Il passaggio “dal basso” per favorire il cambiamento condiviso.
Quando si parla di assistenti sociali viene immediatamente alla mente l’immagine tradizionale dedicata alla gestione “del caso” o molto spesso di “molti casi” contemporaneamente: si pensa alle persone, alle famiglie che si aspettano risposte in maniera veloce ed efficace, di fronte a problematiche che sono complesse e col fatto che spesso si deve fare i conti con risorse economiche o di servizi che sono limitati.
All’interno di un piccolo Comune lomellino rivestivo il ruolo di assistente sociale che utilizzava strumenti, abilità, tecniche di fronte ad una innumerevole complessità di problematiche e si rapportava ai più svariati contesti organizzativi (Ospedale, Servizi per le Tossicodipendenze, CPS, etc.)
Fabio Folgheraiter sostiene che
“Il bene emergente dalla fiducia in Alter è detto convenzionalmente capitale sociale. E da questo si capisce come la terapia relazionale, e in specifico l’azione del gruppi AMA, abbia una caratura sociologica che meriterebbe di essere definitivamente riconosciuta”
L’irrequietezza che si palesava di fronte alla tradizionale modalità operativa del lavoro “sul caso” – seppur all’interno di una relazione di aiuto autentica – o del dovermi occupare di questioni prettamente amministrative che spesso l’Ente di appartenenza richiedeva, si incrociò, nel lontano 1988, con le intuizioni e le proposte degli organizzatori e operatori della Settimana di Sensibilizzazione ai problemi alcoolcorrelati che frequentai a Voghera (PV). Settimana intensa, ricca di interventi non solo di “specialisti” ma soprattutto di persone e famiglie che avevano affrontato o stavano affrontando la dipendenza da alcool.
Concluso il corso partirono cinque Club: tutti con sedi nelle piccole comunità locali (in Parrocchia, all’asilo, all’oratorio, etc.) Fu un vero colpo di fulmine.
Restai affascinata dalle seguenti intuizioni:
- L’attenzione e lo sguardo orientato non tanto verso la singola persona ma verso le relazioni fra le persone che, vivendo la stessa problematica e le stesse preoccupazioni, potevano aiutarsi a vicenda, senza giudizio e con reciprocità, diventando l’uno il sostegno dell’altro.
- Il riconoscimento da parte della persona di possedere le capacità per il cambiamento personale; il gruppo di auto aiuto, nel pieno del suo sviluppo, presenta un “grado di apprendimento condiviso delle abilità di aiuto… imparano ad aiutare… non solo sé stessi ma gli altri componenti.
- Un nuovo ruolo dell’operatore all’interno del gruppo: una professionalità non tanto esecutiva ma “facilitante e fluida” che consenta di far emergere i “saperi esperienziali”, che riconosca le risorse e le capacità di “farcela” e di fare anche meglio di quanto si potesse immaginare. Le parole chiave diventano “speranza”, “empowerment”, “esperienze di vita”, accoglienza, aumento del capitale sociale…
- L’impatto sulla comunità di riferimento: i gruppi nascono nelle comunità di riferimento, le loro sedi sono nei luoghi visibili del paese, nel quartiere, nelle sedi di ASST, come ho già detto sopra. Questa è la loro forza: rendere visibile il cambiamento delle persone, delle famiglie, essere testimoni che Carlo, Mario, Rosa o Alberto – ad esempio – da sempre conosciuti come alcolisti, ora, stanno cambiando, sono tornati a lavorare, hanno ripreso i contatti con figli o fratelli che da molto non frequentavano, si impegnano nel sociale…
La dimensione del lavoro di gruppo ed in specifico l’auto aiuto hanno definito l’orizzonte professionale della mia carriera. Dal 1988 a tutt’oggi l’auto aiuto è stato il filo rosso del mio lavoro con le persone: un lavoro che diventa pressoché uno stile di vita, basato sul dialogo sincero con le persone, con l’ascolto e soprattutto con il “fare assieme”, senza smettere mai di mettere a disposizione degli altri capacità, competenze ed esperienze di vita nella convinzione di poter imparare dagli altri cose nuove.
Nel 1990 iniziai come servitore in un Club Alcolisti in trattamento in un piccolo paese dove facevo l’assistente sociale: fu dura all’inizio perché mi sostituivo ad un servitore che aveva già qualche anno di esperienza e all’interno del gruppo le dinamiche erano già ben strutturate; arrivai giovincella e formata da pochi mesi: fu una palestra speciale, diciamo che imparai tutto dai componenti e dai loro percorsi di vita compreso anche come ci si sente e quanto si deve faticare per “meritare” un posto. A testa bassa e con grande volontà, accettando le sfide che alcuni membri mi lanciavano divenni il loro facilitatore.
Rinforzai anche il mio essere assistente sociale. Nei differenti Servizi in cui ho lavorato, oltre naturalmente allo svolgimento delle competenze istituzionali, la mia attenzione si rivolgeva sempre alla possibilità di creare un gruppo di auto aiuto.
Fu così che facilitai gruppi di genitori di tossicodipendenti nella realtà del magentino: dalle mamme che frequentavano condivisi la tenacia nel rispettare le regole ferree del “deve toccare il fondo”, la profondità del dolore di non vedere per mesi la propria figlia, la fatica di voler comprendere perché un figlio faceva uso di sostanze e l’altro si era laureato e faceva una vita tranquilla, qualche volta per sdrammatizzare la risposta era “me lo hanno scambiato in ospedale…”
La forza del gruppo era quella dei genitori i cui figli ce l’avevano fatta ed erano lì per testimoniarlo agli altri.
Stare insieme non solo per scopi necessariamente caratterizzati da situazioni di disagio: stare insieme durante i percorsi di cambiamenti dei cicli di vita, diventare madri o padri, affrontare la vecchiaia, diventare caregiver di persone che si hanno accanto.
Poi fu la volta dei gruppi di neo-mamme nella realtà consultoriale del pavese: era la condivisione della “vita nuova”, del futuro, dello scambio di esperienze legate alla quotidianità (l’allattamento, la nuova relazione d’amore con il partner, i rapporti con i nonni, la lettura dei primi libri per neonati), ma anche il farsi coraggio nelle ore di stanchezza per le notti insonni e l’appoggiarsi a vicenda quando la famiglia allargata non esisteva perché la rete parentale lontana o poco presente.
In parallelo, con la collega della NPIA del vogherese, nell’ambito del Progetto Adolescenti di Regione Lombardia prese vita il gruppo di auto aiuto dei genitori con ragazzi disabili. Insieme per trovare le proprie risposte: ogni partecipante, libero di scegliere cosa dire di sé, del suo rapporto con il/la figlia, delle personali vicende con la scuola, con gli insegnanti, con l’assenza di amici, con l’incertezza di un futuro, di un fidanzamento che potrebbe non esserci mai, di una vacanza all’estero negata per le difficoltà motorie.
Niente era paragonabile alla bellezza delle cene di Natale fatte tutti insieme, nel locale scelto perché più comodo e accogliente, “tutti insieme e senza preoccuparsi degli sguardi indiscreti degli altri clienti”… finalmente dopo tante rinunce.
Ogni incontro mi ha rimandato la sensazione di autenticità delle persone, delle loro parole di esperienze biografiche e di preoccupazioni intime. Ho anche sperimentato la rabbia per le ingiustizie che hanno affrontato e che hanno superato grazie al sostegno reciproco: madri e padri che “mi hanno messo tra le mani vissuti carichi di sofferenza e di discriminazione”, nonostante le leggi “moderne” e continui richiami legislativi all’integrazione scolastica, lavorativa, sociale, sportiva, etc.
Infine, sempre nell’ambito consultoriale pavese, prende vita nel 2019, il gruppo di auto aiuto di donne dai 40 ai 70 anni: condividiamo “il passaggio muto” della menopausa – così ben descritto da Gail Sheehy (1993).
Non c’è casualità: al termine della mia carriera lavorativa – da dipendente ASST – non poteva che andare così: è un punto di arrivo? Il gruppo di auto aiuto è attivo, vivace, produttivo, un punto di partenza “nella seconda metà della vita”, un tempo di riscatto per molte donne che vi fanno parte: pronte a cercare una nuova collocazione nel mondo, libere dagli orari lavorativi (anche se alcune lavorano ancora), libere di correre qualche rischio in più, di inseguire sogni (cinema, mostre, gite per visitare posti mai visti) e di concedersi anche qualche avventura audace. Il gruppo condivide e discute sulle esperienze di separazione, di lutto per aver perso persone care, dei rapporti con figli o i nipoti, dei momenti di depressione che talvolta appaiono e che trovano beneficio grazie anche al sostegno di ciascun partecipante al gruppo. Il gruppo di auto aiuto partecipa anche ad eventi socio-culturali.
L’esperienza più recente è stata la partecipazione all’evento del “Maggio dei libri”: un pomeriggio dedicato alla lettura di testi, albi illustrati, poesie dedicate ai neo- genitori. Il gruppo si è integrato con altre due realtà culturali – gruppi di lettura – legate alla Biblioteca comunale della città. Un evento che le donne del gruppo hanno definito “esplosivo”: qualcuna di loro non aveva mai letto in pubblico o anche non leggeva testi o poesie da tantissimi anni. Molte cose si potrebbero dire ancora ma mi soffermerei su questo aspetto: l’importanza fondamentale della capacità di accoglienza che si sviluppa nel gruppo di auto aiuto. È una accoglienza incondizionata, senza giudizio, rispettosa della dignità dell’altro, riservata, gentile e che si adatta ai tempi di cambiamento dell’altro. Quando qualcuno lascia il gruppo oppure frequenta una sola volta e poi lascia, le donne si chiedono subito se hanno sbagliato qualcosa, se ne hanno una qualche responsabilità e da lì ne nasce una profonda messa in discussione da parte di ciascuno. La magia che caratterizza l’accoglienza del gruppo di auto aiuto si può semplicemente definire nella capacità di prendersi cura del prossimo ma con un peso mille volte più grande: proprio mentre ascolto l’altro conosco e curo anche me stesso.
Lo stupore di scoprire che la strada, in fondo, era già stata tracciata, bastava farsi umili e riconoscere la bellezza delle esperienze del passato, mai e poi mai, dimenticare la storia e il nostro dovere di ascoltarla.
Concludo ricordando, con enorme ammirazione e considerando, rispetto a lei, il mio piccolo apporto alla professione, la collega Angela Zucconi. Angela rese possibile l’attuazione del “Progetto Pilota per l’Abruzzo” che prese il via nel febbraio 1958 sotto l’alto patronato dell’UNESCO.
“La Zucconi organizzò, attraverso gli assistenti sociali, il lavoro di gruppo e, sul modello di Portorico, introdusse letture collettive e visioni di film da discutere poi insieme. Era un primo passo perché gli abitanti prendessero coscienza di se stessi, dei propri problemi e dei propri diritti. L’assistente sociale doveva orientare, aiutare, ma mai guidare una comunità che avrebbe dovuto auto-organizzarsi. In realtà l’antica diffidenza contadina per chi veniva da fuori fu difficile da vincere e solo lentamente si venivano a conoscere i bisogni delle famiglie, la loro storia, i rapporti con l’autorità.”
*Assistente Sociale, Laureata in Politiche sociali e gestione dei Servizi alla persona, Contratto di collaborazione con ASST di Pavia
