Raccontare per comprendere

di Michele Scaffidi*

Il podcast come spazio di responsabilità sociale.

Quando la voce diventa strumento di riflessione collettiva: un progetto che dà parola a chi, da adolescente, ha conosciuto il sistema penale minorile e oggi si racconta da adulto, fuori dai confini dei servizi.

Negli ultimi anni si sono moltiplicate le iniziative che coinvolgono ragazzi impegnati in percorsi di messa alla prova o in progetti di reinserimento sociale. Sono esperienze preziose, ma spesso restano legate ai contesti che le promuovono: comunità, enti locali, cooperative. Le narrazioni che ne derivano rimangono così circoscritte all’interno di quei confini, con protagonisti che sono ancora minori o neomaggiorenni inseriti in percorsi educativi.

Dopo molti anni di lavoro nel penale minorile – prima come educatore, poi come coordinatore di strutture residenziali e progetti territoriali, fino all’attività di consulenza pedagogica presso l’USSM di Milano – ho sentito il bisogno di andare oltre quei confini. Di raccogliere le voci di chi quei percorsi li ha già attraversati, di ascoltare come raccontano oggi la propria storia, quando non sono più “utenti” ma giovani adulti che guardano al proprio passato con altri occhi. Da questa esigenza nasce Vite in corso, un podcast dedicato a chi, da adolescente, ha conosciuto il sistema penale.

Prima ancora di iniziare a registrare, mi sono chiesto quali obiettivi volessi davvero raggiungere. La risposta è arrivata gradualmente: se il progetto aveva l’ambizione di parlare non solo agli addetti ai lavori ma alla società, allora le storie dovevano essere diverse tra loro, capaci di restituire uno spaccato ampio della realtà. Ho cercato quindi di includere vicende differenti per origine familiare e culturale, storie di italiani e di ragazzi con percorsi migratori, reati diversi, percorsi riusciti e altri più incerti, maschi e femmine, giovani che avevano chiuso da anni i percorsi penali e altri meno distanti nel tempo. Anche il territorio ha avuto il suo peso: Milano, certo, ma anche l’hinterland, per raccontare cosa cambia tra la città e la provincia.

Non essendo un giornalista, ho scelto di rivolgermi soprattutto a ragazzi che avevo seguito in passato. Con loro esisteva già una relazione, un clima di fiducia reciproca che mi permetteva di maneggiare le loro storie con maggiore cura e rispetto, e al tempo stesso di rendere più semplice la gestione dell’intervista. Anche per questo ho deciso di incontrare ogni partecipante una prima volta, prima della registrazione vera e propria. Pur conoscendo parti delle loro storie, nessuno di loro mi aveva mai raccontato la propria vita per intero, e questo incontro preliminare ci permetteva di costruire insieme un terreno comune, di prepararci al momento in cui le telecamere si sarebbero accese.

Mi ha stupito la facilità con cui molti di loro hanno aderito al progetto. Solo un paio di ragazzi, comprensibilmente, hanno scelto di non partecipare all’ultimo; gli altri, invece, hanno accolto l’invito con una disponibilità che non davo affatto per scontata. Non è semplice mettersi davanti a una videocamera e ripercorrere la propria vita, soprattutto quando una parte di essa racconta momenti socialmente inaccettabili o dolorosi. Eppure, ho scoperto un desiderio di raccontarsi che non immaginavo con questa intensità: per una volta, non erano destinatari di un intervento educativo, ma soggetti che contribuivano attivamente a generare una forma nuova di consapevolezza pubblica.

Proseguendo nelle registrazioni, mi sono reso conto che la mia scelta – non avere una struttura rigida, non essere un giornalista – portava con sé complessità inattese. Ogni intervista si apriva come un territorio nuovo: differenze di personalità, di linguaggio, di capacità riflessiva, di tempi, di emotività. A volte serviva guidare di più, altre volte bastava fare un passo indietro. Se avessi imposto una griglia rigida, forse mi sarei sentito più protetto, ma avrei tradito il senso del progetto: lasciare che fossero loro, e non io, a decidere come raccontarsi. È un paradosso che mi ha accompagnato a lungo: proteggere senza controllare, guidare senza dirigere, lasciare spazio senza abbandonare. Di fatto, ho imparato molto più di quanto potessi immaginare: intervista dopo intervista, ho affinato strumenti, sensibilità e modi differenti di stare dentro ogni racconto.

Un’altra sorpresa è arrivata dallo studio di registrazione. Mi aspettavo esitazioni, interruzioni frequenti, timori. Invece, i ragazzi si sono calati con naturalezza in un contesto che per molti era del tutto nuovo. Le interruzioni sono state poche, la concentrazione alta, e in più di un’occasione ho visto i tecnici commuoversi ascoltando ciò che accadeva in cuffia. Alla fine di molte registrazioni, i ragazzi mi hanno confidato che non si erano mai fermati a pensare alla loro vita in quel modo e che l’esperienza era stata quasi “terapeutica”. Queste parole hanno rappresentato per me un sollievo e un regalo: mi hanno aiutato a sciogliere una domanda che, in modo spesso silenzioso, mi ha accompagnato per tutto il progetto – sto facendo bene? Sto rispettando ciò che mi stanno consegnando?

Per rendere il podcast più accessibile anche a chi non conosce il linguaggio dei servizi e della giustizia minorile, abbiamo immaginato di affiancare alle puntate dei brevi video-glossario, pensati per spiegare in modo semplice termini che rischiano di allontanare l’ascoltatore comune: messa alla prova, custodia cautelare, centro di prima accoglienza, SerD e così via. Strumenti leggeri, immediati, che permettono di comprendere meglio il contesto in cui quelle vite si sono sviluppate e di aprire l’ascolto a un pubblico più ampio.

Il valore del progetto sta anche in questa accessibilità. Vite in corso non nasce per chi già conosce il settore, ma per chi della devianza giovanile vede solo la superficie – il reato, l’errore, l’etichetta. Le storie raccolte non sono lineari né tutte “a lieto fine”: alcune oscillano ancora tra fatiche e ricadute, altre raccontano percorsi di riscatto, ma tutte condividono il desiderio di essere ascoltate per ciò che si è diventati, non per ciò che si è stati. Dietro ogni voce ci sono famiglie segnate da precarietà, scuole che non sempre riescono a includere, territori che alternano sostegno e abbandono. Allo stesso tempo, ci sono incontri significativi, adulti che hanno saputo credere, momenti che hanno cambiato la rotta. Il racconto individuale diventa così un frammento di un mosaico più grande, una testimonianza viva della responsabilità collettiva che ogni comunità porta verso i propri giovani.

Raccontare queste vite significa sottrarle al silenzio o alla cronaca, riportandole nel discorso pubblico come occasione di pensiero e di empatia. Significa restituire dignità a percorsi che troppo spesso vengono compressi, semplificati o giudicati in modo sbrigativo. Significa ricordare che ogni vicenda di devianza è intrecciata a radici sociali, economiche e culturali che riguardano tutti. E che la prevenzione passa anche dalla capacità di ascoltare, comprendere e riconoscere la fragilità come elemento umano, non come marchio.

Vite in corso non vuole essere solo un podcast, ma un piccolo gesto politico e umano insieme: un invito a guardare dentro le fragilità sociali con uno sguardo meno distante, a ricostruire legami, a ridare valore alla parola e all’ascolto come strumenti di cittadinanza. Perché comprendere non è solo capire, ma assumersi una parte della responsabilità che nasce dall’incontro con l’altro.

Vite in corso è disponibile a questo link: https://www.youtube.com/@ViteinCorso

 

*Sociologo ed educatore professionale socio-pedagogico. 

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