Stereotipi e pregiudizi sono sempre all’assalto

L’assistente sociale e il lungo viaggio per combattere le discriminazioni,

di Antonella Albrigoni*

Sulla mia pelle

Il pregiudizio è sempre pronto a condizionare i nostri comportamenti e atteggiamenti verso l’altro, il diverso per colore, cultura, religione; esso è talmente radicato in noi che a volte sfugge al nostro controllo e si presenta così con tutte le sue conseguenze. Queste sono variabili a seconda di chi subisce il pregiudizio: se la persona è ben integrata nel tessuto sociale lo vive senza drammi, anzi dà una lezione di vita, proseguendo per la sua strada con la dignità di cittadino; se, invece la persona non ha ancora trovato la sua collocazione nello Stato di arrivo ne può scaturire un grosso conflitto relazionale.

Un evento che mi è capitato diversi anni è rimasto impresso nella memoria come emblematico di quanto anche un’assistente sociale, seppur dotata degli strumenti necessari, possa cadere nel tranello del pregiudizio o dello stereotipo, impresso nella mente, nascosto ma pronto a rivelarsi.

Arrivata al parcheggio sotterraneo della stazione metro di Bisceglie, dopo essermi recata in Tribunale per servizio, mi accingo a pagare il biglietto all’apposito distributore automatico. Traffico con biglietto e monete, finalmente arriva la ricevuta e qualche moneta di resto.  Con la coda dell’occhio vedo un uomo di colore avvicinarsi al distributore, mi viene istintivo offrire qualche moneta avanzata e nello stesso istante ricevo un rifiuto pacato e deciso: “no grazie” … accompagnato da un sorriso-.

Lo stupore della risposta mi porta a girarmi e guardare bene la persona: completo grigio, camicia azzurra, cravatta e ventiquattr’ore! L’imbarazzo che mi colse fu tremendo. Proseguimmo verso l’interno del parcheggio per raggiungere le auto e ci ritrovammo al pagamento alla sbarra: la sua auto prestigiosa diceva tutto del suo status. Mi sorrise e mi lasciò alla mia panda aziendale.

Per quanto era capitato cercai giustificazioni: la fretta, avevo solo intravisto, avevo l’attenzione al distributore per il pagamento…forse, anche…ma il pregiudizio mi aveva giocato un bruttissimo scherzo…l’equazione “nero= straniero= chiede la carità” …”, il “non bianco” con il “non cittadino” , figuriamoci pensarlo manager.

Nei giorni seguenti mi ritrovai a pensare e ripensare a quanto accaduto e mi trovai a fare alcune considerazioni. L’influenza delle tradizioni, delle mie esperienze di vita, familiari, scolastiche, amicali, le scelte politiche e istituzionali, il ruolo dei media con le notizie allarmanti sulle ondate migratorie. A proposito di notizie allarmanti mi venne in mente come Erri De Luca nel suo saggio “L’età Sperimentale” invitasse a riflettere sulla terminologia della parola ondate migratorie oppure flussi migratori:

“…c’è una leggenda che ci vuol far sentire invasi, che ci vuole fare sentire pressati da questi nuovi residenti; parlare di ondate non va bene, non è precisa per inquadrare il fenomeno però è utile per scatenare una condizione di rigetto da parte di una terraferma che si sente invasa da ondate; se si tratta di ondate cosa fa una terraferma?  alza dighe, barriere, scogliere, dunque questa parola ondate suscita già automaticamente una reazione di paura, e però non sono ondate sono dei flussi migratori, flussi, che passano, di passaggio, che non ristagnano, i flussi hanno questa specialità che non stagnano se non trovano dove assorbirsi o essere assorbiti, passano oltre…e poi si parla di invasioni, caspita le invasioni fanno paura…”

E dunque quanto queste notizie distorte siano potenti nell’influenzare le opinioni delle persone, delle famiglie, delle comunità!

“Culturalmente” neutri perché operatori professionali?

Questa nostra posizione non ci salva poiché non è possibile pensare che la relazione d’aiuto si giochi semplicemente cercando di riferirci alla cultura dell’altro – immigrato – che ho di fronte; quante volte gli operatori concludono le frasi dei loro interventi affermando “Sì, sai perché bisogna pensare che nella loro cultura …”. Qui le culture in questione sono due: la mia e l’altrui. Soltanto facendo approfondimenti antropologici o formandosi attraverso un approccio interculturale possiamo, forse, immaginare di superare l’idea che ciascuno di noi, persona o operatore, ha rispetto al fatto che il metro di misurazione sono i nostri valori, le nostre idee, le nostre abitudini, le nostre tradizioni. Insomma siamo tutti “macchiati di etnocentrismo…” Come dicevo (sopra) bisognerebbe rispolverare i libri di antropologia culturale per evitare di interpretare in maniera distorta il linguaggio e i comportamenti del “nuovo” che ci sta di fronte.

Conoscere una persona per “riconoscerla”: una questione lunga e complessa

Conoscere e “riconoscere” una persona: questa specifica  ci fa capire che possiamo conoscere differenti aspetti  di una persona, ci facciamo  un’idea, ci affidiamo a quello che ne dicono gli altri nel quartiere,  negli uffici pubblici , a scuola ( vedi le persone  straniere che frequentano i corsi per assistenti familiari dove io insegno). Spesso però si tratta di un conoscere ordinario, superficiale che non riconosce l’unicità della persona, molto spesso “andiamo a pelle”, la etichettiamo e la rinchiudiamo nei nostri pregiudizi (le donne cubane sono impulsive, le donne arabe stentano a fidarsi delle altre compagne, le donne dell’Ecuador sono molto intraprendenti…). In realtà non ci siamo accorti di chi è veramente quella persona, ci si ferma all’esteriorità e si rifiuta la “novità” della persona stessa. Dovremmo farci condurre dallo “stupore che ci attiva, quando succede l’incontro con l’altro: quell’incontro deve essere vivo e non abitudinale” (Papa Francesco, 2025)

Una nuova messa alla prova come operatore sociale

Il mio etnocentrismo viene messo alla prova quando, circa due anni fa, collaboro come coordinatore del Servizio Sociale ASST, con la collega del Servizio Sociale presente nell’Ospedale dell’Oltrepò. Una famigliola proveniente dalla Costa d’Avorio approda nel paesino oltre padano proprio dove ha sede l’Ospedale. Mariam, Fofana, Aya chiedono assistenza presso il Pronto Soccorso: Mariam sta per partorire. Che cosa stavano inseguendo questi giovanissimi migranti per lasciare il proprio paese d’origine, rischiando di morire nel Mediterraneo?

Il viaggio verso l’Europa di Mariam e Fofana (minorenne al momento della partenza) è durato alcuni anni, proprio come viene descritto sulle riviste, sui giornali, detto al TG: partiti di nascosto da genitori e parenti, hanno lavorato come camerieri, addetti alle pulizie, soprattutto Mariam più grande di Fofana di alcuni anni. Il denaro serviva per vivere ma soprattutto per pagare il viaggio. Hanno viaggiato con autobus, auto, camion, hanno soggiornato in centri di accoglienza nei paesi africani, hanno pagato conoscenti e presunti “amici”, attraversato la Tunisia, la Libia e sono sbarcati sulle coste italiane, con o senza documenti in regola.

Scappavano dalla loro terra dove non è concepibile che la coppia sia formata dal ragazzo più giovane della ragazza; dove sono ancora previsti matrimoni forzati che contemplano, in caso di diniego della donna, l’esclusione dall’eredità familiare, addirittura atti di violenza per indurla a sottomettersi alla tradizione; dove nelle zone rurali ancora oggi possono studiare solo i figli maschi. Insomma entrambi erano alla ricerca di una vita dignitosa e hanno rincorso un mito: raggiungere un cugino in Francia, paese di cui il parente e i conoscenti decantavano la bellezza, le molteplici opportunità lavorative e, perché no? anche gli agi della vita di tutti i giorni.

Arrivati nel Centro di accoglienza italiano vi sono rimasti alcuni giorni: il sovraffollamento è stato il primo ostacolo per la permanenza, non era considerato un luogo sicuro per la piccola Aya e per Mariam in stato di gravidanza, non era facile convivere con altre persone totalmente diverse per stili di vita, religione, etc.

Riprendono il loro viaggio verso il Nord

In Ospedale la collega Assistente Sociale, subito coinvolta, si trova di fronte agli ostacoli amministrativi, la carenza di documentazione necessaria a garantire una legittima presa in carico in un paese europeo. Un nucleo familiare formato da due adolescenti e da due minori: si ragiona insieme alla collega rispetto all’inserimento in una comunità di prima accoglienza  nella zona dell’Oltrepò ma quale Comune avrebbe potuto sostenere  i relativi costi secondo i regolamenti di Servizio vigenti? Si può immaginare una segnalazione al Tribunale per ottemperare alla richiesta amministrativa – per tutelare la minore e la neonata –  ma perché se i due genitori appaiono adeguati nell’accudimento dei figli? Mariam e Fofana non sono inadeguati quanto a capacità genitoriali. Insomma, si tratta di fare tornare i conti, nel vero senso della parola; ma cercando di incasellare la loro situazione negli interventi istituzionalmente previsti non saremmo incappate nelle fatidiche “ingiustizie strutturali”?

Allora con la collega pensiamo a una scelta diversa e immaginiamo un’alternativa che consenta anche di conoscere in maniera più approfondita tutta la situazione della famiglia, le loro risorse soprattutto. Non dimenticando in particolare che il loro viaggio dalla Costa d’Avorio è stato un viaggio intenso, carico di imprevisti, di emozioni, di risvolti psicologici, che hanno inciso e incideranno sulla loro vita, sulle relazioni che andranno a costruire nel tempo. A livello istituzionale non riusciamo a reperire una soluzione, anche per i tempi pur dilatati dell’accoglienza ospedaliera e, anche se ormai da decenni diciamo che il Terzo Settore non è la stampella del Pubblico, non possiamo che rivolgerci ad una Fondazione che da anni lavora per garantire pratiche di solidarietà, diritti umani e sociali, ed ha una rete di risorse ben consolidata sia nel territorio comunale sia con le istituzioni amministrative provinciali (Prefettura, Questura, etc.).

Il Terzo Settore: una risorsa efficace presente sul territorio

La Fondazione che gestisce la Casa di prima accoglienza e altre comunità educative è molto conosciuta in Lomellina e si occupa principalmente di cooperazione internazionale e di solidarietà sociale. Lo spirito del fondatore “il pendolare appassionato della missione e della carità”, grazie a iniziative caritative inedite per l’epoca, ha influenzato “il clima comunitario” e continua anche oggi ad essere un riferimento per le altre realtà di volontariato del paese, presenti e attive, consentendo lo sviluppo di alleanze costruttive a favore dei più fragili, degli anziani, delle famiglie con difficoltà, etc.

La collega del Servizio Ospedaliero attraverso la dimissione protetta favorisce l’inserimento del nucleo familiare nella Comunità di accoglienza e io mi attivo con  la collega del Consultorio familiare di competenza della zona per una presa in carico sia di Mariam che della neonata Aicha, per quanto riguarda il percorso di salute della mamma, la contraccezione, l’inserimento nel gruppo delle neomamme e dell’allattamento al seno, oltre a tutto l’aspetto relativo alle vaccinazioni della piccola Aya.

Il percorso dei documenti a livello burocratico diventa uno degli obiettivi costanti e fondamentali di cui si occupano sia gli operatori della Comunità sia gli operatori consultoriali per garantire al più presto l’autonomia come nucleo familiare, l’integrazione sociale, lavorativa, scolastica nella comunità locale.

Mariam si occupa a tempo pieno di Aicha, cura l’alloggio con molta attenzione, si integra con le altre mamme della Comunità, aderisce al supporto emotivo proposto dalla psicologa della Comunità. Aya viene iscritta alla scuola materna e frequenta con molto interesse, impara la lingua italiana molto velocemente, termina il suo percorso vaccinale, si concede la possibilità di avere finalmente delle amiche. Fofana svolge attività di volontariato presso la Fondazione, in attesa di avere i documenti necessari per la ricerca di un lavoro; svolge anche piccoli lavori di manutenzione in paese, grazie all’aiuto dei volontari e di amici della Fondazione.

È una intera comunità che fa accoglienza sia dei genitori che delle bambine, non si gira dall’altra parte, abituata, come dicevo (sopra), all’incontro con “lo straniero”; frequentano la parrocchia e ci tengono a battezzare le bambine in un grande festa preparata dalla Casa di accoglienza. Mi chiedono di essere la madrina delle bambine e qui nasce il dilemma etico se accettare o meno questa loro “investitura”: questo, lo so, mi legherebbe a loro in maniera diversa. Accetto di fare la madrina di Aya e Aicha anche perché ho ben in mente che il loro punto di arrivo è quello di “riacquistare padronanza della propria situazione” e di proseguire verso la piena autonomia come persone e soprattutto come genitori. Essere madrina per Mariam ha un significato piuttosto profondo, oltre a quello cristiano: sottende l’avere accanto una persona degna di fiducia, con la quale confrontarsi e consigliarsi, e perché no, poter sorridere dei fraintendimenti linguistici o modi di dire italiani: “vai a quel paese…” “stare con le mani in mano”… “lì piove sul bagnato…” “lavorare in nero…(!)…

Mariam e Fofana

Il percorso di crescita di Mariam e di Fofana, nella nuova realtà comunitaria, assume forme diverse. Mariam, grazie alla sua intraprendenza, alle sue capacità personali, alla sua volontà di riuscire trova lavoro in un’azienda del paese; frequenta il corso di alfabetizzazione per stranieri, approfondisce la conoscenza con alcune insegnanti, si fa delle amiche con le quali condivide l’arte del modellare le treccine africane, si occupa delle bambine, impara a spostarsi con i mezzi pubblici dalla città ai paesi, compera il vestito tipico ivoriano per andare alla festa di chiusura della scuola materna, dimostrando un grande rispetto per quell’evento. A volte ci stupiamo per i viaggi che si sobbarca con le bambine al seguito, per andare dalle amiche o a fare compere al mercato, noi, abituati ad avere l’auto per il minimo spostamento: ma come ci diciamo io e la psicologa della comunità “cosa vuoi che siano per lei, che ha attraversato mari e monti e deserti…”

Fofana, prova diversi lavori, e qualche volta ha dovuto cimentarsi a gestire la discriminazione come straniero rispetto alle opportunità di lavoro: poco pagato, con turni difficili, pagato in ritardo. Finalmente trova una collocazione stabile e ben retribuita. Entra in contatto con altri coetanei del paese e del corso di alfabetizzazione: scopre l’adolescenza. E fa l’adolescente – esce con gli amici, si impegna a giocare a calcio, si allena, frequenta le città vicine in orari notturni, acquista vestiti di marca, compera una bici per i suoi spostamenti che sempre di più non condivide con Mariam.

Con l’autonomia lavorativa il percorso comunitario si chiude definitivamente. Piano piano anche loro due si allontanano e decidono di proseguire la loro strada separati. Ad oggi abitano in due appartamenti distinti e continuano a vedersi come genitori di Aya e Aicha. Stanno ancora “misurando” come far crescere questa nuova situazione fra di loro, che contempla nuovi impegni, nuove responsabilità, nuove modalità relazionali.

Va detto che nella situazione di Mariam possiamo ritrovare delle dinamiche di discriminazione di genere nella distribuzione della responsabilità genitoriale. Gli atteggiamenti di Fofana portano a pensare che, il suo impegno “forzato” nei confronti delle bambine, non è solo l’età adolescenziale a definirlo ma gli assunti socio-culturali vigenti secondo i quali i/le figli/e sono soprattutto a carico della madre.

Io sono ancora presente nelle loro vite, soprattutto in quelle di Mariam, Aicha e Aya. Sono l’assistente sociale e la “madrina”, la persona che accompagna Mariam nel districarsi in un complicatissimo sistema burocratico fatto di domande da presentare, appuntamenti con il patronato, le richieste di bonus, la ricerca del nido senza lista d’attesa troppo lunga, ma anche nel girare per i mercatini dell’usato per acquistare quello che serve per la sua nuova casa. Nei nostri momenti insieme raccolgo con tanto interesse i suoi racconti spontanei: mi parla del traffico nella sua città, di quanti servizi devono essere pagati a differenza del nostro sistema italiano, dei suoi studi tralasciati, del fatto che i suoi genitori non sanno che ha due bellissime bambine, dell’amica di Milano, badante, che va a sostituire ogni tanto, di Parigi, il suo sogno più grande. E mi fa riscoprire questioni antiche, ormai dimenticate, passate di moda, mi fa tornare indietro nel tempo e riassaporare il valore delle piccole cose ma indispensabili: una di queste è avere sempre a disposizione il pane. Il pane per nutrirsi certo, Mariam conosce tutti i prezzi del pane di tutti i negozi del paese e delle zone circostanti; lo acquista, lo conserva, lo mette da parte, lo usa come alimento privilegiato, lo condivide con le amiche. È un dono e non va mai sprecato. Ripenso alle nostre abitudini moderne dell’uso del pane e vedo un senso nuovo.

Pensando a come sia la Fondazione sia l’intera comunità locale ha accolto Mariam, Fofana e le loro creature mi piace concludere questa storia di vita con le parole di Fabio Folgheraiter:

“Persino qualora le persone sconosciute che giungono nei “nostri” territori palesemente non cercassero una casa, bensì solo una dimora in cui stare riparate e rinchiuse, talune attente a volte forse solo a piccoli vantaggi opportunistici, possiamo sperare che la fiducia delle nostre comunità ben presto le rassicuri, coinvolgendo loro e i loro bambini in un progetto di futuro di cui abbiamo bisogno.”

In fondo questa è la storia che lega me e Mariam e la comunità dove vive.

 

*Assistente Sociale, CROAS Lombardia

 

Bibliografia

  • Erri De Luca, Ines de la Fressange, L’età sperimentale, Feltrinelli, Milano, 2024
  • Silvia Fargion, Il metodo del servizio sociale – Riflessioni, casi e ricerche, Carocci  Faber, Roma, 2013
  • “La rivista del Lavoro Sociale”, Vol. 17, n. 4, Agosto 2017
  • “La rivista del Lavoro Sociale”, Vol. 24, n. 6,Dicembre 2024

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