Il ruolo dell’assistente sociale nei procedimenti giudiziari
Negli ultimi anni il tema dell’ascolto del minore nei procedimenti giudiziari è tornato al centro del dibattito pubblico e professionale. Alcune vicende giudiziarie particolarmente esposte mediaticamente, unite alla crescente complessità delle situazioni familiari intercettate dai servizi territoriali, hanno riportato l’attenzione sulla qualità degli interventi di tutela, sulle modalità di raccolta della voce del bambino e sulla necessità di rafforzare il lavoro multidisciplinare. In questo scenario emerge una riflessione che riguarda direttamente il sistema del welfare territoriale: quale spazio viene realmente riconosciuto all’assistente sociale nei percorsi di ascolto del minore?
L’ascolto di un bambino in sede giudiziaria non è mai un atto neutro o puramente tecnico. È un momento delicato, spesso attraversato da paure, conflitti familiari, fragilità emotive e aspettative istituzionali. Ridurlo a una semplice procedura rischia di impoverire la comprensione del vissuto del minore e di trasformare il diritto all’ascolto in un passaggio formale più che sostanziale. Per questo motivo, accanto alle competenze giuridiche e psicologiche, appare sempre più evidente la necessità di valorizzare anche lo sguardo sociale e relazionale. L’assistente sociale, per formazione e funzione professionale, lavora infatti dentro i contesti di vita delle persone: conosce le dinamiche familiari, le fragilità economiche e sociali, le reti territoriali, i fattori di rischio e le risorse presenti nella comunità. È spesso la figura che maggiormente intercetta il rapporto tra sofferenza individuale e contesto di vita.
In molti casi il servizio sociale rappresenta il primo presidio istituzionale che entra in contatto con situazioni di vulnerabilità minorile. Questo rende l’assistente sociale non soltanto un operatore della presa in carico, ma anche un possibile mediatore tra il linguaggio delle istituzioni e il mondo emotivo del bambino.
L’esperienza professionale mostra infatti come l’ascolto del minore non dipenda esclusivamente dalla correttezza formale delle procedure, ma anche dalla capacità di costruire un contesto relazionale sufficientemente sicuro, prevedibile e rispettoso dei tempi del bambino. La qualità del setting, il linguaggio utilizzato, il clima emotivo, la continuità delle figure adulte coinvolte e il coordinamento tra servizi possono incidere profondamente sulla possibilità che il minore riesca ad esprimersi in modo autentico.
La letteratura scientifica e la psicologia della testimonianza evidenziano da tempo il rischio di suggestionabilità, soprattutto nei contesti ad alta conflittualità familiare o caratterizzati da interviste ripetute e modalità comunicative inappropriate. Il bambino può essere influenzato da domande orientanti, aspettative implicite degli adulti o dinamiche relazionali che lo portano a compiacere l’interlocutore. Proprio per questo motivo, l’ascolto richiede competenze specifiche e un forte lavoro integrato tra professionisti.
Nel nostro ordinamento esistono già importanti riferimenti normativi e procedurali. La Convenzione ONU sui Diritti dell’Infanzia e dell’Adolescenza riconosce il diritto del minore ad essere ascoltato nei procedimenti che lo riguardano, mentre il codice di procedura penale prevede particolari forme di tutela nell’audizione dei minori. Anche le linee guida elaborate negli anni dal Consiglio Superiore della Magistratura e dai protocolli territoriali sottolineano l’importanza di metodologie rispettose e multidisciplinari. Tuttavia, nella pratica quotidiana dei servizi, emergono ancora alcune criticità: carenza di personale, turnover elevato, difficoltà di coordinamento tra istituzioni, tempi spesso incompatibili con la complessità delle situazioni familiari e, non da ultimo, la fatica crescente dei servizi territoriali nel sostenere carichi di lavoro sempre più intensi.
In questo quadro, il tema non riguarda soltanto le tecniche di ascolto, ma più in generale il rafforzamento del sistema di welfare locale e della capacità delle équipe multidisciplinari di lavorare in modo stabile e integrato. Negli ultimi anni il welfare territoriale è stato attraversato da importanti trasformazioni organizzative: il rafforzamento degli Ambiti territoriali sociali, l’attuazione dei LEPS, la crescente integrazione sociosanitaria e la necessità di costruire équipe multiprofessionali stanno modificando profondamente il lavoro sociale. Dentro questi cambiamenti, il tema della tutela minorile richiede una riflessione specifica.
L’assistente sociale, soprattutto nei servizi tutela minori, si trova oggi a svolgere una funzione sempre più complessa: da un lato la presa in carico delle fragilità familiari, dall’altro il raccordo con magistratura, scuola, servizi sanitari e comunità territoriali. In questo equilibrio delicato, il rischio è che la pressione organizzativa e burocratica riduca lo spazio della relazione professionale e della costruzione di percorsi realmente centrati sul minore. Eppure è proprio nella capacità di leggere il contesto e di mantenere uno sguardo complessivo sulla vita del bambino che il servizio sociale può offrire uno dei contributi più significativi. Non in sostituzione di altre professionalità, ma dentro una logica di integrazione delle competenze.
Anche i modelli internazionali più avanzati, come il sistema Barnahus nei Paesi nordici o i Child Advocacy Center statunitensi, si fondano sull’idea che la tutela del minore debba essere costruita attraverso équipe coordinate, ambienti protetti e forte collaborazione tra professionisti differenti.
In questa prospettiva, potrebbe essere utile aprire una riflessione anche sul possibile coinvolgimento dell’assistente sociale, in presenza di specifiche competenze formative, come figura esperta di supporto nei percorsi di ascolto del minore. Non in sostituzione delle professionalità psicologiche o forensi, ma come componente qualificata dell’équipe multidisciplinare, soprattutto nella lettura del contesto familiare, delle dinamiche relazionali e degli elementi di vulnerabilità sociale. Una maggiore integrazione della competenza sociale all’interno dei procedimenti giudiziari minorili potrebbe contribuire a costruire percorsi di ascolto maggiormente centrati sul benessere complessivo del bambino, riducendo il rischio di interventi frammentati o eccessivamente focalizzati sulla sola dimensione processuale.
Le vicende italiane che negli ultimi anni hanno alimentato il dibattito pubblico — dal caso Bibbiano ai cosiddetti “demoni del modenese” — hanno mostrato quanto il tema della tutela minorile possa diventare terreno di forte polarizzazione mediatica, politica e sociale. In molti casi, il confronto pubblico si è concentrato prevalentemente sulle responsabilità degli adulti, sulle contrapposizioni istituzionali o sugli aspetti giudiziari delle vicende, lasciando sullo sfondo proprio il soggetto che dovrebbe rimanere centrale: il minore.
Questo rischio riguarda non soltanto il piano mediatico, ma anche quello culturale e operativo. Quando il bambino diventa elemento del conflitto tra adulti — famiglie, istituzioni, professionisti o opinione pubblica — si perde facilmente la capacità di leggere la complessità del suo vissuto emotivo e relazionale. Il diritto del minore ad essere ascoltato rischia così di trasformarsi in uno spazio condizionato da aspettative esterne, interpretazioni contrapposte o narrazioni semplificate.
Per i servizi territoriali e per le professioni di cura questa rappresenta oggi una sfida particolarmente delicata. Mantenere al centro il benessere del bambino significa evitare approcci ideologici o esclusivamente procedurali, costruendo invece contesti di ascolto capaci di proteggere il minore anche dall’esposizione al conflitto istituzionale e mediatico. In questo senso, il ruolo dell’assistente sociale può assumere un valore importante non soltanto sul piano tecnico-operativo, ma anche nella capacità di riportare continuamente l’attenzione sulla persona del bambino, sui suoi bisogni evolutivi e sulla necessità di garantire percorsi di tutela rispettosi della sua dignità e della sua storia. La qualità di un sistema di tutela minorile, infatti, non si misura soltanto dalla correttezza delle procedure o dall’efficacia delle decisioni giudiziarie, ma anche dalla capacità delle istituzioni di preservare la centralità del minore dentro processi spesso attraversati da forti tensioni emotive, sociali e mediatiche.
La sfida oggi non sembra essere quella di attribuire centralità a una singola professione, ma di costruire sistemi di tutela capaci di integrare competenze differenti senza frammentare gli interventi. In questo senso, il contributo dell’assistente sociale appare particolarmente rilevante proprio per la sua capacità di tenere insieme dimensione relazionale, lettura del contesto e lavoro di rete. Rafforzare il ruolo dell’assistente sociale nell’ascolto del minore significa allora investire non solo sulla tutela giudiziaria, ma più in generale sulla qualità del welfare territoriale. Significa riconoscere che il benessere del bambino non può essere affrontato esclusivamente dentro il procedimento giudiziario, ma richiede servizi capaci di lavorare in modo continuativo, integrato e vicino ai contesti di vita delle persone.
In una fase storica in cui i servizi sociali territoriali sono chiamati a confrontarsi con bisogni sempre più complessi, scarsità di personale e crescente esposizione emotiva degli operatori, il tema della tutela minorile rappresenta anche una riflessione più ampia sulla sostenibilità del lavoro sociale e sul valore delle professioni di cura. Mettere realmente al centro il minore significa costruire istituzioni capaci non soltanto di ascoltare le sue parole, ma di comprendere il suo mondo. La qualità della tutela minorile non si misura, forse prima di tutto, dalla capacità delle istituzioni di non perdere mai di vista il bambino dentro il conflitto degli adulti?
* Assistente sociale
Riferimenti essenziali
- Convenzione ONU sui Diritti dell’Infanzia e dell’Adolescenza (1989)
- Consiglio Superiore della Magistratura, Linee guida sull’ascolto del minore
- Lamb M.E. et al. (2007), Child Abuse & Neglect
- Loftus E.F. (1997), Creating False Memories
- Ordine degli Assistenti Sociali, Codice Deontologico (2020)
