La critica principale, che condivido, è legata alla illusione che attraverso la co-progettazione possa essere compensata tout court la progressiva riduzione di risorse destinate al settore dei servizi sociali; che sia possibile insomma garantire lo stesso livello quantitativo e qualitativo dei servizi nonostante la contrazione delle disponibilità economiche dedicate.
“La Francia è in effetti sottoposta ad una ossessione per la sicurezza che ha prodotto una valanga di testi, di regolamenti e di costose misure per il timore di incidenti legati ad aspetti differenti del mondo dei Servizi: sanitari, alimentari, prevenzione incendi, ecc. Tutto ciò progressivamente soffoca l’iniziativa e la creatività dei gruppi di lavoro a carattere educativo e di cura dei nostri servizi. Mettendo l’accento sul prezzo della sicurezza, noi non vediamo soltanto l’aspetto economico o finanziario del problema, ma soprattutto il prezzo umano nei vincoli che ne derivano, l’assenza di libertà e di assunzione di rischi senza i quali non c’è possibilità di vita umana”. Questa la riflessione avanzata dagli organizzatori delle due giornate di studio svoltesi in data 3 e 4 ottobre 2013 a Strasbourg sul tema “La sicurezza: a quale prezzo?” organizzata dalla Fondazione protestante Sonnenhof **.
La partecipazione a questo convegno mi ha stimolato ad approfondire la tematica rispetto alla realtà italiana e ad avviare un dibattito. Una prima osservazione: il tema è certamente importante ma, nella gestione della quotidianità delle persone, in particolare disabili, riveste un peso “opprimente” in quanto condiziona in modo determinante lo svolgersi delle attività e soprattutto la progettualità che i Servizi sono chiamati a gestire.
Inoltre, secondo elemento da evidenziare, si rileva una carenza di documentazione sull’argomento (sia in termini di testi che di articoli, se si eccettuano i manuali specifici di istruzioni per l’applicazione delle norme).
Terzo aspetto l’assenza di dibattito sulla tematica: come se non fosse possibile, non soltanto modificare la situazione, ma neppure avviare una discussione sull’argomento. Continua a leggere→
Nel lavoro di cura rivolto a persone e famiglie interessate da malattie gravi, stati cronici di disagio o disabilità, accade frequentemente di trovarsi di fronte alla produzione spontanea e abbondante di narrazioni riguardanti la vita dell’individuo, o dei famigliari che lo assistono.
Le persone malate o interessate da menomazioni parlano di sé, appena possono, delle loro sofferenze come degli aspetti gradevoli della loro vita, e molto dei desideri e dei sogni che ne alimentano l’esistenza.
La produzione di diari e di autobiografie, non necessariamente artistiche, è abbondante in queste tipologie di individui, e ciò non è casuale. Come ha rilevato J. Bruner il meccanismo generativo della narrazione “è la difficoltà, un ostacolo, un problema percepito… un pericolo.” Le difficoltà possono attrarre la nostra attenzione e ci stimolano a “estendere ed elaborare il nostro concetto del Sé. E’ affrontando problemi e difficoltà, reali o immaginati, che modelliamo un Sé che si estende oltre il qui e ora degli incontri immediati, un Sé capace di contenere sia la cultura che dà forma a quegli incontri, sia le nostre memorie di come abbiamo fatto fronte a essi in passato” (Bruner J., 1997). Continua a leggere→
di Francesca Stefanini; Laura Stella Sforza; Laura Bonazzi *
Preparo con cura i vestiti da indossare, il primo approccio tra noi sarà fondamentale.
Non voglio apparire troppo seria, non voglio sembrare impostata, voglio parlarle attraverso le mie scarpe un po’ adolescenziali, tramite il filo di una collana comprata su una bancarella d’estate.
Non sarà quello che indosso che farà la differenza, ma c’è un linguaggio sottile che parla agli adolescenti anche attraverso ciò che indossi.
«Sarà felice mio figlio?» chiese la madre di Narciso al veggente Tiresia, ed egli rispose: «Si se non noverit!». Sì, se non avrà conosciuto se stesso. Dall’assenza della conoscenza di sé sarebbe dipesa la felicità di Narciso.
Egli però si conobbe! Dapprima non riconoscendosi nella sua immagine specchiata credette di aver trovato l’altro diverso da sé, successivamente scoprì che l’oggetto contemplato era proprio lui: il dramma della “riduzione a uno”, e questo stato di autoreferenzialità lo condusse alla morte.