Integrare significa abitare

Il triangolo vincente del co-housing in salute mentale: pazienti, operatori e proprietari di casa.

di Alessia Terenzi*

Conosco la signora Marilena da poco più di cinque anni ma è la prima volta che prendo un caffè con lei. I nostri rapporti sono sempre stati di natura lavorativa e di reciproca formalità.
Per questa intervista, però, scegliamo un contesto che di formale ha ben poco, un luogo caro ad entrambe, per motivi diversi: un bistrot all’aperto nel cuore del quartiere Pigneto.

Fintanto che ho lavorato presso il centro di salute mentale (Csm) del VI Distretto di Roma, siamo sempre state, l’una per l’altra, Alessia Terenzi l’assistente sociale e Marilena F., la proprietaria dell’appartamento dov’è attivo un progetto di co-housing per pazienti in cura al Csm. Seppur con ruoli diversi, abbiamo condiviso, però, ben più che la gestione pratica delle incombenze quotidiane legate al bilocale di sua proprietà, sito nel quadrante della periferia est di Roma.     

Per comprendere il reale motivo della mia richiesta di intervista, occorre fare un passo indietro, partendo dal contesto della nostra conoscenza. La signora partecipa da quasi sei anni a un progetto del Dipartimento di Salute Mentale dell’ASL Roma 2, co-finanziato da Roma Capitale (Dipartimento Politiche Sociali e Salute). Si tratta di un protocollo che prevede contributi economici trimestrali erogati dal Comune di Roma ai Csm dei diversi Distretti per sostenere l’autonomia abitativa di pazienti psichiatrici: un aiuto concreto per coprire affitto, utenze, generi alimentari e altre spese legate all’abitare.

L’adesione al progetto prevede la partecipazione del paziente a un percorso abitativo gestito dall’équipe del Csm, finalizzato a promuovere la massima autonomia possibile o a ritardare processi di istituzionalizzazione. Le soluzioni abitative possono riguardare case di proprietà dei pazienti, alloggi di edilizia popolare, immobili di cooperative sociali o contratti di affitto sul libero mercato. Spesso i progetti prevedono la convivenza tra due pazienti, con divisione equa del contributo e delle spese domestiche. Il Csm garantisce un monitoraggio costante attraverso un’assistente sociale referente, riunioni periodiche, operatori domiciliari e rapporti di mediazione con locatori e amministratori. L’assistente sociale si occupa anche della rendicontazione a Roma Capitale, garantendo così il regolare pagamento degli affitti e l’assenza di insoluti.
Fin qui verrebbe da pensare che, viste le numerose garanzie, molti proprietari di appartamenti avranno aderito in questi anni…

Eppure la realtà è ben diversa. Marilena F. è una dei pochi locatori protagonisti di questi progetti. Ma chi è Marilena e perché ho deciso di intervistarla? Marilena è una persona a cui non piacciono le etichette, le trova stigmatizzanti. Parla del suo passato lavoro in un’azienda americana e di come, ben presto, se ne sia allontanata così da poter dedicare più tempo alla sua vera passione: l’arte. Prosegue descrivendosi come una persona affascinata dalle interazioni umane, che ha fatto dell’arte il proprio mestiere anche se ci tiene a specificare che non ama definirsi in base al proprio lavoro. È convinta che nulla accada per caso e mi spiega che la sua esperienza in questo progetto ha inizio grazie ad una sua amica, operatrice all’interno di una struttura riabilitativa per pazienti psichiatrici.
Nel 2020, la sua amica le ha presentato una paziente interessata a realizzare la sua prima vera mostra d’arte. Da quell’incontro ne è nato qualcosa di più:

“Era stimolante poter insegnare a qualcuno che avesse avuto una vita così diversa dalla mia… Lei era la sua arte, le sue passioni e i suoi sogni e non la sua malattia, per me. L’ho aiutata a intraprendere il suo percorso artistico, facendole un po’ da mentore…” Sorride, imbarazzata da questa sua stessa autodefinizione “Forse è un po’ esagerato…Però ho cercato di essere una guida per lei, come avrei fatto con qualsiasi altra alunna”

La ragazza era in procinto di concludere il suo percorso riabilitativo ed iniziarne uno volto alla crescita delle autonomie, partendo proprio dal trovare un luogo dove sperimentarsi e sentirsi realizzata: la sua prima casa. E forse ha ragione Marilena quando dice “nulla accade per caso” perché, proprio in quel periodo, la signora possedeva un appartamento da affittare.

“Era tra la fine del 2019 e inizio 2020, in pieno Covid…La ragazza era spaventata all’inizio ma poi le cose sono andate bene. Ha iniziato a vivere da sola e questo le ha permesso di realizzarsi. Ora non vive più nel mio appartamento, ha trovato un posto tutto suo”.

Questa prima esperienza personale, mi spiega, le ha fatto venire l’idea di contattare il Csm del VI Distretto, servizio di riferimento per il municipio in cui possiede un altro appartamento. La signora nota il mio stupore di fronte alla sua iniziativa; d’altronde non faccio nulla per nasconderlo. E aggiunge qualcosa che trovo disarmante per la sua semplicità:

“Mi sembrava una cosa normale”

Vorrei che avesse ragione e che fosse “normale”, ma se lo fosse non avrei impiegato cinque anni a convincere proprietari di appartamenti ad aderire al progetto, ricevendo continui rifiuti. Appena nominavo il CSM, emergeva chiaramente una diffidenza dettata da pregiudizi e stigma. La “salute mentale” era il nocciolo del problema. Ogni volta non potevo fare a meno di chiedermi: perché qualcuno non dovrebbe affittare a prezzo di mercato un immobile a un cittadino con il 100% di garanzie, monitorato da due servizi pubblici? Conoscevo la risposta, ma era difficile accettarla.

Condivido questi miei pensieri con Marilena, che a sua volta ricorda:

“Quando chiamai il Csm, anche loro erano piuttosto increduli, mi chiesero se fossi il familiare di un paziente, una psichiatra, un’amministratrice di sostegno. Risposi che volevo solo affittare casa.  Al primo appuntamento con gli operatori, mi ripetevano “ma è sicura? Ha capito il tipo di progetto?” Proprio non ci credevano!”

Ed è così che nel novembre del 2020 si avvia, nell’appartamento di sua proprietà, il progetto di co-housing con due pazienti. Iniziai a lavorare presso il Csm del VI Distretto nel febbraio del 2021 e divenni assistente sociale referente di questi progetti quando erano già avviati. Sono curiosa di sapere, dalla signora, come si costruirono le fasi iniziali:

“È stato un lavoro in divenire. Cercavamo di dare risposte ma senza porci troppe domande…Le prime fasi furono soprattutto di gestione della parte burocratica e poi…La conoscenza dei miei futuri inquilini!”

“Come fu per lei quel momento?”

“Fu la parte più affascinante, vedevo poesia ovunque. Il giorno della firma del contratto, mentre stavo andando via, vidi l’operatrice abbracciare uno dei pazienti e dire “ce l’abbiamo fatta!”

È capitato a molti di scontrarsi con le difficoltà di ottenere un mutuo o firmare un contratto d’affitto. Sembra che niente basti mai: né un regolare contratto di lavoro, né la busta paga, nè avere un garante. Proviamo ad immaginare le barriere che incontra una persona, affetta da una patologia psichiatrica, che ha appena concluso il suo percorso riabilitativo: non ha ancora un lavoro ma svolge un tirocinio retribuito dal Csm, privo di una vera busta paga; percepisce una pensione di invalidità civile con accompagno ma che nei fatti non valgono come redditi; senza familiari disposti a fare da garante, eppure ha due servizi pubblici che garantirebbero per lei. Come si spiega questo al proprietario di casa? Questi ostacoli sono dolorosi per il paziente e frustranti per gli operatori, che si sentono impotenti di fronte a una logica di mercato basata su pregiudizi più che sulle reali capacità di essere un buon locatario.
Quel “ce l’abbiamo fatta” è quindi la sintesi di un traguardo emotivamente condiviso da utenti e operatori.
Qual è invece il guadagno del proprietario a diventare parte attiva di questi progetti? Al suo sesto anno di quest’esperienza ininterrotta, a rispondere è Marilena:

“Innanzitutto le sicurezze economiche e burocratiche, c’è un servizio pubblico dietro quell’abbraccio al paziente e, come tale, non abbandona né le persone, né il progetto. Non è mai accaduto che un canone di affitto rimanesse insoluto. Poi c’è una soddisfazione personale…Sapere che la tua casa ha cambiato così tanto la vita di qualcuno è impagabile.”

“Ci sono stati anche dei momenti difficili? Come sono stati gestiti?”

“All’inizio i due coinquilini hanno avuto problemi di condivisione degli spazi e divisione dei compiti. Fondamentale è stato il supporto degli operatori domiciliari. Poi, dopo il consolidamento del rapporto e un lungo periodo sereno, è emersa una forte incompatibilità. Questa situazione mi creò delle difficoltà: uno dei due ragazzi bloccò il pagamento dell’affitto per ripicca e mi sentivo spesso “chiamata in causa” come se avessi dovuto prendere le parti di uno dei due…Ma questo è stato anche un mio errore…”

“Che intende?”

“All’inizio ero emotivamente troppo coinvolta. Grazie al confronto con il Csm, ho imparato a mettere la giusta distanza. Non mi sono mai sentita sola anche quando ci sono stati problemi da risolvere, ho sempre trovato operatori professionali e disponibili al confronto e pronti a trovare una soluzione.”

Con un sorriso aggiunge “Alla fine si sono anche lasciati sti due…è finito il matrimonio!”

È vero, il loro progetto si è concluso: uno dei due è tornato a vivere con la madre e poi ha cercato una casa tutta per sé. L’altro ha continuato a vivere in casa di Marilena, da solo, per qualche altro tempo finchè le sue condizioni psicopatologiche ed organiche hanno richiesto l’inserimento in una struttura più adeguata. Di lui, Marilena racconta un episodio significativo:

“G. può destare curiosità. Ha un atteggiamento aristocratico di altri tempi e una risata iconica. Aveva stretto rapporti con alcuni negozianti della zona, che erano a conoscenza dei suoi problemi e lo avevano preso a cuore. Ma chi non lo conosceva, poteva provare diffidenza, apparendo un po’ eccentrico […] Sono stata contattata da un dirimpettaio di G., preoccupato nel vederlo parlare da solo quando lo incontrava per le scale…Chiesi se mi potesse descrivere gli episodi e spiegai, nel rispetto della privacy di G., che si trattava di una persona con fragilità psichica e che era ben seguito da un servizio pubblico. A quel punto si è tranquillizzato e ha compreso, confessandomi di avere una situazione simile in famiglia…”

G. soffre di schizofrenia, a volte dialoga con le sue voci. Lo fa ad alta voce, lo fa anche quando intorno a lui ci sono persone che non lo conoscono e possono reagire male. Spesso “Il diverso” innesca, quasi primitivamente, una sensazione di disagio o persino di paura. La conoscenza di una situazione ci permette, invece, di comprenderla e, forse, accettarla trasformando ciò che inizialmente appare estraneo in un’occasione di crescita e confronto.
Questa paura, spesso causata da pregiudizio e stereotipi, genera ghettizzazione ed esclusione sociale. Lo osserviamo prevalentemente a danno delle comunità straniere, sulle quali molte ricerche sociologiche si sono soffermate, evidenziando un particolare aspetto e cioè come la segregazione e le dinamiche discriminatorie, tendano ad intensificarsi soprattutto nei contesti caratterizzati da marginalità socioeconomica, perifericità, disagio sociale e scarse opportunità culturali ed aggregative (Per approfondimenti si consiglia la lettura di due articoli, qui e qui).

Anche l’individuo affetto da patologia psichiatrica non è esente da atteggiamenti stigmatizzanti. Il tema della salute mentale è, poi, caratterizzato da una peculiarità che merita una riflessione: se, come suddetto, alcune forme di discriminazione appaiono più concentrate nelle zone periferiche, lo stigma legato alla malattia mentale sembra agire come un grande equalizzatore negativo. La percezione del paziente psichiatrico come minaccioso e pericoloso, bizzarro e da tenere a distanza è un pregiudizio che supera i confini sociali e culturali.

A tal riguardo, indagini condotte da BVA DOXA per il Dipartimento di Salute Mentale dell’ASL Roma 2 tra il 2022 e il 2025, sulla popolazione romana generale, residente in centro e in periferia, hanno evidenziato due aspetti principali: il 36% del campione si vergognerebbe di avere un disturbo psichico e una percentuale in aumento rispetto ai dati pre-2022 (dal 65% al 72%) ritiene i soggetti con disagi mentali pericolosi.

L’analisi di questi dati e le testimonianze dei pazienti, come quella di G., ci insegnano che c’è ancora molta strada da fare e molto tempo da dedicare a progetti come questi, nei quali il luogo di vita della persona affetta da patologia psichiatrica non è confinato ai margini della città, quasi a “nascondere il problema”, ma inserito nel pieno tessuto comunitario, dove l’obiettivo dell’integrazione passa per la possibilità che il beneficiario del progetto ha di sentirsi, in primo luogo, cittadino, vicino di casa, condomino, coinquilino.

“Marilena, sente che questo progetto ha cambiato la vita di qualche paziente?”

“Nel caso di G., penso che abbia ritardato un processo di istituzionalizzazione. Per S. credo sia stata la coronazione dei suoi obiettivi. Per la nuova paziente è ancora presto per dirlo ma quando l’ho vista commuoversi alla firma del contratto ho capito quanto fosse stato importante per lei, questo traguardo…E poi sicuramente, ha cambiato la mia di vita…”

“Perché?”

“Perché il confronto con realtà così diverse dalla mia mi ha permesso di scoprire i pregiudizi che non sapevo nemmeno di avere e di superarli. Dal rapporto con gli operatori ho imparato a costruire un dialogo onesto e sensibile con i miei affittuari”.

Siamo quasi alla conclusione del racconto di un’esperienza condivisa che, fino ad oggi, prima di dialogare con la signora Marilena, avevo visto sempre e solo dalla prospettiva di una parte dei protagonisti: il Csm ed i pazienti. Ed è proprio pensando agli anni che sono trascorsi, ai traguardi raggiunti dai nostri pazienti e alle sfide che abbiamo dovuto affrontare, che pongo a Marilena una domanda provocatoria:

“Se potesse tornare indietro, rifarebbe questa esperienza?”

“Sì, assolutamente! Mi sono divertita tantissimo. I caffè con G. e sua mamma, i dispetti di S., i silenzi di C…Quest’esperienza mi ha insegnato che che finché i pazienti vivono in strutture o comunità, sono tutelati ma quando escono affrontano la vita reale e muovono passi in un mondo che non sempre comprende e accoglie. So che la mia casa ha contribuito al raggiungimento di un’autonomia che per loro è spesso ostacolata anche dalla società. Per questo lo rifarei…”

E noi operatori? Rifaremmo tutto d’accapo se ne avessimo la possibilità? Siamo consapevoli di quanto la semplice firma apposta su un contratto d’affitto, cambierà la vita dei pazienti. Al contempo, parte una scommessa interna: ce la faranno? Riusciranno a cavarsela? Era il momento giusto? Possiamo mettere in conto, in base all’esperienza, alcune dinamiche e possibili scenari. Ma non possiamo sapere, con certezza, come andranno le cose. Possiamo darci dei parametri da applicare per costruire un progetto che abbia una buona speranza di riuscita: la sostenibilità economica del paziente, l’età anagrafica che gli permetta di poter trovare un lavoro, il sufficiente compenso psicopatologico e il match più armonioso possibile tra pazienti conviventi. Ma non possiamo prevedere tutto, né avere la presunzione di escludere eventuali “fallimenti”.
Come operatori, possiamo solo esserci, senza sostituirci, silenti-presenti, nel percorso che i pazienti affrontano per raggiungere la piena autonomia.
Tornando alla domanda iniziale e cioè, perché ho deciso di intervistare Marilena, la ragione è forse ormai chiara: far conoscere questa realtà e l’esperienza di Marilena ad altri proprietari di appartamenti su Roma Capitale.

Negli ultimi anni, il Csm ci ha provato in tutti i modi: convegni di sensibilizzazione sul tema, con il passaparola e ricercando la collaborazione di agenzie sul territorio, chiamando chi metteva annunci per affittare la propria casa, spiegando con pazienza il progetto, invitando le persone a conoscere il Csm. Perché una proposta si può accettare o rifiutare ma bisognerebbe almeno conoscerla, per prendere una decisione consapevole. Tuttavia, nonostante gli sforzi, non si sono aperte altre collaborazioni simili a quella di Marilena. E allora ho capito che, proprio come per le pubblicità, non c’è miglior sponsor di chi “il prodotto” lo ha provato!

“Marilena, cosa direbbe ad una persona che legge la sua intervista e+ ha una casa da affittare?”

“Consiglio di andare sul sito internet dell’ASL, cercare il Csm più vicino e fare una telefonata. Per me è iniziato tutto così. È fondamentale informarsi, conoscere gli operatori e valutare le potenzialità del progetto”.

“Ha qualche consiglio da dare al Csm?”

“Di fare più interviste come queste e chiedere alle istituzioni di pubblicizzarlo…”

Prima di salutarci, Marilena mi chiede se mi va di passare ad un negozietto dietro l’angolo, dove la paziente che è stata sua allieva esponeva le proprie creazioni. Lì la vedo emozionarsi e immagino che la attraversino dei bei ricordi. In quel momento, una supposizione che ho sempre avuto si fa certezza: questo progetto non è per tutti ma è per chi ha la giusta sensibilità e curiosità per capirlo e lanciarsi in questa avventura.
Saranno pochi, ma vale la pena cercarli.

* Assistente sociale presso un Centro di salute mentale della Asl Roma 2. Autrice pubblicata di racconti brevi, poesie e articoli che affrontano tematiche sociali.

Un pensiero su “Integrare significa abitare”

  1. Luana Fazzari

    Questo articolo è scritto benissimo complimenti all’autrice per la passione che traspare da ogni frase
    Brava assistente sociale

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