Oggi si discute molto di “Lavoro di comunità” nei servizi sociali, complice la crisi. Escono libri, partono corsi di formazione, percorsi di consulenza.
E’ chiaro a tutti che i servizi sociali si devono addestrare ad una ottica di comunità, ma spesso, mi pare, si da come per scontato che gli interlocutori delle comunità con cui ci si rapporta, e si dovrà farlo sempre più (a volte sono chiamati associazioni, a volte terzo settore, a volte volontariato, con qualche aggiunta di parrocchie e centri sociali), siano per definizione:
in una ottica di comunità
una massa sostanzialmente omogenea mentre così non è, e l’abbondantissimo lessico che li ha definiti in questi ultimi venti anni e parimenti ha definito l’oggetto di cui si occupavano, lo sta a testimoniare.
Nell’aprile 2016 il Consiglio Superiore di Sanità e il Ministero della Salute hanno pubblicato un documento dal titolo Le infezioni sessualmente trasmesse, in cui sottolineano la necessità di promuovere livelli crescenti di formazione, informazione e sensibilizzazione sull’argomento. In effetti, i dati epidemiologici, diffusi da organizzazioni come il WHO, i Centers for disease control and prevention di Atlanta (CDC) e lo European Center for Diseaes Control and Prevention (ECDC), proprio con riferimento all’epidemia da HIV/AIDS e alle infezioni sessualmente trasmissibili (STIs), dalla sifilide alla gonorrea fino alla clamidia, tracciano un quadro a tinte fosche, ulteriormente aggravato dalla diffusione di nuovi modelli comportamentali a elevato rischio di contagio, fondati su conoscenze approssimative e superficiali che si associano a una generale sottovalutazione del fenomeno, soprattutto tra i giovani. Continua a leggere→
Fra le tante significative espressioni di commiato per la morte di Tina Anselmi voglio riproporre questa di Rosy Bindi, che da lei è stata introdotta alla vita politica attiva e sostenuta nella elezione nel suo stesso collegio elettorale: “Ciao Tina. Avremo sempre nel cuore e nella mente la tua forza gentile e il tuo coraggio di donna libera e profondamente credente. Hai combattuto fin da ragazza per la nostra libertà e la democrazia e non ti sei mai arresa: né di fronte alla violenza nazifascista né quando si trattava di difendere la Repubblica dalle insidie dei poteri occulti della massoneria deviata e della P2. Ci hai insegnato il valore della laicità e della buona politica, che hai praticato per tutta la vita con intelligenza, rigore morale, fedeltà alla Costituzione e passione civile. Prima donna ministro sei stata protagonista di riforme decisive che hanno cambiato in meglio la nostra società, stando sempre dalla parte dei più deboli e delle donne per affermare la dignità e i diritti di tutti». Continua a leggere→
Nel settembre scorso sono andata al convegno “La persona con decadimento cognitivo tra scienza, etica e diritti” promosso dal Comune di Milano in collaborazione con l’Osservatorio Alzheimer Milano per la giornata Mondiale Alzheimer. Non ho familiari in questa condizione, non lavoro in questo campo né ho ruoli di esperto o decisore di politiche sociali. Ci sono andata perché in una società in cui si vive molto più a lungo di prima le demenze segnano un’emergenza sociale ed è evidente che i singoli si orientano meglio nella vita quotidiana se trovano la possibilità di scambi più allargati con altri. E poi, concretamente, perché ho superato i 70 anni e sento per i processi di invecchiamento un interesse che prima non avevo. Penso anche al mio futuro e mi chiedo che cosa posso fare per essere informata e capace di esercitare un ruolo attivo, visto che con il passare del tempo ho conquistato la convinzione che ad invecchiare si impara.
Il tutto non è facilissimo. È vero che ora si parla degli anziani in modo ben diverso rispetto al passato, ma quando si è in salute è sempre difficile rapportarsi con l’ipotesi di un peggioramento delle proprie condizioni. É la stessa ombra che ho attraversato nella pratica preventiva degli screening, anche quelli più diffusi e consolidati, che chiedono comunque a ciascuno di rapportarsi con l’ipotesi di un male possibile, o con la scoperta di un male che c’è già ma non si vede, una sorta di evocazione o addirittura un’anticipazione di qualcosa che spaventa.
Ho preso la decisione di andare a sentire per la prima volta negli anni scorsi una conferenza sull’Alzheimer con un po’ di incertezza, ma a settembre ho guardato il dépliant del convegno con un atteggiamento diverso, di interesse partecipe. La cosa mi ha sorpreso e interrogato.
Una scorsa veloce del materiale informativo che ho conservato in questi anni mi ha dato qualche spiegazione. Sono cambiate tante cose. La parola Alzheimer si abbina ancora a “malattia”, “geriatria”, “fragilità”, ma con il passare del tempo è sempre più riferita alle persone concrete e alle loro relazioni familiari e sociali, al prendersi cura, al sostegno al caregiver, alla comunità amica, alla vita quotidiana, all’Alzheimer Cafè, allo sportello, al camminare, allo sport. E contemporaneamente si sviluppano elaborazioni più ampie che riguardano la ricerca scientifica, l’etica e i diritti. E’ una generatività che mette in circolo, supera l’impaccio dell’impegno filantropico e crea una nuova cultura. Tra l’altro, contribuisce ad ampliare in modo significativo l’ambito della medicina che non assegna il primato alla strumentazione tecnologica perché ha la consapevolezza del valore delle risorse umane.
Immagino che quanti sono coinvolti personalmente o professionalmente in questi problemi sentano tutta la pesantezza di conquiste lente e mai definitive. In realtà, da esterna, apprezzo i risultati conseguiti e le prospettive di nuovi sviluppi, sicuramente con molto meno dolore, ma con la convinzione che anche uno sguardo dall’esterno possa essere, a suo modo, un contributo. I momenti di divulgazione e riflessione cui ho partecipato mi hanno aperto delle finestre che altrimenti non avrei. Ma non è solo un nuovo orizzonte culturale. Quando l’Alzheimer entra pesantemente nella vita familiare sembra un vortice buio che inghiotte tutto, ma ci sono nella nostra società tante persone, operatori professionali o no, che sono riuscite a non farsi inghiottire e ad avviare dei percorsi di conoscenza e di intervento. Illuminano paesaggi finora ignoti e creano nuove reti di socialità. Mi danno coraggio perché offrono punti di riferimento in passaggi difficili. Non è poco di questi tempi.
Il convegno di Milano ha dato conferme alle mie aspettative, con una gamma di informazioni e riflessioni che a me, cittadina, anziana, abitante nella Milano di questo momento storico, hanno fornito un quadro complesso di quanto si sta muovendo attorno all’Alzheimer, persone, professionalità, istituzioni. Non ho sicuramente colto tutti i i contenuti del convegno, ma l’alone delle emozioni e dei pensieri è rimasto a lungo. Mi ha colpito particolarmente, tra i tanti, il contributo di Amedeo Santosuosso sui problemi relativi alla volontà del paziente e alla sua proiezione nel tempo. Ho capito alcuni snodi importanti che sono stati messi in evidenza con chiarezza e resi accessibili anche a un non specialista pur essendo molto complessi. Per quanti altri temi c’è bisogno di questa traduzione, di questa capacità di buona divulgazione!? E quante altre persone come me potrebbero essere coinvolte? Sono state molto interessanti le triangolazioni tratteggiate tra le figure professionali che devono orientarsi nell’azione, la normativa esistente, e la giurisprudenza, cioè la memoria di quello che altri operatori sono riusciti a capire e a decidere in situazioni anche drammatiche. Singole persone affrontano grandi problemi in contesti operativi in cui ancora tanto è indefinito e storicamente nuovo, ma c’è anche una comunità professionale che fa da riferimento. Ho incontrato il “professionista riflessivo” che opera all’interno di una società. Mi è piaciuto molto nell’intervento di Santosuosso anche il riconoscimento della soggettività dell’operatore professionale, della sua fatica nell’affrontare questioni tanto nuove e spinose e l’impegno a collaborare con altri in percorsi in evoluzione. E il riuscire a far interagire con tutto questo la propria esperienza di figlio colpito dalla malattia del genitore. Insomma, mi è sembrato un contributo ispirato a un umanesimo di fondo, portato da un esperto che si è presentato con la sua competenza, ma soprattutto come persona senziente e ragionante di fronte a problemi che ci disorientano, una persona intera che affronta dei rischi con un baricentro di responsabilità e serenità.
Sono certa che non è un caso che anch’io, ascoltando, abbia sentito emergere attorno al mio essere una cittadina anziana non specialista la complementarità di altri tratti identitari, come donna che ha avuto esperienze di cura di altri familiari e come. Ora, scrivendo, mi ricordo che sono anche la vicina di casa di una signora anziana che ha problemi di demenza.
I “servizi” sono ancora il dispositivo migliore per aiutare le fragilità?
Se ci guardiamo intorno, se guardiamo ai servizi più strutturati, troviamo una realtà che fatica a tenere il passo con il cambiamento. Qualche esempio: i servizi domiciliari per anziani dei Comuni sono diventati servizi di nicchia e marginali; i centri di aggregazione giovanile e gli Informagiovani sono luoghi che si sono via via svuotati di un interesse che si rivolge altrove; le comunità terapeutiche per le dipendenze attraversano da molti anni una fase di crisi e di ripensamento; le strutture residenziali per anziani accolgono in un caso su cinque (dati di Regione Lombardia) una utenza definita impropria, in quanto avrebbe bisogno di servizi più aperti, meno custodiali. Un quarto delle residenze per disabili in Italia ha più di 80 posti letto, dimensioni che limitano le possibilità di una inclusione reale nei territori.
Possiamo modificare ciò che esiste, dove questo è necessario, e questo già si fa. Possiamo rivendicare più risorse per il sociale, e anche questo già si fa. Ma si fa strada l’urgenza di pensare a nuovi modi di costruire l’aiuto, verso una rete di aiuti attivanti: attivazione delle persone e attivazione delle comunità locali. Continua a leggere→