Quando muore una persona della quale ci prendiamo cura

di Pierluigi Emesti*

Disegno di Irene Esposito

Disegno di Irene Esposito

Vorrei provare a condividere delle emozioni e delle riflessioni che mi stanno sorgendo dal cuore, dalla pancia e dalla testa.

Nel lavoro di cura di persone fragili, capita che si debba assistere a delle morti.
Ogni volta però è necessario secondo me prendersi il tempo necessario per accompagnare la persona dal nostro vissuto quotidiano all’album dei ricordi.

E’ successo recentemente che una ospite del centro per disabili dove lavoro sia mancata, dopo una breve ma cruenta malattia.
Come spesso capita non ce lo aspettavamo, parlo al plurale perchè tutta l’Equipe è stata disorientata da questa notizia, anche se la situazione di questa persona era molto debilitata e non facile.

In aggiunta abbiamo anche festeggiato, in sua assenza per malattia, il suo 50esimo compleanno. La famiglia ci teneva a farlo e anche noi tutti, è una prassi festeggiare insieme agli ospiti i compleanni. Il bigliettino le foto, il regalo, tutto finisce per diventare lavoro educativo da svolgere ognuno con le proprie capacità.
Comunque sia, Mimì non c’è più e nonostante la sua tetraparesi e l’assenza del linguaggio verbale, la sua presenza era occasione di intenso scambio di comunicazioni.
Per la sua peculiarità il lavoro di cura nei suoi confronti era delicato e impegnativo.
Purtroppo non abbiamo fatto in tempo a darle l’ultimo saluto e siamo rimasti delusi da questo, ci siamo sentiti un po’ tagliati fuori.
Eppure dal lunedi al venerdi per 47 settimane l’anno dalle 9 alle 16 abbiamo condiviso il nostro tempo.
Alcuni colleghi hanno fatto fatica a ricordare da quanto, forse 25 anni forse di più.
Insomma, un legame affettivo inevitabilmente e secondo me giustamente, si è venuto a creare. Abbiamo dedicato un incontro di supervisione a questo tema. In molti hanno espresso le loro emozioni e qualche ricordo con il magone, abbiamo forse fatto il nostro funerale laico.

A volte può succedere che la famiglia di appartenenza senta come unico il diritto al dolore, al lutto rinnegando ad altri un seppur ridotto potere di essere coinvolti.
E’ innegabile che l’impegno e la fatica sia per la famiglia molto più intenso, eppure anche coloro che hanno accolto, cantato, accompagnato in passeggiate, imboccato, pulito e salutato tutti i santi giorni, hanno sofferto per la scomparsa di questa persona.
Questa come tante altre!
Spero che si possa in futuro lavorare e costruire con le famiglie magari delle relazioni che sappiano riconoscere agli operatori un ruolo non solo socio-assistenziale-sanitario-educativo.

Abbiamo fatto tanta fatica a mettere la parola PERSONA davanti a disabile, proprio perchè sono sicuro che Antonio, Natale, Salvatore, sono persone insieme alle quali lavorare vorrei poter avere il diritto di essere triste se un “utente” scompare.
E’ poco professionale?
Forse chi investe poco in relazioni significative ritenendo che sia poco professionale lasciarsi coinvolgere, la pensa così. Vivrà sicuramente con meno delusioni e sofferenze. Ma anche con meno sogni e gioie inaspettate.
Difficile scegliere. Lo ammetto. Forse prendo tutte e due le opzioni.

*Educatore professionale