stata preparata la partenza? Quali condizioni hanno pesato? Che sostegno è mancato?
Il ritorno è parte del cammino
Per Martina, la questione non si è chiusa all’arrivo. Dopo il cammino ha continuato a partire, ha condiviso altri viaggi con persone della sua famiglia e, in seguito, ha affrontato un tratto da sola. Il suo percorso è il suo: non può diventare una misura con cui valutare quello degli altri. Ci ricorda però che l’esperienza non finisce quando si posa lo zaino. Come si riporta nella quotidianità ciò che si è scoperto? Chi accoglie il ragazzo al rientro sa che cosa ha affrontato, che cosa lo ha aiutato, quando ha chiesto sostegno e quali passi desidera compiere adesso?
Il rientro può essere il passaggio più delicato. A casa e nei servizi si ritrovano problemi, relazioni e attese che non sono rimasti fermi durante l’assenza. Se gli adulti riprendono a guardare il ragazzo solo attraverso le difficoltà già note, le nuove possibilità rischiano di non trovare posto. Per questo il lavoro di continuità si prepara prima della partenza: il servizio inviante partecipa al confronto durante l’esperienza e, al ritorno, può aiutare a riconoscere i cambiamenti, anche piccoli, e a tradurli in scelte praticabili. L’associazione accompagna questo passaggio insieme alla rete, senza sostituirsi a chi segue il giovane nella sua vita ordinaria.
Nel progetto «Andare Oltre», valutato dalla Fondazione Emanuela Zancan, questionari, interviste e gruppi di discussione con giovani, famiglie e comunità educative hanno permesso di raccogliere punti di vista e interrogativi sulla preparazione, sull’esperienza e sul dopo. Il lavoro di ricerca non autorizza scorciatoie: aiuta a osservare meglio, a discutere le condizioni che rendono possibile un percorso e a interrogarsi su ciò che va rafforzato. Già «Sconfinamenti», con il Dipartimento di Studi Umanistici dell’Università di Trieste, aveva messo al centro la relazione d’aiuto e la necessità di una rete intorno al cammino.
Un’esperienza che riguarda anche il welfare
Quando un servizio propone un cammino, non propone semplicemente di “mandare un ragazzo a camminare”. Mette in relazione il progetto educativo individuale, la disponibilità del giovane, la famiglia, un accompagnatore preparato, un’équipe che monitora e un servizio che resta presente. È una modalità impegnativa, che assorbe tempo e risorse e che non può essere improvvisata né affidata al solo entusiasmo. La domanda, allora, riguarda anche il welfare: quali strumenti permettono ai servizi di costruire percorsi individualizzati? Come si sostengono collaborazioni che richiedono una presenza adulta continuativa? Come si garantisce che l’attenzione non si interrompa al momento del rientro?
Le storie pubblicate di Martina e di altri giovani che hanno camminato rendono visibile una possibilità. Le pagine dei diari dell’associazione restituiscono itinerari diversi, accompagnatori diversi, tempi e paesaggi che cambiano. Nessuna singola esperienza dimostra che il cammino sia adatto a tutti; ciascuna può però contribuire a una discussione concreta su ascolto, responsabilità e fiducia. Raccontarle significa evitare sia il silenzio sia la narrazione del “miracolo”: dietro ogni partenza ci sono un ragazzo, un contesto, una rete di adulti e decisioni da assumere insieme.
Il film «Santiago – Un cammino per ricominciare», ispirato alle storie dell’associazione francese Seuil, può aiutare a far conoscere questa pratica. Ma il lavoro educativo non sta nella rappresentazione della partenza o della meta: sta nella preparazione, nella relazione quotidiana, nel monitoraggio e nel ritorno. È anche la storia di una collaborazione europea. Paul Dall’Acqua, allora direttore di Seuil, ha accompagnato Lunghi Cammini nei primi passi, condividendo competenze e aiutando a formare accompagnatori. Da quell’esperienza il modello è stato ripensato nel contesto italiano, insieme ai servizi e alle risorse disponibili.
In fondo, la domanda che ci accompagna non è quanto lontano possa arrivare un ragazzo, ma che cosa può diventare possibile quando gli adulti costruiscono intorno a lui un tempo diverso, una relazione affidabile e un progetto che non si conclude con l’ultima tappa. Il cammino non decide il futuro al posto suo. Può offrirgli un’occasione per sperimentare che alcune scelte sono alla sua portata e che, al ritorno, ci sono adulti e servizi pronti a continuare il lavoro.
Per chi volesse approfondire, si terrà il prossimo 6 novembre il convegno Passi e Prassi. Educare e tessere relazioni con cammino. L’evento, che avrà inizio alle 9.00, si terrà a Mestre presso il Centro Culturale Candini. Sarà possibile seguirlo in diretta streaming a questo link.




