Il lutto soffocato dal Coronavirus. Cosa fare?

di Nicola Ferrari*

“È stato ricoverato d’urgenza e da allora non ci ha più visto, non ha sentito le nostre voci, non ha più sentito la nostra forza. E quando è morto me lo hanno detto con una chiamata, al cellulare, neanche ti possono guardare negli occhi. Ho richiamato il dottore una, due, dieci volte perché volevo sapere cosa ha detto, cosa aveva fatto prima di morire. Come sono stati gli ultimi momenti? Quali sono state le sue ultime parole? Mi hanno detto che voleva andare a casa, che voleva noi, voleva solo noi, cercava sempre noi”.

Questa testimonianza è solo una delle tante che in queste settimane si possono trovare in rete e sui giornali e molte altre ne compariranno prossimamente. A tutt’oggi ci sono circa 10.000 decessi in Italia e 30.000 nel mondo: calcolando che in molti Stati l’epidemia è solo a livello iniziale e che in alcune continenti sono di queste ultimissime ore le segnalazioni dei primi decessi, quante famiglie nel giro di pochi mesi saranno in lutto? Continua a leggere

Vorrei mettermi a vendere la speranza…

Un battesimo professionale ai tempi del Coronavirus

di Alberto Vallarin*

Scrivere significa riflettere, vuol dire svolgere un esercizio di retroazione (feedback) verso ciò che è stato, una sorta di scambio comunicativo interiore (Simeone 2002).

Ed oggi, nell’odierno caos che esaspera il nostro vivere nella postmoderna società dell’incertezza (Bauman 1999), riflettere diventa fondamentale perché ci consente di fermarci, ossigenare il nostro cervello e ricaricare le batterie psicologiche che ci permettono ancora di stare e muoverci nel mondo come animali sociali imprigionati però nella gabbia di una “quotidianità confinata” all’ambito domestico che ci è richiesta dal “distanziamento sociale forzato” (D’Ambrosio 2020, 1) imposto dagli attuali vincoli normativi emergenziali. Riflettere è sì fondamentale per tutti ma ancor più lo è per chi fa della pratica riflessiva un connotato essenziale e discriminante della propria esperienza professionale: insomma, per gli Assistenti sociali. Per questi ultimi infatti praticare la riflessività significa evitare “risposte standardizzate e routinarie alle situazioni” che ci si trova ad affrontare, significa “fare i conti con la complessità, la mutevolezza e l’incertezza proprie del lavoro con le persone” (Thompson 2006, 301). Continua a leggere

Lettera aperta di un assistente sociale

di Michela Barbieri*

In questi giorni difficili, mentre la diffusione dell’epidemia ha portato a sempre più ristrette misure di protezione, c’è chi continua a lavorare per garantire i “servizi essenziali”. Si sentono giustamente ringraziare frequentemente i medici e gli infermieri che sono attivi in prima linea. Molto meno, e a mio modesto parere significativamente troppo poco, si parla degli operatori sociosanitari.

È evidente che è difficile ringraziare e valorizzare l’operato di tutte le figure attive nel garantire adeguata assistenza alle persone che ne hanno bisogno, dove certo non meno valore hanno ad esempio i tecnici di laboratorio, il personale ausiliario o i volontari che si attivano al fine di prendersi cura della propria società. Nonostante ciò, credo che l’importanza del ruolo e il numero di professionisti coinvolti sia valida ragione per imporci di inserire tra le figure da ringraziare quotidianamente quella degli operatori sociosanitari. Continua a leggere

I rapporti Unione Europea/Italia ai tempi del Coronavirus

di Anna Tempia*

Questa scheda è stata pensata alla vigilia dell’incontro tra il Governo italiano, il Ministro della Salute Speranza, e la missione congiunta degli esperti dell’ECDC (1) e del WHO Europe (2) sull’impatto del coronavirus in Italia.

Si tratta di un incontro promosso in accordo con le autorità italiane. L’intento di questa scheda è quello di evidenziare alcuni aspetti positivi e da rafforzare a proposito di come si sta affrontando la lotta contro questo virus. Essi sono:

  • La forte presa di posizione del Governo Conte nel coordinare i governatori delle Regioni italiane.
  • Il legame tra l’UE e lo Stato nazionale Italia in questa circostanza.

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Emersioni vitali

di Patrizia Taccani*

 

“Navigare tra arcipelaghi”

Gabriel García Márquez scriveva: «La vita non è quella vissuta, ma quella che si ricorda e come la si ricorda per raccontarla». Questo convincimento (un paradosso solo apparente), conduce per mano il lettore del volume di Luciana Quaia “L’autobiografia nei servizi residenziali”. Certamente un pensiero molto simile deve avere avuto un suo posto privilegiato nella motivazione con cui le persone hanno partecipato ai laboratori di cui nel libro si parla. Laboratori definiti “artistici” perché generatori di bellezza. Una bellezza che non ha a che fare con i classici canoni estetici, quanto piuttosto con un profondo senso di benessere che rende lo sguardo capace di benevolenza verso se stessi, gli altri, il mondo. Una bellezza pacificatrice, in un certo senso. Nella lettura ci si può far condurre da questo filo di Arianna. Continua a leggere