La psicoterapia nel tempo della crisi: alla ricerca di prospettive d’intervento

di Roberto Cerabolini*

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Viviamo in un tempo di rapidi mutamenti del contesto socioculturale, che si ripercuotono sensibilmente nel modo in cui le persone si relazionano e nelle rappresentazioni che sviluppano. Possiamo comunicare con molteplici canali e mantenere contatti permanenti con un gran numero di persone, anche lontane; ma ciò non sembra generare una effettiva maggior capacità comunicativa. Da un lato riceviamo una quantità di stimoli che ci portano a conoscere fenomeni di cui non facciamo esperienza diretta, dall’altra, contemporaneamente, corriamo il rischio di veder ristretti ai minimi termini gli spazi e i tempi per riflettere su ciò che siamo e sulle esperienze che realizziamo.

Nella nostra “società liquida” (per usare l’immagine di Zigmund Bauman) l’individuo si trova a disporre di “una libertà di scelta dalle proporzioni inusitate, al prezzo di un’insicurezza reale altrettanto inusitata”[1]. Naturale conseguenza di tale condizione è l’esposizione alla paura, accentuata dall’indebolimento delle strutture sociali che un tempo erano un riferimento per i bisogni e le difficoltà degli individui e dei gruppi. Le modificazioni intervenute nella famiglia e la consistente mobilità sociale e geografica dell’attuale contesto sociale, che ridisegna continuamente e rapidamente i ruoli e le relazioni tra le persone, fornisce un humus particolarmente adatto ad accentuare l’inquietudine della precarietà e la minaccia della solitudine. Chi non dispone di sufficienti strumenti e reti relazionali per contenere la dimensione della precarietà può trovare intollerabile la paura, e tende così a reagire con movimenti difensivi funzionali ad esorcizzarla[2].

Molti dei “nuovi pazienti” manifestano dipendenze patologiche, di tipo sia psicotico che nevrotico, quale risposta ad aree di sofferenza interna non tollerabili[3]. Difesa ed evitamento del dolore, nelle varie forme di ‘anestesia psichica’ e narcisismo patologico, costituiscono alcuni dei sintomi più ricorrenti delle nuove psicopatologie.

Tralasciando le notevoli implicazioni economiche e sociali dei cambiamenti presi in considerazione, vorrei soffermarmi sull’impatto che esse comportano nel campo della salute e del benessere mentale.

In primo luogo si tratta di ridiscutere l’oggetto dell’intervento: qual è la natura di questa sofferenza? quali persone/gruppi coinvolge, oltre al paziente? Quanto c’è di “interno” e quanto di “esterno” nel disagio che si manifesta?

In psicologia clinica si è passati, nel corso degli anni, dalla centralità del “problema psicologico”, di impronta nevrotica, all’emergere del disturbo “psicogeno” (fenomeni cosiddetti psicosomatici, affezioni riscontrabili somaticamente e riconducibili ad un’origine psichica) fino a giungere in anni recenti ad una maggior incidenza di disturbi a rilevanza ‘sociale’ (stress-related-work, sequele dovute all’instabilità del sistema familiare, disturbi specifici come bullismo, mobbing e stalking, pedopornografia, varie forme di violenza sessuale…). Nel volume “L’epoca delle passioni tristi” del 2004 Miguel Benasayag e Gérard Schmit hanno rilevato come ai Servizi psicologici e psichiatrici si rivolgono persone le cui sofferenze non hanno una vera e propria origine psicologica, ma riflettono la tristezza diffusa che caratterizza la nostra società contemporanea, percorsa da un sentimento permanente di insicurezza e di precarietà, che rende la sofferenza un problema del singolo, ma in quanto riflesso nel singolo della crisi della società.

La psicologia e la psichiatria si sono così orientate ad una comprensione più dinamica dei fenomeni psicopatologici, superando i vecchi schematismi della diagnosi per categorie. Il nuovo DSM 5[4] ne è un esempio, ma anche l’ICF[5], fin dal 2001, ha suggerito di affrontare la valutazione dello svantaggio e della disabilità non a partire dai costrutti di deficit e malattia, ma considerando il funzionamento dell’individuo in relazione al suo ambiente di vita. Il concetto di salute si è così sostanziato di riferimenti alla qualità di vita, all’integrazione, alla partecipazione delle persone alla vita del contesto.

Le linee dell’intervento psicologico si sono conseguentemente orientate in una direzione sempre meno confinata nell’alveo delle istituzioni speciali(stiche) e sempre più protesa a coinvolgere l’ambiente di vita. Nell’attenzione al ruolo delle relazioni, considerate all’interno dei loro specifici contesti, vi è sia la possibilità di conseguire una più ampia comprensione dei processi costitutivi della psicopatologia, sia di promuovere le condizioni che possono favorire il cambiamento e lo sviluppo degli individui, favorendo la creazione di un ‘campo di cura’ che estenda le risorse a disposizione e le disponga in sinergia tra loro.

La scelta di chiudere le strutture manicomiali ed istituzionali segregative (con la legge Basaglia del 1978, applicata in tempi assai lunghi e mai del tutto portata a termine), puntando sull’integrazione e l’inclusione sociale delle persone sofferenti, ha allargato progressivamente il campo d’azione degli interventi, in una prospettiva di inclusione che spinge gli operatori a porsi in relazione con le strutture più informali del contesto sociale (scuole, luoghi di lavoro, condomini, associazioni, centri ricreativi…).

Nel frattempo, sulla scia dei progressi e delle aspettative di successo che hanno celebrato la “potenza” della medicina, anche la psicologia è penetrata nell’immaginario e nella cultura diffusa quale indispensabile oracolo. Si può constatare oggi la diffusione di una marcata sensibilità verso il disagio psichico, con la propensione a leggere in chiave psicologica molti tratti che caratterizzano i comportamenti sociali. Aumenta così la domanda di intervento clinico, in parte avanzata dalle persone in condizione di sofferenza, in parte stimolata o orientata da altri professionisti (medici, tecnici di riabilitazione, insegnanti, educatori, assistenti sociali…) e anche da molti media.

Il ricorso all’aiuto psicologico è cresciuto, così come il numero degli psicologi. Purtroppo la presenza di psicologi nei Servizi sociosanitari non è cresciuta allo stesso modo, ed oggi la notevole riduzione degli investimenti nel settore limita le potenzialità di intervento, determinando anche non pochi problemi sul piano occupazionale.

Queste ristrettezze, drammatiche sotto il profilo sociale e morale, ostacolano non solo il tradizionale lavoro clinico, ma anche la possibilità di sperimentare nuove forme di approccio al disagio psichico, che potrebbe derivare da interventi innovativi e non-convenzionali, che fanno leva sulla collaborazione tra istituzioni sanitarie e organizzazioni sociali per promuovere condizioni favorevoli alla salute mentale in ampie fasce della popolazione.

Per alcune linee d’intervento abbiamo già sufficienti conoscenze per sapere cosa fare, come ha sostenuto Sean Duggan, direttore del “Centre for Mental Health” di Londra. I risultati di una sua indagine, di cui abbiamo dato conto in un precedente post (“Investing in Children Mental’s Health”), costituiscono un contributo in grado di fornire orientamenti ai decisori politici e ai dirigenti delle strutture che erogano servizi all’infanzia e all’adolescenza; essa ha mostrato come i benefici finanziari derivanti dalla prevenzione e dagli interventi precoci a tutela della salute mentale superano di gran lunga i costi, ma purtroppo solo una minoranza di bambini che presentano questi problemi riescono ad ottenere qualche forma di trattamento.

La natura sociale della crisi tende a ostacolare la capacità di risposta degli individui, e il ruolo della psicoterapia potrebbe situarsi proprio sul versante del contrasto dell’insicurezza che genera angosce, facilitando la costruzione di legami affettivi e di solidarietà. E’ però fondamentale che l’accesso a trattamenti psicologici sia garantito anche per le persone che per motivi economici e per la contrazione dell’offerta di Servizi pubblici restano attualmente escluse. Si stima che in Italia, circa un quarto della popolazione adulta presenta ogni anno una criticità psicologica tale da dover richiedere l’aiuto specialistico, e che solo il 10%, generalmente i casi più gravi, approda ai servizi psicologici e psicoterapeutici pubblici.

Interessanti risultano le iniziative assunte da alcuni Comuni (ad es. Milano, Piacenza) di convenzionarsi con organizzazioni non-profit in grado di offrire interventi qualificati a prezzi contenuti, con la garanzia dell’Ordine degli Psicologi e con la collaborazione dei Servizi Sociali; si parla di psicologia sostenibile per le caratteristiche di accessibilità e sostenibilità che questo servizio offre, ed è significativo che ciò abbia indirizzato anche alcuni enti privati a percorrere questa strada. Sono per ora soltanto sparute esperienze, da sviluppare e condividere per ottenere un impatto significativo. Allo sviluppo di questa tendenza potrebbe essere affidato l’avvenire di una speranza.

[1] Pinato M., in Psicopatologia e Politica a cura di F. Comelli, Mimesis 2012, pag. 120

[2] Pinato M., ivi, p. 121

[3] Comelli F., Curare Istituzioni che Curano, Mimesis Edizioni 2009

[4] DSM-5 Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali – Cortina 2014

[5] Classificazione Internazionale del Funzionamento, della Disabilità e della Salute, OMS 2001

*psicologo psicoterapeuta, Milano