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Prolegomeni a una futura e personale ipotesi di un welfare migliore

di Davide Pizzi *

Foto Davide Pizzi_Pistoia_VIa Abbi PazienzaQuesto articolo è il primo di una serie che ho in mente di scrivere, con i quali è mio desiderio trattare punti di ipotesi di intervento per migliorare il nostro welfare.
Dar voce ai deboli, alle fasce della popolazione inascoltata; perseguo questa mia vocazione, mediante la scrittura: se non si inizia a trattare seriamente questi temi, le coscienze assopite, o non informate, da chi potranno ricevere stimoli per riflettere? Sento forte in me questo mandato perché giornalmente mi confronto con la sofferenza e posso in tutta coscienza dire che una parte di essa è composta dal sentimento/certezza dei cittadini, di non essere ascoltati, compresi e creduti. Recepisco con i miei occhi e le mie orecchie le testimonianze delle loro vite, dopodiché le sviscero con la riflessione, uno sforzo non affatto semplice, e che non sempre mi riesce bene. Evito il rischio di interpretare le loro storie soltanto con i modelli teorici, affascinanti sotto il piano intellettivo, ma inutili se poco aderenti alla realtà.

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“L’ossessione delle regole”

di Claudio Caffarena *

“La Francia è in effetti sottoposta ad una ossessione per la sicurezza che ha prodotto una valanga di testi, di regolamenti e di costose misure per il timore di incidenti legati ad aspetti differenti del mondo dei Servizi: sanitari, alimentari, prevenzione incendi, ecc. Tutto ciò progressivamente soffoca l’iniziativa e la creatività dei gruppi di lavoro a carattere educativo e di cura dei nostri servizi. Mettendo l’accento sul prezzo della sicurezza, noi non vediamo soltanto l’aspetto economico o finanziario del problema, ma soprattutto il prezzo umano nei vincoli che ne derivano, l’assenza di libertà e di assunzione di rischi senza i quali non c’è possibilità di vita umana”.
Questa la riflessione avanzata dagli organizzatori delle due giornate di studio svoltesi in data 3 e 4 ottobre 2013 a Strasbourg sul tema “La sicurezza: a quale prezzo?” organizzata dalla Fondazione protestante Sonnenhof **.

La partecipazione a questo convegno mi ha stimolato ad approfondire la tematica rispetto alla realtà italiana e ad avviare un dibattito. Una prima osservazione: il tema è certamente importante ma, nella gestione della quotidianità delle persone, in particolare disabili, riveste un peso “opprimente” in quanto condiziona in modo determinante lo svolgersi delle attività e soprattutto la progettualità che i Servizi sono chiamati a gestire.
Inoltre, secondo elemento da evidenziare, si rileva una carenza di documentazione sull’argomento (sia in termini di testi che di articoli, se si eccettuano i manuali specifici di istruzioni per l’applicazione delle norme).
Terzo aspetto l’assenza di dibattito sulla tematica: come se non fosse possibile, non soltanto modificare la situazione, ma neppure avviare una discussione sull’argomento.
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Libera Norima

di Francesca Stefanini; Laura Stella Sforza; Laura Bonazzi *

Preparo con cura i vestiti da indossare, il primo approccio tra noi sarà fondamentale.
Non voglio apparire troppo seria, non voglio sembrare impostata, voglio parlarle attraverso le mie scarpe un po’ adolescenziali, tramite il filo di una collana comprata su una bancarella d’estate.

Non sarà quello che indosso che farà la differenza, ma c’è un linguaggio sottile che parla agli adolescenti anche attraverso ciò che indossi.

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“Si se noverit!” L’operatore tra il mito di Narciso e di Pigmalione

di Davide Pizzi*

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«Sarà felice mio figlio?» chiese la madre di Narciso al veggente Tiresia, ed egli rispose: «Si se non noverit!». Sì, se non avrà conosciuto se stesso. Dall’assenza della conoscenza di sé sarebbe dipesa la felicità di Narciso.

Egli però si conobbe! Dapprima non riconoscendosi nella sua immagine specchiata credette di aver trovato l’altro diverso da sé, successivamente scoprì che l’oggetto contemplato era proprio lui: il dramma della “riduzione a uno”, e questo stato di autoreferenzialità lo condusse alla morte.

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Fa meno fatica un cammello a entrare in un ago…

di Giulia Ghezzi *

cammello… che un assistente sociale a trovare il tempo di scrivere! E di leggere.
Sembra che il tempo usato per appuntare riflessioni, leggere riviste e informarsi sul web sia “quel di più” che proprio non possiamo regalarci, presi come siamo dal turbinio degli accadimenti quotidiani.
Un po’ è vero: quando le cose sono tante ci si sente più legittimati a lavorare a testa bassa che fermarsi un attimo. Ma io credo che ritagliarsi un momento per scrivere sia un regalo alla propria professione e un antidoto contro il burn-out. Continua a leggere→