La mia esperienza come Amministratore di Sostegno

*di Nicola Lorenzi

Da giovane avvocato e da interessato alla materia della tutela della persona da tempo nutrivo l’ambizione di “testare sul campo” le conoscenze sull’Amministrazione di Sostegno acquisite sui libri e durante un corso di formazione.

All’inizio dell’estate del 2015 venivo a conoscenza del fatto che un amico di famiglia, ormai anziano, stava vivendo con estrema apprensione la diagnosi fatta al proprio fratello, di poco più giovane, relativa al morbo di Alzheimer.

Questa persona, ormai da mesi, stava subendo una rilevante contrazione delle capacità mnemoniche e appariva sempre più spesso in stato di confusione, ed era patologicamente prodigo, elargendo denaro a più persone in assenza di ragioni e giustificazioni, il tutto senza che il fratello in salute fosse in grado di porvi alcun rimedio e avesse la forza, anche fisica e psichica, di proteggerlo, soffrendo quindi a sua volta.

Coinvolto professionalmente nella questione, decidevo di aiutare i due fratelli e, infine, mi rendevo disponibile a ricoprire personalmente il delicato ruolo di Amministratore di Sostegno in favore della persona malata, certo che potesse essere un’occasione di crescita non solo professionale ma anche umana e pur con i dubbi legati all’inevitabile intromissione nella vita di altre persone che ne sarebbe derivata in ragione dell’assenza di legami familiari tra noi.

Svolta la famiglia la procedura dinnanzi al Giudice Tutelare del tribunale di Milano e ricevuto il sottoscritto l’incarico formale, aveva così inizio sul campo la mia esperienza di Amministratore di Sostegno (in sigla anche A.d.S.), che mi ha definitivamente dimostrato come tra il dire e il fare, tra le nozioni scolastiche e le applicazioni pratiche, ci sia di mezzo … la vita vera, con tutte le complicazioni burocratiche, le difficoltà legate alla malattia e alla cura della persona, alla gestione delle più disparate problematiche che di volta in volta si presentano, il tutto reso ancora più complesso dalla necessità di interfacciarsi costantemente con un Giudice che, se per me è soggetto ben noto per la professione che svolgo, a un cittadino comune trasmette spesso un senso di preoccupazione e timore.

Ho quindi imparato o comunque visto sul campo quali siano le reali ed effettive difficoltà con cui ogni giorno i familiari, già provati dal dispiacere e dalle preoccupazioni, devono scontrarsi e cercare di superare per il bene del proprio congiunto malato e per effettivamente poter gestire i problemi con cui il ruolo di A.d.S. fa inevitabilmente entrare in contatto.

A titolo esemplificativo (e a prescindere dalle specifiche complicazioni di ogni situazione, magari legate all’ammontare del patrimonio o alla specifica patologia del beneficiario), ho conosciuto le difficoltà nel convincere le banche a concedere l’utilizzo dell’home banking per procedere con i pagamenti e il controllo delle spese (nonostante i decreti di nomina, ormai sistematicamente, ordinino agli Istituti di credito di dotare gli A.d.S. di detti strumenti, così da evitare di doversi recare di persona in una filiale per ogni necessità). Ho conosciuto sul campo le complicazioni burocratiche dell’iter per richiedere e ottenere l’indennità di accompagnamento, gli ausili per l’incontinenza, nonché, più in generale, la difficoltà nel consegnare al giusto Ufficio del giusto Ente la documentazione a riprova del proprio ruolo, indispensabile per la corretta identificazione dell’A.d.S. come soggetto legittimato a svolgere determinati adempimenti; oppure, la difficoltà anche solo di comprendere il significato (ancor prima delle problematiche relative alla sua compilazione e, soprattutto, trasmissione) del Modello ICRIC. Ho, altresì, conosciuto le difficoltà nel reperire un fidato collaboratore familiare, rendendomi conto di come alcune parole risultino prive di significato per coloro i quali le abbiano solo udite e non approfondite: dietro a un “badante” c’è un essere umano, con i propri problemi e con le proprie difficoltà (spesso anche comunicative), al quale però si pretenderebbe di affidare compiti di assistenza di persone con patologie gravi e complesse che richiederebbero conoscenze psicologiche e mediche, stupendosi poi che detto compito non venga svolto al meglio. Ho quindi avuto, una volta di più, dimostrazione dell’importanza di conoscere direttamente la persona a cui chiedi di lavorare, di approfondire con lei le problematiche che deve affrontare nella quotidianità e di trovare di volta in volta una soluzione, così da verificare che il soggetto a cui viene chiesto di vivere in simbiosi con il malato, sia effettivamente in grado di svolgere il suo delicato compito e di sopportarne anche psicologicamente i risvolti.

Ho quindi visto sul campo l’ingente lavoro a cui la Sezione Tutele del Tribunale di Milano è costantemente chiamata e che compie quotidianamente al meglio possibile, seppur certamente in carenza di organico e priva di giuste risorse pubbliche, sia dal punto di vista della Cancelleria sia dal punto di vista del Giudice Tutelare. Ho sperimentato le lunghe code che i cittadini devono fare per poter depositare istanze, documenti, rendiconti e per ritirare i relativi provvedimenti. Ho soprattutto compreso la decisiva importanza di potersi interfacciare con un Giudice Tutelare capace e attento alle effettive necessità rappresentate nelle istanze depositate, apprezzando i risultati ottenuti grazie a questa sinergia tra i vari ruoli.

Da ultimo, ma certamente non per ultimo, ho conosciuto da vicino la malattia e le conseguenze che questa comporta sulla persona. Ho vissuto da vicino i cambiamenti che una malattia come l’Alzheimer provoca in un lasso di tempo brevissimo, così da costringere il malato in uno stato di assoluta alienazione, incapace di gestirsi nei più elementari bisogni e così da farlo assomigliare sempre più, purtroppo negativamente, a un infante con necessità di controllo e gestione costanti. Solo in questo modo ho potuto comprendere il dramma che un familiare è costretto a vivere quotidianamente, chiamato non solo a dover gestire il proprio malato, ma altresì a sostituirsi a quest’ultimo nella gestione di tutto quanto lo stesso non è più in grado di fare, che, però, non per questo, scompare. Più banalmente ho compreso le gravose problematiche che le famiglie sono chiamate a sopportare, spesso in assenza di aiuti esterni, per cercare di “sopravvivere” nonostante la malattia.

Ora che la persona che assistevo non c’è più, oltre al ricordo della stessa, mi resta tutto quanto di positivo un’esperienza come quella raccontata può lasciare a livello di arricchimento e approfondimento non solo professionale e, soprattutto, la consapevolezza che molte famiglie – prive di nozioni giuridiche e ancor prima inesperte e comunque non pronte alle formalità – hanno certamente necessità di supporto per lo svolgimento del loro incarico. Un supporto che un’associazione come quella che ho incontrato nel mio cammino, l’Associazione InCERCHIO per le persone fragili, offre con grande competenza e passione, motivo per cui ho deciso di unirmi a loro per mettere a disposizione di familiari e beneficiari il mio contributo e le mie competenze.

Il tutto nella convinzione – espressa al termine di questa narrazione ma che è in realtà il motivo alla base del mio impegno – che l’introduzione dell’istituto dell’Amministrazione di Sostegno sia stata una delle più riuscite iniziative legislative del nostro Paese e che pertanto è dovere anche dei professionisti impegnarsi affinché l’Amministratore di Sostegno assuma sempre più un ruolo fondamentale per la cura e l’assistenza delle persone non più capaci, essendo l’unico strumento effettivamente in grado di dare le migliori risposte alle varie effettive esigenze del singolo beneficiario e con la corretta determinazione dei confini dei poteri da concedere all’A.d.S. di volta in volta nel caso specifico.

*Avvocato in Milano

Su questo tema segnaliamo anche l’articolo pubblicato su Scambi di Prospettive:Sull’equa indennità dell’amministratore di sostegno