Quando il welfare rigenera un paese

Dalla RSA San Nicola al Senior Social Housing: il laboratorio di sviluppo locale e di ricomposizione comunitaria a Castel del Giudice

di Vanni Treu*

Il welfare d’area interna come infrastruttura di abitabilità

Nelle scienze sociali e nella programmazione territoriale delle aree marginali, il dibattito sui servizi essenziali ha a lungo sofferto di un’impostazione dicotomica: da un lato la logica assistenziale e risarcitoria, che interpreta le prestazioni socio-sanitarie come un mero costo d’esercizio volto a mitigare le conseguenze del declino demografico; dall’altro le politiche di attrazione e sviluppo economico, focalizzate esclusivamente su incentivi fiscali, infrastrutture materiali o promozione turistica.

L’esperienza di Castel del Giudice — piccolo comune dell’Alto Molise situato al confine con l’Abruzzo — dimostra la fallacia di questa separazione concettuale. In contesti caratterizzati da un progressivo rarefarsi della trama relazionale ed economica, un servizio sociale non si limita a erogare prestazioni in risposta a un bisogno individuale, ma ridefinisce l’ecosistema territoriale che lo ospita.

Il welfare, quando pensato secondo una logica di prossimità e rigenerazione, cessa di essere una spesa passiva e si trasforma nella misura primaria dell’abitabilità di un luogo. Un territorio è abitabile non soltanto quando offre opportunità occupazionali o qualità paesaggistica, ma quando garantisce la tenuta dei legami comunitari nel corso di tutto il ciclo di vita dei suoi abitanti. Reinterpretare la rete dei servizi socio-sanitari come infrastruttura portante dello sviluppo locale significa riconoscere che non può esistere alcuna riattivazione economica o demografica duratura in assenza di coesione sociale e di sicurezza di cura.

La genesi del percorso: dal trauma della dismissione alla costruzione del patto comunitario

Per comprendere la portata delle progettualità oggi attive a Castel del Giudice, occorre ripercorrere le fasi embrionali di un processo iniziato alla fine degli anni Novanta, analizzandone i presupposti metodologici e politici. Come la gran parte dei comuni interni della dorsale appenninica, il paese registrava un costante calo demografico, accompagnato dall’invecchiamento della popolazione residente e dall’esodo dei giovani.

Il momento di rottura — al contempo simbolico e materiale — fu rappresentato dalla chiusura della scuola elementare per assenza di bambini. In molte realtà marginali, la dismissione dell’edificio scolastico segna l’avvio della rassegnazione istituzionale: un vuoto urbano che certifica la fine della funzione riproduttiva della comunità. Di pari passo, l’emergere dei bisogni di assistenza legati alla non-autosufficienza degli anziani prospettava un ulteriore sradicamento: l’allontanamento coatto dei grandi anziani verso strutture di ricovero collocate nel fondo valle o nei centri urbani maggiori.

Di fronte a questo doppio rischio di depauperamento — umano e immobiliare — l’amministrazione comunale guidata dal sindaco Lino Gentile decise di rifiutare una gestione meramente burocratica dell’emergenza. La scelta strategica non fu quella di attendere l’intervento compensativo di enti sovra-comunali, bensì di innescare un percorso partecipativo di ri-significazione delle risorse dismesse.

Il passaggio metodologico fondamentale fu la convocazione di un’assemblea pubblica continuativa. L’amministrazione non presentò un piano industriale preconfezionato, ma chiamò la cittadinanza a discutere, analizzare le fragilità e co-progettare il riuso dell’ex edificio scolastico. Questo ribaltamento di prospettiva generò tre fondamentali dinamiche di ricomposizione territoriale:

  1. La trasformazione del bisogno in risorsa collettiva: L’invecchiamento della popolazione smise di essere vissuto come un destino ineluttabile di decadimento e fu riletto come una domanda di servizi attorno alla quale riorganizzare l’economia locale.
  2. La costituzione di un’alleanza multi-attore: La rigidità delle risorse pubbliche fu superata attraverso un modello d’innovazione sociale basato su una convergenza d’interessi tra il Comune, i cittadini e il privato sociale/imprenditoriale. Risultò determinante l’apporto di Ermanno D’Andrea, imprenditore di origini locali che scelse di reinvestire competenze e capitale nel proprio paese d’origine.
  3. La riappropriazione del senso di luogo: La trasformazione della scuola elementare in Residenza Sanitaria Assistenziale (RSA) non fu vissuta come un’operazione speculativa o calata dall’alto, ma come un’opera collettiva e partecipata, in cui ogni passaggio decisionale è stato condiviso con la comunità.

La RSA San Nicola: il welfare come generatore di occupazione e tenuta demografica

Inaugurata all’esito di questo percorso co-progettuale, la RSA San Nicola rappresenta il primo tassello del modello Castel del Giudice. Nata per rispondere alla perdita di autonomia delle persone anziane, la struttura ha dimostrato come la gestione dei servizi alla persona possa fungere da potente volano economico primario per le aree interne.

La struttura ha generato circa 25 posti di lavoro diretti, operanti nei settori dell’assistenza socio-sanitaria, dell’infermieristica, della gestione alberghiera e dei servizi generali. In un comune di poche centinaia di abitanti, una simile quota occupazionale produce un impatto strutturale:

  • Fissazione della popolazione residente: 25 occupati corrispondono a nuclei familiari che scelgono di rimanere nel territorio, contrastando lo spopolamento e mantenendo vive le abitazioni del centro storico.
  • Tenuta dell’economia di prossimità: La presenza continuativa di lavoratori e utenti alimenta la domanda di beni e servizi di base (commercio al dettaglio, artigianato, trasporti), preservando la rete commerciale locale.
  • Trattenimento del capitale umano: La creazione di occupazione qualificata nell’ambito del lavoro di cura e della sanità territoriale permette a giovani e professionisti di non dover emigrare verso i contesti urbani per trovare realizzazione professionale.

La RSA San Nicola ha dunque superato la logica del welfare d’emergenza, dimostrando che l’erogazione di cura e la creazione di valore economico territoriale sono due facce della stessa medaglia.

L’evoluzione del modello: il Senior Social Housing e la promozione dell’autonomia

I sistemi territoriali evolvono al variare dei bisogni demografici e culturali della popolazione. A distanza di oltre due decenni dall’avvio della RSA, Castel del Giudice ha affrontato una nuova sfida: la gestione della fascia d’età compresa tra la piena maturità e la non-autosufficienza conclamata.

Nel 2024 è stata quindi avviata una seconda fase sperimentale incentrata sul Senior Social Housing. L’ipotesi di lavoro nasce dalla rilevazione di una frattura tipica delle comunità montane: la presenza di anziani ancora autosufficienti ma esposti al rischio di isolamento sociale, solitudine involontaria e decadimento cognitivo precoce a causa della dispersione abitativa o del venir meno dei nuclei familiari d’origine.

L’intervento di Senior Social Housing si propone di prevenire l’istituzionalizzazione impropria, realizzando un modello di abitare protetto integrato nel tessuto urbano del borgo. Gli anziani mantengono la propria indipendenza domestica all’interno di alloggi recuperati dal patrimonio edilizio esistente, beneficiando al contempo di un’infrastruttura di sostegno diffusa:

  • Servizi assistenziali leggeri di prossimità: Presenza periodica di figure di supporto per il disbrigo delle attività quotidiane, monitoraggio della salute e gestione delle commissioni.
  • Tecnologie domotiche e telemedicina: Integrazione di dispositivi di monitoraggio non invasivi per garantire la sicurezza negli ambienti domestici e agevolare il consulto medico a distanza.
  • Riattivazione dei legami di vicinato: Gli alloggi non sono isolati, ma inseriti nella vita di quartiere, favorendo relazioni intergenerazionali, mutuo aiuto e partecipazione alla vita pubblica del paese.

Dal punto di vista della teoria delle politiche sociali, il Senior Social Housing rappresenta il passaggio dal welfare della cura della fragilità al welfare della promozione delle capacità e dell’autonomia residenziale.

La visione sistemica: l’integrazione tra welfare, agricoltura e ricettività

L’esperienza di Castel del Giudice sarebbe incompleta se letta esclusivamente attraverso la lente dei servizi socio-sanitari. La forza del modello risiede nella sua natura sistemica, in cui le singole progettualità si alimentano reciprocamente all’interno di un quadro strategico unitario.

Parallelamente al potenziamento dei servizi alla persona, il comune ha promosso due grandi operazioni di rigenerazione fisica ed economica:

  1. La bonifica dei terreni e il meleto biologico Melise: Il recupero dei terreni agricoli frammentati o abbandonati ha consentito la nascita di un’azienda agricola biologica incentrata sulla coltivazione di varietà antiche di mele. Un’operazione che ha ridato valore al paesaggio rurale, creato ulteriore occupazione stagionale e stabile, e ricostruito la filiera agroalimentare locale.
  2. Il recupero edilizio e l’Albergo Diffuso Borgo Tufi: Le stalle e le vecchie abitazioni rurali in stato di degrado sono state recuperate senza consumo di suolo e trasformate in un’infrastruttura ricettiva di alto livello. L’albergo diffuso garantisce la sostenibilità economica del recupero architettonico e attira flussi turistici destagionalizzati.

Welfare (RSA e Senior Social Housing), agricoltura sostenibile (Melise) e ricettività etica (Borgo Tufi) non sono iniziative isolate, ma componenti interconnesse di un unico piano di sviluppo. Le entrate e l’attrattività generate dalle attività produttive e turistiche sostengono il tessuto dei servizi civici; viceversa, la presenza di una rete di servizi socio-sanitari efficiente garantisce la qualità della vita necessaria a rendere attrattivo il territorio per chi vi lavora o vi investe.

Attrazione di nuovi abitanti e rigenerazione relazionale

L’esito più maturo di questo approccio sistemico riguarda la gestione della sfida demografica. Di fronte al declino della popolazione storica, le politiche di ripopolamento delle aree interne falliscono frequentemente perché focalizzate su un’idea ingenua di attrazione, basata su campagne di marketing territoriale o sulla vendita di immobili a prezzi simbolici.

Un nuovo abitante — sia esso uno smart worker, un giovane nucleo familiare, un artigiano o un pensionato che sceglie di ritornare — compie una scelta di vita complessa. Nell’esperienza di Castel del Giudice, la decisione di insediarsi non dipende dall’idillio paesaggistico, ma dalla presenza di precise precondizioni di abitabilità:

  • Funzionalità dei servizi di connettività e mobilità.
  • Presenza di scuole e spazi di aggregazione culturale.
  • Robustezza e accessibilità della rete socio-sanitaria di prossimità.
  • Un clima comunitario aperto, abituato ai processi partecipativi e alla co-progettazione.

L’esperienza di Castel del Giudice insegna che chi intende ripopolare le aree interne deve collocare il welfare al centro delle politiche di attrattività. Senza presidi di cura, senza garanzia di assistenza per le fasce deboli e senza spazi per l’invecchiamento attivo, i territori marginali restano destinati a una funzione residuale o meramente ricreativa. Al contrario, quando il welfare viene co-progettato con la comunità, esso diventa il motore capace di trasformare un luogo di margine in un laboratorio permanente di rigenerazione e di nuova residenzialità.

*Progettista e ricercatore esperto in Ecosistemi Territoriali. 

Nell’ambito del Progetto Rigenerazione Territoriale, Castel San Giudice cerca famiglie, professionisti, artigiani e persone interessate a costruire un progetto di vita nel territorio. Il percorso prevede la possibilità di conoscere il paese, incontrare la comunità, approfondire le opportunità abitative e professionali e valutare consapevolmente un eventuale trasferimento. 

 Per candidarsi alla visita e richiedere informazioni:

https://www.rigenerazioneterritoriale.blog/castel-del-giudice/

Un pensiero su “Quando il welfare rigenera un paese”

  1. Patrizia Taccani

    Articolo molto interessante per la tematica. Non solo, ma anche perché chiarisce per ogni intervento descritto le ricadute positive sul territorio e quindi sugli abitanti e mette in luce il legame che unisce i vari settori del progetto realizzato. A mio parere sarebbe utile fare arrivare questa esperienza ai piccoli Enti Locali dei quali si sappia abbiano cercato, o stiano cercando, una strada per raggiungere risultati analoghi a quelli di Castel del Giudice, senza riuscirci o con risultati deludenti. Certo, nel caso descritto, la particolarità di un finanziamento iniziale derivato dal legame di un “nativo” con la sua terra, rende il caso un po’ unico, ma non è detto che non valga come esempio. Auguri di buon lavoro a tutta la Comunità e grazie a Vanni Treu!
    Patrizia Taccani

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