I servizi di prossimità vengono spesso descritti come luoghi di risposta ai bisogni più immediati. Tuttavia, quando vengono osservati nel tempo e analizzati attraverso i dati che producono quotidianamente, diventano anche qualcosa di diverso: osservatori privilegiati delle trasformazioni della povertà urbana.
È ciò che emerge dall’esperienza delle Cucine Economiche Popolari di Padova. Nel corso del 2025 i servizi hanno accolto 3.624 persone diverse, erogando complessivamente 110.180 prestazioni tra mensa, assistenza sanitaria, docce, distribuzione di vestiario e altri interventi di supporto alla vita quotidiana. Già questo primo confronto tra persone e prestazioni restituisce una chiave di lettura importante. Se si divide il totale delle prestazioni per il numero delle persone accolte emerge una media di circa trenta interventi per persona nell’arco dell’anno. Ma questa media nasconde una distribuzione molto diseguale: alcune persone utilizzano i servizi poche volte, mentre per altre rappresentano un punto di riferimento stabile nella vita quotidiana.
Questo dato suggerisce una prima trasformazione della povertà urbana contemporanea: la crescente durata delle condizioni di fragilità. I servizi intercettano certamente situazioni temporanee, ma una parte significativa della domanda riguarda percorsi che si estendono nel tempo. In molti casi le persone attraversano i servizi per mesi o anni, alternando fasi di maggiore autonomia a momenti di maggiore difficoltà. In questa prospettiva i servizi di prossimità accompagnano anche condizioni sociali che tendono a stabilizzarsi.
Quando la fragilità riguarda la vita quotidiana
Un secondo elemento emerge osservando la natura delle prestazioni erogate. La grande maggioranza degli interventi riguarda bisogni elementari della vita quotidiana: alimentazione, accesso a servizi sanitari di base, igiene personale, possibilità di lavare i propri vestiti o ricaricare la batteria del telefono. Si tratta di funzioni essenziali della vita urbana che una parte della popolazione fatica a sostenere autonomamente.
Anche il profilo delle persone accolte restituisce un quadro di vulnerabilità complessa. Quasi il 60% degli utenti vive una condizione di senza dimora e oltre il 70% risulta disoccupato. Accanto a queste situazioni di grave marginalità emergono percorsi molto diversi: migranti in situazione amministrativa incerta, lavoratori poveri, persone che hanno perso la casa o il lavoro a seguito di eventi biografici critici, individui segnati da fragilità sanitarie o relazionali.
Un ulteriore elemento significativo riguarda la continuità delle presenze nel tempo. Una parte consistente delle persone accolte nel 2025 risultava già conosciuta dai servizi negli anni precedenti. Questo dato suggerisce che molte delle fragilità intercettate non hanno carattere temporaneo ma assumono la forma di condizioni prolungate, nelle quali difficoltà economiche, precarietà abitativa, problemi sanitari e isolamento sociale tendono a sovrapporsi.
Letti nel loro insieme, questi elementi restituiscono un’immagine della povertà urbana diversa da quella spesso evocata nel dibattito pubblico. Più che emergenze improvvise, i servizi intercettano processi lenti di vulnerabilità, nei quali la difficoltà principale riguarda la tenuta quotidiana della vita: mangiare regolarmente, mantenere un minimo di igiene personale, restare in contatto con i servizi, gestire problemi di salute o affrontare procedure amministrative complesse.
Dai servizi alle politiche urbane
Quando queste informazioni vengono raccolte e analizzate in modo sistematico, i servizi di prossimità smettono di essere soltanto luoghi di risposta ai bisogni e diventano anche strumenti di lettura delle trasformazioni sociali che attraversano le città. I dati raccolti nel lavoro quotidiano permettono infatti di osservare fenomeni che spesso emergono molto prima rispetto ai sistemi istituzionali di monitoraggio.
Nel caso delle Cucine Economiche Popolari, la lettura sistematica delle attività ha contribuito anche a orientare alcune priorità organizzative: rafforzare la continuità dei servizi di base, consolidare la sostenibilità economica e gestionale delle attività, sviluppare alleanze territoriali e promuovere forme di innovazione sociale e organizzativa.
Questa esperienza suggerisce una riflessione più ampia sul ruolo dei servizi di prossimità nei sistemi di welfare urbano. Le organizzazioni sociali operano infatti in una posizione particolare: intercettano bisogni e trasformazioni sociali attraverso il contatto quotidiano con le persone e possono quindi cogliere segnali precoci delle fragilità emergenti.
In questo senso i servizi di prossimità rappresentano anche infrastrutture sociali della conoscenza, capaci di contribuire alla lettura dei fenomeni urbani e di alimentare il dialogo tra organizzazioni del terzo settore e istituzioni pubbliche. Se l’obiettivo delle politiche sociali territoriali è comprendere meglio come cambiano le fragilità nelle città, valorizzare le informazioni che emergono dal lavoro quotidiano dei servizi può rappresentare una risorsa preziosa per orientare le scelte future del welfare urbano.
*Referente comunicazione Fondazione Nervo Pasini


Interessanti considerazioni. Mi nasce una domanda: quanto le istituzioni sono interessate a prenderle in considerazione? quanto a dare risposte coerenti a livello politico e sociale a partire da queste letture? Mi auguro molta buona volontà e lungimiranza