Paradosso all’italiana del Welfare redistributivo

di Davide Pizzi*

COMO 01.09.2013Introduzione

Molte ricette culinarie tradizionali della mia regione (come di tutte penso), che caratterizzano la famosa cucina mediterranea, sono nate in tempi di “magra”, quando i contadini dovevano fare i conti con l’annata andata male. Se da un lato c’erano pochi ricchi che potevano permettersi di mangiare carne tutti i giorni (ed erano solo loro a soffrire di gotta), e potevano permettersi sprechi, considerato che non avevano problemi a reperire risorse, dall’altro lato, c’era chi doveva aguzzare l’ingegno per necessità. Risultato: molti piatti succulenti, semplici alla preparazione, e sani sono ancora oggi degustati e apprezzati da molti.

Potrei aggiungere con lo sguardo deformato dalla mia professione…che capacità di problem solving in cucina! Quando si hanno poche risorse, occorre far fruttare al massimo quelle a disposizione, ed eliminare ogni spreco. Nella scienza economica questo concetto è espresso tramite il principio del minimo mezzo, alias, del massimo risultato, vale a dire, che, data la scarsità di risorse disponibili, l’attività economica deve tendere a ottenere un dato risultato con il minor impiego delle risorse, o il massimo risultato con l’impiego di un dato insieme di risorse.

Esempio

Immaginiamo di essere membri di un’associazione umanitaria, e di far visita a un villaggio di gente povera, con il compito di assegnare equamente delle risorse, per esempio, cibo e vestiti. Le risorse sono limitate, quindi la suddivisione deve essere equa, giusta, e ben ponderata. Certamente non è pensabile distribuire degli alimenti a chi invece non ha difficoltà a sopravvivere. Sarebbe illogico assegnare le medesime quantità di risorse, a chi vive una condizione privilegiata rispetto alla popolazione in difficoltà. Anzi, assegnare risorse a chi non ne ha realmente bisogno, significa impoverire il paniere, e di conseguenza, dare meno a chi ne ha bisogno, col rischio di non soddisfare in modo adeguato le loro necessità, non permettendo di fatto di mutare la situazione di disagio.

Tendere all’uguaglianza   

La nostra Costituzione ha a cuore l’uguaglianza dei cittadini, e per questo motivo la riconosce come principio fondamentale, tant’è vero che afferma all’articolo 3 che: è compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale. Per esperienza sappiamo tutti che l’uguaglianza è un ideale verso cui tendere, ma che la piena realizzazione avviene concretamente di rado in alcune situazioni. Ciononostante, occorre sempre impiegare il massimo sforzo per avvicinarsi il più possibile a questa meta, mediante azioni concrete, e non soltanto coi ragionamenti. Propongo un ulteriore esempio, prima di avviarmi ai casi pratici. Immaginiamo che una legge preveda che tutti debbano bere due litri di acqua al giorno, perché fa bene alla salute. Due litri è quindi il valore necessario e sufficiente fissato, sotto il quale non si deve scendere. Non tutti però dispongono della stessa quantità, ma a questo la legge rimedia assegnando dell’acqua complementare a chi non dispone della quota fissata, in modo tale da raggiungere i suddetti due litri. A questo punto, avendo fissato il parametro, si intuisce che: a) gli aiuti non spettano a coloro che dispongono autonomamente dai due litri in su di acqua, b) spettano invece a coloro che sono al di sotto.

Ridurre gli sprechi per assegnare più risorse a chi ne ha bisogno:

1. La franchigia per le detrazioni IRPEF delle spese sanitarie. Fino all’ultima detrazione per i redditi dell’anno 2013, è stata di € 129,11. In Italia è consentita a tutti, a prescindere dalle proprie condizioni di reddito. Immaginando che io sia l’uomo più ricco d’Italia, sarebbe giusto che io benefici delle medesime condizioni di chi invece versa in una situazione di reddito medio, o addirittura basso?  È mia convinzione che il rimborso del 19% delle spese sanitarie debba essere concesso ai redditi medio/bassi, per offrire un sostegno che permetta al cittadino di curarsi, e non a chi, grazie al suo alto patrimonio, è in grado di pagare tutto senza problemi. Il buon senso fa rapidamente intuire che si deve aiutare chi è nel bisogno, non chi sta bene. A causa della crisi economica, sono sempre più le persone che rinunciano a curarsi, perché non possono sostenere la spese. Forse una soluzione potrebbe essere questa:
A) eliminare la franchigia per le fasce basse di reddito;
B) consentire il rimborso anche a coloro che non pagano l’IRPEF per ragioni di bassissimo reddito, cioè sotto i 9 mila euro circa, come stabilito dalla legge;
C) introdurre una franchigia che varia a seconda delle fasce di reddito medio;
D) nessuna detrazione per chi ha un patrimonio alto.
2. Ticket, farmaci e servizi dispensati dal Servizio Sanitario Nazionale.  Anche in questo     caso vale la stessa logica del punto precedente: concedere di più a chi ha di meno, ed escludere chi può provvedere a pagare tutto da solo senza nocumento. Ritorno a spacciarmi come l’uomo più ricco d’Italia, e così com’è oggi la situazione italiana, io potrei beneficiare per esempio, del costo di una radiografia, dell’acquisto di farmaci costosi a basso prezzo, o senza alcuna spesa, se interamente dispensati dal Servizio Sanitario Nazionale, di un ricovero ospedaliero, ecc. come qualsiasi altro cittadino. Pare evidente che c’è qualcosa che non va, che tutti, indistintamente ricevono la stessa “fetta di torta”, senza differenziazioni.
3. Indennità di accompagnamento. Non è soggetta al reddito personale. Per cui, chiunque può ottenerla se ne ha i requisiti. Ritorno a vestire i panni dell’uomo più ricco d’Italia, in questo caso sono anche invalido con diritto all’indennità di accompagnamento che nel 2014 l’importo è stato di circa € 500,00 mensili. Da uomo più ricco d’Italia posso considerare la cifra piccola quanto un moscerino, però la incasso ugualmente! Immaginiamo chi invece, con quella cifra più la sua pensione d’invalidità civile, il cui totale non ha raggiunto nel 2014 nemmeno € 800,00 mensili, deve vivere: pagare l’affitto, le varie utenze, fare la spesa, ecc., oppure, farsi assistere privatamente a pagamento, o pagare il costo della retta all’interno di una struttura protetta. La questione cambia, e credo che non ci voglia un arguto ragionamento per capirlo. Lo stesso beneficio può essere un surplus a chi ha già tanto, ma parecchio insufficiente, quasi un’elemosina, per chi invece ha un reddito medio, o peggio ancora basso. Perché offrire lo stesso beneficio a chi già possiede tanto? L’esclusione dei cittadini facoltosi, comporterebbe, tra le altre cose, perfino un risparmio sulla spesa che lo Stato deve sostenere per pagare i patronati, che ricevono finanziamenti sulla base delle domande prodotte all’INPS.
4. Capodanno in piazza, e feste patronali. Più o meno tutti i Comuni d’Italia lamentano di essere in difficoltà economica, (tanto quanto i cittadini in stato di povertà, che affluiscono ai servizi sociali?). Ogni anno però, il capodanno in piazza, abitudine acquisita dal 1999 per inaugurare il nuovo millennio, si è consolidata nonostante la crisi economica, e non tutti i Comuni hanno ridotto la spesa per il festeggiamento.

Il Comune di Bari per esempio, dove risiedo, e che purtroppo da sempre ha un alto tasso di disoccupazione e di povertà, che si è spaventosamente aggravato con la crisi, per il periodo natalizio 2014, ha investito € 350.000: “La spesa impegnata per Natale e Capodanno è pari nel complesso a 350.000 mila euro”  ha commentato l’assessore Maselli, prelevati dal fondo di riserva grazie all’avallo del sindaco.

Città come Bari, necessitano di nuovi mezzi pubblici urbani, di maggiori spazi e progetti per i minori a rischio di devianza e delinquenza, più fondi per le borse lavoro, e tanto altro. La metà di quella cifra per esempio, quanto avrebbe fatto comodo ai servizi sociali, se si fosse risparmiato sulla spesa, proprio nel mese di natale, la festa cristiana per eccellenza, che dovrebbe ricordare più che in altri periodi dell’anno, di essere generosi e donare a chi ha meno. Non solo, si potrebbe risparmiare anche sulla festa patronale. Come si usava un tempo, erano i fedeli ad autofinanziare i festeggiamenti. I Comuni come emanazione territoriale della Repubblica/Stato, dovrebbero essere laici, e quindi non dovrebbero spendere molto danaro pubblico per feste religiose. Credo che ogni santo patrono, nella sua semplicità cristiana, e avvezzo alla vita di carità e di rinuncia, se fosse oggi in vita, consiglierebbe di evitare sfarzi, di ridurre i costi, e di donare quanto risparmiato in beneficenza.

Conclusione

Vanno di moda oggi i selfie, e se ne scattassimo diversi in giro, vedremmo probabilmente parecchi visi disperati, avviliti e irritati, più che sorridenti, tra gli italiani che faticano sempre più a sbarcare il lunario. Sapendo che la nostra vita è limitata, dovremmo tutti fare del nostro meglio per migliorarla, tramite la solidarietà, la compassione e la cortesia. “Avrei potuto salvarne altri, se avessi avuto del denaro, ho buttato via tanto di quel denaro, non ho fatto abbastanza” (dalla scena finale dI Shindler’s List).

* Assistente sociale, Ordine della Regione Puglia