La Supervisione: prospettive da condividere

di Francesca Iavarone e Lucia Sirignano*

La supervisione del servizio sociale rappresenta il risultato di un lungo periodo di sperimentazione, ricerca ed analisi, un ‘importante novità caratterizzata in Italia dal suo riconoscimento Ministeriale nell’elenco dei Leps (compreso nel Piano nazionale 2021-2023), una misura strutturale rivolta in particolare agli Ambiti Territoriali (1).

Nel nostro Ambito Territoriale n. 22 Comune capofila Somma Vesuviana, il percorso di supervisione ha coinvolto dieci Assistenti sociali, che dal primo istante hanno colto la sua importanza ed opportunità, mettendosi in gioco in un’ottica di determinazione e relazione, che con il tempo ha modellato l’ottica lavorativa nel continuum del processo professionale (2).

Questo breve scritto descrive l’esperienza durata un anno e nasce dall’idea di restituire e testimoniare l’importanza del lavoro espletato: il lavoro svolto in supervisione ha dimostrato quanto, nella dicotomia lavoro-organizzazione, sia fondamentale riflettere e capire come stiamo agendo e come siamo arrivati a quel punto. Troppo spesso, infatti, si agisce in emergenza: una modalità che non permette chiaramente di prendere le distanze ed osservare oggettivamente quanto stia accadendo.

Dal lavoro effettuato è emersa la difficoltà delle colleghe nel distinguere il mandato istituzionale dal compito, cosa che genera chiaramente confusione e disorganizzazione, emotiva oltre che lavorativa. Tanti sono stati i dilemmi etici, metodologici e organizzativi presi in considerazione.

“Una mattina, nella classe di un Istituto Agrario, fa la sua apparizione Giulia, una giovane professoressa di lettere che parla di letteratura e di poesia con una passione sconosciuta. È quell’incontro a salvare” (tratto da L’ora di lezione di Massimo Recalcati). (3)

Proprio come Giulia entra in quella classe, così la supervisione — ed in particolare il supervisore — entra nella quotidianità professionale dell’assistente sociale, facendo riemergere la passione talvolta sopraffatta dal quotidiano e riportandola alla luce. È così che è iniziato il percorso di supervisione professionale dell’Ambito n. 22: uno spazio di qualità in cui le Assistenti sociali coinvolte si sono sperimentate, interrogate e chiarite.

Quella passione che è stata il motivo della scelta professionale, fatta già in tempi accademici quando ancora non era ben definita la consapevolezza del ruolo professionale, è ridiventata linfa. Da subito il supervisore è stata il confronto, la prassi metodologica, l’etica e la deontologia professionale; è stata la nota di riflessione e l’applicazione metodologica nell’agire nel quotidiano; è stata lo stimolo e la volontà di non arrendersi ma di superare l’ostacolo; è stata la lettura globale del singolo problema.

La supervisione viene definita, a grandi linee, come un processo di riflessione e di analisi condotto da un esperto; nel servizio sociale la supervisione è considerata cruciale perché assicura ai professionisti l’efficacia dell’agire. Quanto di seguito scritto rappresenta la conferma dell’importanza corrispondente a quanto le ricerche nazionali, i LEPS ed i vari studi hanno rilevato, dando riscontro dell’effettiva importanza che tale percorso connota sia sul professionista che sui servizi da esso erogati.

La supervisione professionale: il gruppo momento di confronto e crescita

La delicatezza del lavoro professionale e i contesti di applicazione dello stesso hanno rilevato l’importanza di soffermarsi sulla cura e sul benessere dei professionisti, poiché questo si riversa direttamente sull’organizzazione in cui gli stessi operano, nonché sulla qualità dell’aiuto fornito alle persone.

La supervisione professionale nel Servizio Sociale diviene il valore come strumento di crescita, sostegno e riflessività per gli assistenti sociali. La supervisione è una pratica fondamentale per garantire qualità degli interventi sociali e alla coerenza etica, in quanto favorisce lo sviluppo professionale, migliora la capacità di risposta ai bisogni della persona e contribuisce al benessere organizzativo, oltre a porsi come base per una cultura condivisa del lavoro sociale.

“Così coinvolte a salvare le vite degli altri, così impegnate a sopperire alle emergenze, così implicate e compromesse negli assetti organizzativi, nelle strutture, nel setting lavorativo, da quasi dimenticare il nostro ruolo, la nostra deontologia, l’etica che ci contraddistingue come professionisti e come professioniste, fino quasi a dimenticare qual è la nostra mission”.

Quanto realmente riusciamo ad osservare? Quanto riusciamo ad ascoltare? Quanto il contesto lavorativo incide sul nostro operato? Quanto riusciamo a distaccarci per essere realmente chi siamo?

“L’arte della maieutica socratica” (4), presente nel percorso di supervisione, ha permesso di far emergere queste domande, domande sulle quali la persona, prima, e il professionista, poi, devono lavorare per permettere a sé stesso non solo la sopravvivenza professionale, ma anche l’arte di ricrearsi, di ricostruirsi, di innovarsi come persona e come professionista.

Nell’analisi specifica del gruppo di professioniste dell’Ambito n 22, ci siamo soffermate su varie riflessioni che hanno messo noi stesse in discussione, sia nel ruolo professionale, sia rispetto alle sfere di potere da noi esercitate.

Da dove siamo partite?

Sicuramente da un contesto disfunzionale, un contesto che, in molti casi, poteva essere ed è stato un vortice capace di trascinare con sé l’inconsapevolezza dell’identità professionale e l’irragionevole incapacità di critica e di distanziamento, dove si abbraccia pienamente la logica della politica e dell’incompetenza della governance, un contesto che ha lasciato ultimi gli operatori, i professionisti dell’aiuto, perché talvolta incapaci di comprenderne il ruolo pur percependone l’importanza.

Ebbene, proprio in tali contesti disfunzionali, mal organizzati, gestiti dalla politica del fare ma non dell’essere, dall’agire ma non dalla qualità dell’agire, la supervisione diventa un punto, uno spazio, una necessità.

Adattamento? Adeguamento? Gestione del problema. Quanto l’adattamento al sistema connota un adeguamento del lavoro? Quanto la gestione del problema può risultare irrisoria rispetto al problema del professionista?

Tutti questi interrogativi, e tutto questo lavoro di riflessione e di introspezione, sono emersi nella supervisione, permettendo un cambiamento di prospettiva, un riassestamento, un riequilibrio del pensiero, perché anche quando tutto appare estremamente forte non si deve mai trascurare la mission. Il nostro qui ed ora è il distanziamento dal contesto, è lo specchio del professionista che ci rappresenta, è ciò che siamo.

Dove siamo arrivate?

In un momento in cui il Servizio sociale diventa indispensabile, insostituibile, al punto tale da non osservare più la logica della qualità né seguire la metodologia, ma da applicare il peso della responsabilità che connoterebbe un’eventuale non risposta all’emergenza, la stessa responsabilità che impone il cellulare acceso, sempre reperibili, sempre pronte a rispondere e a dare attuazione all’intervento perché si agisce nell’ottica del fare. Ed è qui che la supervisione richiede di fermarsi, restituendo la riflessività nell’ottica dell’agire professionale.

La supervisione ha resettato, in uno spazio neutro, il pensiero di chi non si ferma a pensare ma fa prevalere l’ottica dell’agire. Nella supervisione si è dato spazio all’io come persona prima e come professionista poi, si è dato spazio alla metodologia, si è ripristinato il confine delle sfere di potere da noi esercitate, si è ridimensionato il peso della responsabilità orientando il pensiero verso una capacità di critica costruttiva e di qualità. Si è posta l’attenzione su chi siamo e su chi vogliamo essere.

Perché c’è bisogno della supervisione?

Perché quanto sopra descritto rappresenta il risultato che il lavoro di un anno ha permesso di creare: la consapevolezza che il nostro agire ha limiti, ma ha anche il potere del cambiamento, perché non si può essere agenti di cambiamento se si decide di incidere sulle vite degli altri senza applicare la qualità, perché chi siamo come professionisti è definito anche da chi siamo quando agiamo, e fermarsi a riflettere, a dubitare, a rettificare e, talvolta, a rivedersi è fondamentale per chi vuole fare.

Il nostro percorso vuole essere una testimonianza che mette in luce l’essenza stessa della supervisione vista non come un semplice adempimento formale ma come uno spazio di pensiero e di cura, ove il sé professionale si integra con quello personale.

 

* Assistenti sociali specialiste

Note

  • (1) Leps Linee guida per i modelli organizzativi degli ATS per l’attuazione dei LEPS
  • (2) Quest’esperienza è stata possibile solo grazie agli stakeholders che credono fortemente alla qualità e non alla quantità, che investono nel servizio riconoscendo l’importanza della persona oltre che del professionista. Pertanto, in primis, si ringrazia il dottor A.B.R. Fatibene, coordinatore dell’Ambito N. 22 e N. 21, che ha da subito compreso l’importanza del percorso di supervisione professionale; la dottoressa Maria Guardato, supervisore e motore di tutto quanto fin qui emerso; e un ultimo  ringraziamento al gruppo di assistenti sociali Ambito N 22.
  • (3) Massimo Recalcati, L’ora di lezione, Einaudi, Torino, 2014
  • (4) Gli esercizi di Socrate. L’arte di migliorare se stessi, Edizioni ETS, Pisa, 2023

Un pensiero su “La Supervisione: prospettive da condividere”

  1. Mariapina Ruggiero

    Il mio percorso di supervisione ha avuto una evoluzione inaspettata. È iniziato come percorso quasi obbligatorio, per trasformarsi presto in opportunità,di crescita, di riflessione, di confronto e di consapevolezza del “se personale e professionale” che troppo spesso sono fusi insieme. Ho compreso l’ importanza di questa netta differenza, fondamentale a preservarci come persone prima che come professionisti, poiché senza comprendere queste differenze, diventa difficile essere concretamente d’aiuto agli altri, mission indiscussa della nostra professione. Per la particolare condizione contrattuale, ci sono state non poche difficoltà nella gestione delle dinamiche di gruppo. Fautrice da sempre dell’ importanza del lavoro l’equipe. Porto con me tante cose, in primis la consapevolezza della necessità di continuare a studiare, migliorarsi, conoscere nuovi aspetti di una società in continua evoluzione. Grata dell’ occasione ricevuta e della supervisor incontrata

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