Covid-19: le euristiche emerse nella pandemia

 di Eleonora Maglia*

Per Simon (Simon H. A., 1972, Theories of Bounded Rationality), posti di fronte ad un ideale pagliaio, non si cerca l’ago più aguzzo in assoluto, ma semplicemente un ago sufficientemente appuntito per poter cucire. L’autore citato esprimeva con questo concetto l’intuizione -allora rivoluzionaria in economia- che, nel momento di una scelta, il processo di ricerca e comparazione delle opzioni possibili non è mai infinito e perfetto, ma piuttosto mediato e minato da una serie di fattori (tra cui il tempo e l’esperienza pregressa).

Grazie agli studi pionieristici di Simon e alle integrazioni successive dei suoi successori nella branca poi chiamata Economia Comportamentale (ne abbiamo parlato in precedenti post: qui  e qui), gli assiomi economici classici sono stati integrati da conoscenze ascrivibili ad altri settori scientifici (come la biologia e la psicologia) e hanno dato luogo a modelli predittivi del comportamento umano più realistici, che tuttora hanno larga parte anche in campo sociale. Da allora, nel tentativo di interpretare o anticipare le decisioni e le azioni delle persone, gli economisti comportamentali hanno isolato una serie di approssimazioni cui gli individui si affidano per formulare giudizi (tecnicamente euristiche). Le euristiche, riprendendo la metafora iniziale, consentono di “cucire” nonostante non siano “l’ago più aguzzo in assoluto”: sono infatti funzionali (perché riducono il tempo e lo sforzo necessari per risolvere i problemi decisionali quotidiani) però possono produrre errori anche sistematici. Concretamente, si può dire che favoriscono la rapidità di azione ma non assicurano che l’azione sia ineccepibile nei modi o nei risultati.

Perché un richiamo a Simon e alle euristiche? Perché nel corso della pandemia in corso si è stati chiamati a prendere una serie di decisioni (già problematiche nell’ordinario per quanto si è detto sopra) in stato di emergenza (ed è noto quanto un eccesso di emozioni impedisca l’esattezza del ragionamento e anche freni una corretta e ampia capacità di prospettiva). In una situazione di questo tipo, il tentativo di fronteggiare la diffusione di un virus di cui non erano noti né chiari molti aspetti ha comportato l’emergere di alcune reazioni che poggiano sulle euristiche e, più in generale, su concetti riconducibili appunto all’economia comportamentale. Tali aspetti -al momento in parte ancora molto attuali- vengono illustrati in questo  articolo, stimandoli utili per affrontare -non solo da decisori politici o sanitari ma anche da cittadini- la perdurante situazione di crisi sanitaria con maggiore consapevolezza e quindi con migliore accortezza.

Quali elementi di economia comportamentale sono emersi nel corso di questa pandemia?

Vedendo l’evoluzione delle reazioni alle prime notizie dei contagi Covid-19 in Cina prima e poi anche negli altri Paesi e prendendo coscienza delle conseguenze dei ritardi nelle strategie di affrontamento del problema si può notare una certa tendenza all’eccesso di fiducia (tecnicamente overconfidence del tipo Domanda:“In Italia siamo pronti a far fronte all’emergenza?” / Risposta:”Prontissimi”); al legare le decisioni alle sole informazioni circolate per prime anche se frammentarie o incomplete (tecnicamente ancoraggio); a sottostimare gli eventi incerti e a prendere decisioni basate piuttosto sugli svantaggi (economici in questo caso) rispetto al vantaggio (qui sanitario) di istituire ad esempio le zone rosse (tecnicamente avversione alle perdite).

Ora, sembra ci si sia attivati secondo un’analisi costi-benefici (ovvero uno strumento che consente di decidere se è il caso o meno di realizzare un progetto) purtroppo discutibile e che complessivamente, si sia configurata una situazione in cui il sistema di riferimento (in termini di informazioni disponibili) ha condizionato il comportamento poi attivato (tecnicamente una situazione da Prospect Theory). Gli interventi governativi si sono avuti infatti  in modo più concreto e cogente man mano che il rischio di perdita in termini di vite umane è stato evidente e sconvolgente. Ma non solo i decisori politici hanno reagito alle informazioni e alle evidenze via via disponibili, è stato così anche per i cittadini. La “corsa” ai supermercati e all’incetta di scorte è ad esempio riconducibile all’effetto scarsità che si auto-alimenta (nel caso specifico vedendo nel punto vendita fenomeni come i prezzi aumentati, gli scaffali vuoti e i carrelli altrui stra-colmi).

In più, nel mentre si è lavorato ad individuare farmaci per le prime cure e ad isolare vaccini per soluzioni definitive, i decisori politici in accordo con le indicazioni delle istituzioni sanitarie hanno attivato anche una serie di misure che di fatto fanno leva sul comportamento umano, modificandolo grazie all’attivazione di una serie di pungoli (tecnicamente nudge). Si pensi al distanziamento sociale, all’isolamento e al lockdown, e anche ad una serie crescente per importanza di direttive riguardanti, ad esempio, le auto-certificazioni e i controlli sull’effettiva necessità degli spostamenti, oltre all’obbligo di indossare i dispositivi di protezione individuali. Tutti questi strumenti, orientando le scelte verso le opzioni preferibili (in questo caso le più salutari), sono stati tesi a concorrere al miglioramento del benessere individuale e collettivo.

Essere pseudo-macchine ha dei vantaggi?

Valutando gli atteggiamenti e i comportamenti visibili nel corso della pandemia fin qui è chiaro quanto la razionalità umana sia limitata (tecnicamente Simon parla di bounded rationality) e quanto sia vasta la serie di elementi strutturali ascrivibili alla condizione umana che ci rendono molto lontani dall’essere quella sorta di macchina perfettamente efficiente che l’economia classica ha postulato a lungo. In una crisi si indulge piuttosto e purtroppo in involuzioni che rendono ad esempio accaparratori (perché i bisogni primari si fanno impellenti) e rendersi conto di essere tanto animaleschi può essere anche sconfortante.

Da un lato, dunque dobbiamo mettere da parte definitivamente il presupposto che esista l’ideale homo oeconomicus (postulato dalla teoria economica classica e dotato di capacità computazionali e di razionalità perfette, di informazioni complete e di tempo infinito per prendere la decisione ottima) e, piuttosto, fare i conti con il fatto che quotidianamente si ricorre all’abitudine e all’impulso, i quali creano delle scorciatoie di pensiero per far fronte alle alternative cui volenti o nolenti si è posti di fronte. D’altro lato, tuttavia, si può vedere che l’emergenza sanitaria ha fatto affiorare anche aspetti positivi presenti nelle persone, come la tendenza a collaborare e la fiducia nel bene pubblico (si pensi al numero di volontari che si è mobilitato a prestare attività ad alto rischio per la propria salute che in alcuni casi hanno anche compromesso la possibilità di convivenza con i propri familiari oppure al complessivo adeguamento a delle restrizioni anche molto onerose in termini monetari o psicologici).

Questi aspetti -che non fanno rimpiangere quel homo oeconomicus avido e calcolatore- sono compiutamente identificati e analizzati dagli studi che analizzano il modo di agire delle persone impegnate in un’interazione strategica (tecnicamente teoria dei giochi). Qui, gli esperimenti in laboratorio che mirano a comprendere le preferenze sociali e le azioni messe in atto dagli agenti economici interagenti mostrano proprio questo: l’emersione di orientamenti basati sull’altruismo.

Tutto ciò ricorda bene quanto il comportamento di un singolo può avere effetti soprattutto su altri (si sa che in ambito sanitario la mancanza di precauzioni di un solo individuo può causare il contagio di molti) e quanto dunque, nel perseguire l’obiettivo di massimizzare anche la propria utilità, la scelta migliore è scegliere in base al benessere collettivo. Anche se ai tempi Covid-19 ciò significa rinunciare ad una serie di libertà e di diritti, per superare la pandemia occorre sicuramente agire insieme.

Cosa suggerisce tutto ciò?

In conclusione, l’economia è la scienza che studia l’allocazione migliore per risorse comunque scarse e ciò significa che si sa a priori di non poter effettuare una scelta che consenta di raggiungere una soluzione ottima. È possibile tuttavia avvicinarcisi perché, se il ricorso alle euristiche è inevitabile, gli errori cui possono portare sono anche in un certo modo sistematici e quindi prevedibili. Complessivamente,  conoscendone l’esistenza e il funzionamento è possibile intervenirvi.

Alla fase 1 di emergenza dolorosa, seguiranno altre fasi e, alla luce dell’esperienza,è possibile farsi trovare stavolta un po’ più pronti, magari iniziando a scorgere le euristiche nel comportamento proprio o altrui richiamate in questo articolo e tentare di arginarle, ad esempio basandosi su dati oggettivi, fonti affidabili e programmi preparati preventivamente.  Secondo Kahneman (Kahneman D., 2011, Thinking, Fast and Slow) in ciascuno albergano due modalità di pensiero: una opera in fretta e automaticamente, l’altra indirizza l’attenzione verso le attività mentali impegnative che richiedono focalizzazione e calcoli complessi e può essere attivata solo volontariamente, come una scelta precisa. L’autore citato definisce queste due modalità con i termini Sistema 1 e Sistema 2, così se nella Fase 1 della pandemia prevalso sembra essere prevalso il Sistema 1, nella Fase 2 si potrebbe provare a far prevalere il Sistema 2?

*PhD in Economics

 

 

L’Accoglienza in famiglia

L’Inserimento Eterofamiliare Supportato di Migranti (IESM), lo IESA e l’Affido Eterofamiliare Supportato di Minori

di Gladys Pace*, Gregorio Serrelli**, Paola Palmieri***

A partire dal 2017, la Cooperativa Nemo ha sviluppato al proprio interno un progetto di Inserimento Eterofamiliare Supportato di Migranti (I.E.S.M.), orientato al miglioramento delle condizioni cliniche, esistenziali e di integrazione di individui svantaggiati. Il Servizio è attivo con l’obiettivo di inserire persone migranti, in salute e con fragilità, presso famiglie di volontari.

Il progetto origina dalla declinazione del modello di Inserimento Eterofamiliare Supportato di Adulti (IESA) sviluppato e diffuso in Italia dal 1997 a Collegno dal servizio coordinato dal Dottor Aluffi.

In linea con quanto previsto dal D.P.R. 7/4/94 (Approvazione del Progetto Obiettivo per la tutela della salute mentale 1994 – 1996) lo IESM individua nella “dimensione familiare capace di aderire ai bisogni di vita delle persone” i principi a cui è bene si ispiri la gestione delle situazioni di accoglienza di Migranti, adulti e minori, in salute e con problemi psichici.

Con l’avvio del servizio, nell’arco di due anni, le domande pervenute da Consorzi socio-assistenziali, Servizi Sociali, Casa dell’Affido e Comuni limitrofi, ci hanno attivato sul versante di un ampliamento delle attività in ambito IESA e di Affido Eterofamiliare Supportato di Minori.

Lo I.E.S.A (Inserimento Eterofamiliare Supportato di Adulti)  consiste in una modalità abitativa finalizzata al miglioramento delle condizioni cliniche ed esistenziali di persone con fragilità, attraverso la loro integrazione presso famiglie di volontari.

L’Affido Eterofamiliare Supportato di Minori si sviluppa a partire dall’applicazione della metodologia IESA ai minori in difficoltà (con problematiche psichiche, cognitive, comportamentali e relazionali).

In questo ambito ci si focalizza sul sostegno alla funzione educativa, sull’attenzione allo sviluppo del minore secondo i tempi della sua crescita, all’integrazione e all’autonomia. Il riferimento europeo in questo ambito di intervento che si colloca tra l’aiuto ai giovani e l’assistenza all’integrazione sociale è il modello JuMeGa®, presente a Ravensburg nel sud della Germania dal 1997[1].

Contesto

I passaggi necessari alla costruzione e allo sviluppo dei progetti avviati dalla Cooperativa Nemo sono condotti da un’équipe multidisciplinare, composta da psicologi e psicoterapeuti con formazione specifica nel campo degli inserimenti eterofamiliari supportati, da un infermiere e da operatori della cooperativa.

L’équipe IESM/IESA/Affido Eterofamiliare Supportato di Minori lavora in sinergia con i servizi invianti e con le altre risorse territoriali coinvolte nei progetti. Allo stato attuale l’équipe collabora con Prefettura, Comune e ASL di Torino, Unione dei Comuni di Moncalieri,  Consorzio Socio-Assistenziale del Chierese.

Obiettivi

Gli obiettivi, perseguiti nelle varie attività del servizio, hanno come direzione il miglioramento delle condizioni cliniche ed esistenziali dei soggetti, attraverso l’inserimento presso famiglie di volontari, al fine di una loro integrazione quanto più possibile efficace  sul territorio.

Le convivenze sono supportate dai professionisti del servizio e la collaborazione prevede un rimborso spese per le famiglie con le quali i progetti vengono avviati. Per candidarsi al ruolo di Famiglia Ospitante occorre avere una camera in più da destinare all’ospite e del tempo da dedicargli. Le risorse familiari ospitanti possono essere coppie, nuclei con figli, famiglie allargate, singoli volontari o case famiglia e aziende agricole.

Per i candidati Ospiti per i quali l’inserimento può essere previsto, l’offerta di un ambiente eterofamiliare presenta valenze assistenziali e/o terapeutiche nonché di integrazione rispetto al paese ospitante o alla comunità di provenienza.

Metodologia

Tra le attività principali svolte dall’équipe rientrano:

  • Sensibilizzazione e reperimento famiglie
  • Promozione del servizio, contatti con i media
  • Formazione Operatori
  • Reperimento e selezione famiglie e ospiti
  • Elaborazione di progetti individualizzati
  • Sviluppo progetti di inclusione
  • Corso formazione famiglie
  • Abbinamento famiglie e ospiti
  • Avvio e monitoraggio convivenze
  • Orientamento ai servizi sul territorio
  • Interventi di sostegno e supporto ad ospiti ed ospitanti
  • Reperibilità telefonica sulle 24 ore
  • Riunioni settimanali e Supervisioni cliniche
  • Colloqui periodici con ospiti e famiglie
  • Rapporti e riunioni con le altre agenzie coinvolte

In base alla durata del progetto, realizzato sulle necessità specifiche dell’ospite, sono possibili diverse tipologie d’inserimento eterofamiliare.

I soggetti per i quali l’inserimento non è contemplato sono persone che presentano una tendenza recente all’aggressività fisica, al furto e a comportamenti illegali che potrebbero recare danno alla famiglia ospitante.

I candidati al ruolo di ospitanti devono essere abilitati per accedere alle fasi successive del progetto e se il percorso di selezione ha esito positivo, possono essere inseriti nella banca dati delle potenziali famiglie ospitanti.

Laddove l’inserimento viene avviato è stipulato un contratto regolante il rapporto di convivenza, in cui vengono specificati gli oneri e i diritti delle parti tra il Servizio in collaborazione con i Servizi invianti, la famiglia ospitante e l’ospite. I costi dell’Inserimento Eterofamiliare comprendono il rimborso spese ospitalità, le spese personali per l’ospite e il rimborso alla cooperativa per i servizi erogati.

Quando l’équipe individua un abbinamento potenzialmente funzionale si procede con un percorso graduale di conoscenza tra ospite e ospitante, si ridefinisce il progetto con gli invianti interessati e si sottoscrive il contratto, al fine di avviare un primo periodo di prova di convivenza della durata di un mese. Compatibilmente con il buon andamento della convivenza e le tempistiche progettuali del soggetto ogni progetto d’accoglienza ha una durata variabile e può essere rinnovabile per periodi più o meno lunghi. Il progetto può interrompersi o concludersi quando, per diverse ragioni, il servizio  in accordo con l’agenzia inviante e l’ospite, ritiene che non sia più necessaria la specifica convivenza.

Analisi

In termini di efficacia del modello, riscontriamo che tutti gli ospiti per i quali è stata avviata una convivenza hanno in corso un tirocinio o una borsa lavoro, in virtù delle risorse reperite o introdotte direttamente dalle famiglie ospitanti.

I dati raccolti in Piemonte[2] inerenti l’inserimento lavorativo e abitativo dei migranti che escono dai centri di accoglienza dimostrano che una causa importante delle difficoltà nell’inserimento sembra essere la debolezza delle reti sociali dei richiedenti asilo e la mancanza di parenti o amici già ben inseriti nel locale mercato del lavoro.

Lo scenario che la realtà attuale dello IESM ha iniziato a disegnare presenta immagini più rassicuranti, nella misura in cui, sia per le famiglie che accolgono degli ospiti che accompagnano alla ricerca del lavoro a partire dalla loro rete di contatti, sia per quelle che si connotano come aziende agricole nelle quali l’ospite viene formato e accompagnato all’avvio di una borsa lavoro, il passaggio verso il sociale viene fatto all’interno dei legami, della relazione.

L’implicazione delle famiglie ospitanti nel processo di inclusione, che coinvolge l’ospite, passa attraverso la condivisione di un luogo di vita, la casa, dove il mondo affettivo individuale va a intrecciarsi con quello familiare sviluppando un legame che, nel tempo, sempre più, infonde calore e colore.”[3]

Nei due anni di attività dello IESM, soltanto uno degli ospiti coinvolti in progetti IESM ha portato a termine il proprio percorso burocratico e giuridico. In quel caso la famiglia ha espresso la volontà di continuare l’accoglienza così da sostenere l’ospite nel processo di integrazione fin lì avviato.

Attualmente l’équipe sta delineando un sistema di verifica di efficacia (attraverso la somministrazione di questionari) a percorsi giuridici e progetti conclusi nell’ottica di fornire ulteriori dati qualitativi e quantitativi. Tra gli indicatori individuati rientrano, sul versante delle autonomie: lavoro, patente e auto, rinnovo documenti, situazione abitativa ed economica; sul versante della qualità di vita: grado di soddisfazione,vita relazionale, tempo libero e interessi. La somministrazione dei questionari prevede una prima fase nei primi due mesi di inserimento ed una seconda oltre il primo anno dall’inserimento.

Conclusioni

Tra le testimonianze dei percorsi avviati riportiamo l’esito di un percorso avviato prima dell’estate con una famiglia ospitante italiana (composta da genitori e tre figli) e una famiglia ospite arrivata dall’Africa (mamma, papà e due bambine).

L’apertura e la disponibilità espressa dalla famiglia ospitante e la fiducia manifestata dalla famiglia ospite ha accelerato un processo che oggi vede vivere la famiglia ospite nella mansarda abitabile all’interno della casa della famiglia ospitante e l’inserimento delle bimbe negli asili e nelle scuole del territorio. Il bagaglio di tutti i migranti che viaggiano verso l’occidente è soprattutto culturale.

“Nei rimandi delle nostre famiglie ospitanti, i momenti nei quali l’ospite ha cucinato per loro piatti tipici africani o quelli nei quali ha scoperto piatti e gusti  di natura piemontese arrivano a noi più carichi di  gioiosa vitalità.”[4] In questo caso, come negli altri inserimenti avviati con successo, il riconoscimento da parte dell’altro costituisce il dato di un legame sociale che fornisce preziose appartenenze.

In questo tipo di percorsi di integrazione la promozione dell’inclusione passa attraverso un supporto che si realizza sia attraverso l’assunzione di un ruolo attivo dell’ospite nell’ambiente in cui è inserito, sia della famiglia che si misura in un processo di apertura e scambio all’interno del quale ospiti, ospitanti e operatori si muovono in rete secondo ruoli distinti per tutta la durata del processo.

 

Bibliografia

  • Aluffi G., Famiglie che accolgonoOltre la psichiatria, Edizioni Gruppo Abele, Torino, 2014.
  • Castiglioni M. E., Del Rio G., Servida A., Terranova-Cecchini R., Culture che curano, Borla, Roma, 2018.
  • La Cecla F., Essere amici, Einaudi, Torino, 2019.
  • Franzoni R., JuMeGa®. Il trattamento di minori in stato di forte disagio psichico nello IESA, in “Dymphna’s Family” Edizione Italiana della Rivista Europea sullo IESA, n° 02-2019.
  • Pace G., Palazzo V., Palmieri P., L’inserimento Eterofamiliare Supportato di Migranti (IESM), Accoglienza, integrazione, esiti, in “Dymphna’s Family” Edizione Italiana della Rivista Europea sullo IESA, n° 02-2019
  • Perino M., Eve M., E dopo? I percorsi di inclusione dei migranti usciti dai centri di accoglienza, Immigrazione e integrazione sociale, in “Rivista on line promossa da Ires Piemonte”, 31 ottobre 2018.
  • Staid A., I dannati della metropoli, Milieu Edizioni, Milano, 2014.

 

Note

1) Franzoni R., JuMeGa®. Il trattamento di minori in stato di forte disagio psichico nello IESA, in “Dymphna’s Family” Edizione Italiana della Rivista Europea sullo IESA, n° 02-2019.

2) M. Perino, M. Eve, E dopo? I percorsi di inclusione dei migranti usciti dai centri di accoglienza, Immigrazione e integrazione sociale, in “Rivista on line promossa da Ires Piemonte”,  31 ottobre 2018.

3) Pace G., Palazzo V., Palmieri P., L’inserimento Eterofamiliare Supportato di Migranti (IESM), Accoglienza, integrazione, esiti, in “Dymphna’s Family” Edizione Italiana della Rivista Europea sullo IESA, n° 02-2019.

4) Pace G., Palazzo V., Palmieri P., L’inserimento Eterofamiliare Supportato di Migranti (IESM), Accoglienza, integrazione, esiti, op. cit.

 

*Psicologa-Psicoterapeuta, Specialista in Psicologia Clinica,  Professore a contratto presso l’Università degli Studi di Torino per i corsi di laurea delle Professioni Sanitarie e per la Scuola di Specializzazione in Psicologia della Salute, Formatrice e consulente in ambito sanitario e dello IESA (Inserimento Eterofamiliare Supportato di Adulti), Conduttrice di Gruppi attraverso il metodo terapeutico  “Scrittura e Cura” (da lei creato e sviluppato)  nel privato, nel sociale e in ambito universitario.

**Dottore in Comunicazione Interculturale, in Antropologia culturale ed Etnologia, Infermiere abilitato alla professione sanitaria. Ha soggiornato in Senegal, lavorando all’interno di progetti di Cooperazione Internazionale. Presso la Cooperativa NEMO oltre all’attività nel Servizio IESM si è occupato di assistenza sanitaria ai richiedenti di protezione internazionale.

**Psicologa-Psicoterapeuta, Psicodrammatista e Consulente familiare, Docente di Teorie, Metodi e Tecniche del Servizio Sociale presso l’Università degli Studi del Piemonte Orientale, Supervisore e Formatore, Presidente e rappresentante legale della Società Cooperativa  sociale NEMO onlus.

Il remote working nel sociale

di Chiara Biraghi*, Ombretta Okely**, Anna Tonia Gabrieli***

 

Abbiamo scritto questo articolo partendo dalla nostra esigenza di raccontare, almeno in parte, quello che sta accadendo nel mondo dei servizi, non solo sociali, durante questa fase di emergenza dovuta al Covid-19.

Il virus ha colto tutti impreparati, dagli operatori ai cittadini, e il trovarsi in nuove e complesse situazioni ha richiesto uno sforzo sia di metodo sia relazionale agli operatori, mentre ai cittadini ha imposto il dover chiedere a dei servizi, spesso sconosciuti.

Ci siamo incontrate a distanza e raccontandoci è nata l’idea di scrivere per condividere esperienze e vissuti e per lasciare traccia di una trasformazione e di un nuovo tempo, che potrebbe insegnare tanto dal punto di vista professionale.

Lo scritto è strutturato sulla base di come è immaginata e creata una sinfonia che ha l’obiettivo di raggiungere un’armonia complessiva. A partire dalla musica sappiamo che un preludio è fatto dalle prime note che gradualmente aiutano il fluire della sinfonia e facilitano la composizione attraverso altre parti che noi, e la musica, chiamiamo “movimenti”. I movimenti di Chiara Biraghi e Anna Tonia Gabrieli, assistenti sociali impegnate sul campo dei servizi comunali, sono a due voci e narrano le esperienze dei primi due mesi dell’emergenza Coronavirus che poi sono intersecati dalla terza voce, Ombretta Okely, esperta di servizio sociale, per riflessioni sul metodo di lavoro.

Vi anticipiamo il preludio…

Tra febbraio e marzo, prima in Italia e poi nel mondo, è avvenuta una trasformazione individuale, familiare e collettiva della vita, così come era conosciuta e praticata da noi tutti. L’incontro con un virus invisibile agli occhi, ma non al corpo, ha costretto a riconoscere, comprendere, accettare, anche se a fatica, limiti e distanziamenti, poi diventati isolamenti sociali. Nei fatti un evento inedito e imprevedibile ha generato, a cascata, comportamenti diversi dai conosciuti e ha fatto scoprire la necessità di individuare nuovi modi di vivere sia nello spazio, sia nelle modalità lavorative ad interagire, con il corpo più lontano, ma con il bisogno di condivisione ancora più accentuato, proprio perché vietato.

Le professioni si sono dovute confrontare con l’idea e la pratica del lavoro in fase di coronavirus, così come le diverse organizzazioni lavorative, ognuna impegnata a suo modo, e in base alla sua storia e specificità, alle sue caratteristiche, ha dovuto individuare gli spazi possibili di un lavoro a distanza, ragionando su quanto, come, dove, ma anche chi e con che strumenti operativi.

Per gli assistenti sociali, con un lavoro basato su vicinanza e fiducia, su incontri ravvicinati e continuativi, è stato necessario, individualmente e poi come gruppo di lavoro e come organizzazione, individuare e scoprire interventi inusuali per fare il proprio lavoro e insieme proteggersi e proteggere.

In questo scenario, la scoperta del lavoro a distanza, o smart working, o lavoro da casa, tendenza non nuova per altri lavori o paesi, è diventata una dimensione necessaria e forse sarà, nel tempo, un’esperienza duratura almeno per alcune funzioni e tipologie di lavoro.

Riunioni ed èquipe via Skype e Teams, incontri tramite cellulari e videochiamate sono esperienze nuovissime per molti assistenti sociali, collocati da ora in smart working, a cui, spesso, manca o è mancato l’ABC informatico, la consuetudine ad abitare lo spazio del web e a conoscerne risorse e limiti. Il “qui e ora” dettato dal fenomeno sociale del distanziamento necessario per effetto del coronavirus ha obbligato a rivisitare lo spazio professionale e soprattutto a ripensare lo spazio di incontri comunque da garantire e rendere possibili ma in modo flessibile o agile secondo le diverse situazioni. I colleghi e i responsabili, la rete con cui si lavora, le persone del territorio, da un lato, le persone e le vicende “vecchie” e nuove da incontrare o continuare ad incontrare: il web, la rete informatica, gli smartphone o i tablet, hanno permesso di creare nuovi tipi di vicinanza, o, forse, di abitare e pensare in modo nuovo alla distanza fisica ma non relazionale. Di fatto ci si è trovati ad inventare, e in fretta, un nuovo modo di lavorare, di ascoltare e dire, di esserci.

… e la “coda” della sinfonia

Quale sfida per la professione?

Non c’è spazio per l’improvvisazione ed è necessaria una riflessione sulla professione e sui fondamenti tecnici ed etici, come sulle diversità di spazio e tempo che stiamo scoprendo oggi.

Le sfide che il Coronavirus ha lanciato alla professione e agli assistenti sociali non sono poche. Una di queste è quella di ricordarsi di tutti, perché i Servizi Sociali sono un diritto per tutti, senza distinzioni. Essere professionisti capaci di arrivare anche a chi non avrebbe mai varcato la soglia di un servizio sociale è una skill che dobbiamo esercitare. Essere in grado di connettere non solo i nostri dispositivi elettronici per il remote working, ma anche collegare i bisogni di ciascuno con le risorse già presenti e qualora non ve ne siano, provare a cercarle, a inventarle.

La professione si trova e si troverà ad affrontare un importante e significativo periodo di adattamento e trasformazione, implementato rapidamente, ma che dovrà essere ripensato e strutturato.

Non possiamo pensare che l’obbligo lavorativo di remote working, derivato dall’emergenza sanitaria, che ci ha insegnato l’utilizzo del web nelle relazioni professionali, possa cadere nel tempo in una sorta di limbo metodologico da tirare fuori all’occorrenza. La professione ha bisogno di maturare consapevolmente le opportunità che il lavoro a distanza ci offre anche in situazioni “normali” e non emergenziali.

Essere una professione smart significa essere una professione in grado di affrontare gli eventi nuovi, di leggerli e viverli per quello che sono, offrendo al contempo chiavi di lettura e accompagnamento alle persone che si rivolgono ai servizi. Il virus ci ha insegnato che, oggi, tutti stiamo vivendo la medesima situazione, nessuno escluso. Il virus non è altro da noi, non è distante, ma è così vicino che potrebbe arrivare a toccare tutti, ed ecco che comprendere questo aspetto e trarne insegnamento, vedere una nuova modalità di approccio alle persone e al modo di affrontare i problemi potrà sicuramente tracciare un nuovo cammino per il dopo, per quando dovremo iniziare come tutti un secondo tempo di avvio alla normalità.

 

* Assistente sociale di territorio, Consigliere dell’Ordine degli Assistenti Sociali del Piemonte, Vice Presidente ASit – Servizio Sociale su Internet. Scrive sul blog “Pensieri sociali di Chiara Biraghi”

** Formatrice ed esperta di metodo di servizio sociale. Consigliere ASit- Servizio Sociale su Internet.

*** Anna Tonia Gabrieli: Assistente Sociale e redattore web presso una città metropolitana lombarda, Consigliere ASit- Servizio Sociale su Internet

 

Ndr: Un approfondimento di questa esperienza verrà pubblicato su uno dei prossimi numeri di Prospettive Sociali e Sanitarie

Costruiamo il Welfare dei Diritti sul Territorio. Uno sguardo oltre l’emergenza

di Ugo De Ambrogio*

Mentre scriviamo questo editoriale per il fascicolo primaverile di PSS siamo in piena emergenza coronavirus.

È un’emergenza drammatica mondiale, nazionale e locale che preoccupa e allarma ciascuno di noi, per questioni personali e collettive, e interroga ciascuno di noi come cittadino e/o operatore chiedendoci di fare la nostra parte per fronteggiare le crescenti difficolta sanitarie e sociali, e allo stesso tempo rispettare le regole stringenti e essenziali per contenere i contagi.

 

Poiché questa rivista e l’Irs che la realizza si occupano di Politiche sociali e sociosanitarie, è evidente che in particolare in questi giorni ci stiamo interrogando su come l’emergenza stia impattando sulle sofferenze esistenti, come ne crea nuove, in che misura si sta rispondendo alle situazioni più critiche, quale l’apporto dei decreti governativi che si stanno mettendo a punto, cosa occorrerebbe in più. Continua a leggere

Sostenere il genere meno rappresentato nell’editoria: motivi e modalità

di Eleonora Maglia*

Il 23 aprile si celebra la Giornata mondiale del libro e del diritto d’autore, istituita dall’Unesco nel 1996 per ricordare l’utilità dei libri e il contributo che gli autori possono offrire al progresso culturale e sociale, assicurando strumenti di informazione e di apprendimento indispensabili anche per superare le incertezze e la precarietà dell’epoca moderna. La data simbolo scelta è un omaggio a tre grandi scrittori Cervantes, Shakespeare e de la Vega, scomparsi appunto il 23 aprile del 1616 e, annualmente da oltre 25 anni, è l’occasione per molte iniziative culturali che si snodano nelle settimane precedenti e anche successive. Continua a leggere