L’Accuditrice: il cinema come testimonianza di una realtà invisibile

di Martina Monaco, regista

Ci sono storie che non si raccontano, non perché non siano importanti, ma perché sono così quotidiane da sembrare scontate. Eppure, alcune di queste storie hanno il potere di rivelare realtà troppo a lungo ignorate. È il caso di chi, ogni giorno, si prende cura di un familiare malato, anziano o non autosufficiente, senza alcun riconoscimento. Sono i caregiver familiari, una rete silenziosa che sostiene milioni di persone in Italia, senza tutele, senza diritti, spesso senza via d’uscita. Martina Monaco, regista e sceneggiatrice di L’Accuditrice, ha visto questa realtà da vicino. 

Quando l’amore si trasforma in obbligo

L’idea di L’Accuditrice ha preso forma quasi spontaneamente, come un’urgenza personale che si è trasformata in racconto. Il primo impulso è nato dall’osservazione diretta: ho visto persone a me vicine consumarsi nell’accudimento, perdere progressivamente il contatto con la propria vita, con i propri bisogni, con la propria identità. È un processo che avviene lentamente, in modo quasi impercettibile: il senso del dovere diventa abitudine, l’abitudine diventa un peso, il peso si trasforma in un ciclo da cui sembra impossibile uscire. Ho sentito il bisogno di raccontarlo attraverso il linguaggio che conosco meglio, quello del cinema. Così, in pochi giorni, ho scritto una prima bozza della sceneggiatura.

Mia zia ha dedicato anni alla cura della madre, vivendo nell’ombra, in un ciclo di sacrifici silenziosi e responsabilità sempre più schiaccianti e mi sono poi resa conto che questa condizione è molto più diffusa di quanto pensiamo. Ho sentito la necessità di raccontarla, di darle un volto, un nome, di far emergere un vissuto che troppo spesso rimane invisibile.

Così è nato L’Accuditrice. Un film che non è solo una storia di finzione, ma un modo per restituire dignità e voce a chi si prende cura degli altri, senza che nessuno si prenda cura di lui.

Il cinema come strumento di denuncia

La protagonista del film è Carmela, una donna di sessant’anni che si prende cura della madre Virginia, sempre più fragile e dipendente. Carmela è intrappolata in una routine fatta di cure, tensioni e sfinimento. Ogni gesto, ogni attenzione, ogni momento è dedicato a sua madre, ma Virginia, incapace di accettare la propria condizione, le restituisce solo frustrazione e rabbia.

Quello di Carmela non è un caso isolato. In Italia, oltre 8,5 milioni di persone assistono un familiare malato o disabile la maggior parte sono donne. Spesso si tratta di figlie, mogli, sorelle che vedono ridursi sempre di più la propria autonomia e la possibilità di lavorare, viaggiare o avere del tempo per sé. Eppure, il caregiver familiare non è ancora una figura riconosciuta, il che significa che milioni di persone vivono questa esperienza senza diritti, senza supporto economico, senza accesso a servizi che possano alleggerire il carico della cura.

Nel frattempo, chi si prende cura di un familiare fragile si trova a gestire tutto da solo, tra burocrazia inefficace, servizi territoriali insufficienti e la sensazione di non avere scelta. Lo stress cronico e la fatica mentale portano molti caregiver a sviluppare ansia, depressione, problemi di salute legati al burnout da caregiving.

Il cortometraggio è prodotto dalla BeDi Produzioni, una realtà che crede nel cinema indipendente come strumento di denuncia e riflessione ed ha ottenuto il sostegno della Calabria Film Commission e il patrocinio dell’Associazione CARER – Caregiver Familiari.

Diretto dall’autrice, il ruolo di Carmela è interpretato da Dora Romano, attrice che ha lavorato con registi come Paolo Sorrentino e Ferzan Özpetek, e che porta nel personaggio un’intensità straordinaria.

Un film per chi ha vissuto il caregiving sulla propria pelle

Per chiudere il budget del film abbiamo scelto di coinvolgere direttamente il pubblico attraverso una campagna di crowdfunding su Produzioni dal Basso. Non è solo un modo per finanziare il progetto, ma anche per costruire una comunità intorno a questa storia. Ogni donazione è un passo in più per far arrivare il messaggio del film a chi ha bisogno di sentirlo.

Una volta completato, vogliamo portare L’Accuditrice nei festival cinematografici, nelle sale indipendenti e, soprattutto, nei luoghi dove il caregiving è una realtà quotidiana, collaborando con associazioni, enti e istituzioni per far sì che questo film diventi uno strumento di dibattito e sensibilizzazione.

Il cinema ha raccontato storie di malattia e dipendenza in molte forme. Film come Still Alice e The Father hanno saputo mostrare il lato emotivo e psicologico della fragilità, ma in Italia il tema del caregiving familiare è ancora poco rappresentato. Vogliamo colmare questa mancanza, portando sullo schermo non solo il dolore, ma anche il peso della scelta, il senso di colpa, il legame profondo e l’ambiguità emotiva che chi vive questa esperienza conosce bene.

Prendersi cura di qualcuno non dovrebbe significare perdersi

In un paese in cui entro il 2050 un terzo della popolazione avrà più di 65 anni, ignorare il tema dei caregiver significa prepararsi a un futuro in cui le famiglie saranno sempre più sole a gestire un carico insostenibile. Non possiamo più permetterci di considerare l’accudimento solo una questione privata. Riconoscere il ruolo dei caregiver è fondamentale, perché nessuno dovrebbe perdersi nel prendersi cura di qualcun altro.

 

Come sostenere il progetto

Chiunque voglia contribuire può farlo attraverso la campagna di crowdfunding, accedendo al link:  https://sostieni.link/37270

Guarda online l’intervista alla regista a cura dell’Associazione Curopoli:

Per ulteriori informazioni e approfondimenti: accuditrice@gmail.com

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