La proposta di Confcooperative FederazioneSanità oggi a Roma

confcoop Oggi a Roma Confcooperative FederazioneSanità presenta le sue analisi, le sue ipotesi e le sue proposte. Lo fa per voce del suo Presidente Giuseppe Maria Milanese. Si restituisce la situazione italiana al confronto internazionale, abbastanza impietoso. La domiciliarietà sulla quale a molte Regioni sembra di aver puntato in realtà è ancora un obiettivo da raggiungere.

Prosegue il cammino dell’assistenza informale fornita al domicilio dalle assistenti familiari o badanti, e quindi l’esborso da parte dei cittadini italiani per un’assistenza spesso poco professionale e fatta di prossimità e di relazione.

Con la crisi le persone in difficoltà rinunciano a curarsi, accedono meno frequentemente a visite mediche specialistiche, esami clinici, acquistano meno farmaci.

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Molto interessante sarà ascoltare dalla viva voce di Milanese il confronto tra profit e non profit in sanità: mi colpisce l’ultima riga di questo confronto: il profit si muove cercando un’opportunità, il non profit si muove per rispondere a una necessità.

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E questa necessità è perseguita in gran parte in ambito assistenziale e sanitario…

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Chi sarà oggi a Roma ascolterà in diretta le proposte di Confcooperative FederazioneSanità. Per i curiosi l’intera presentazione è disponibile e scaricabile, resa disponibile per far riflettere prima i possibili presenti all’assemblea di domani e soprattutto i possibili assenti.

2 pensieri su “La proposta di Confcooperative FederazioneSanità oggi a Roma

  1. Paolo Pozzani

    Le prospettive occupazionali nei servizi alla persona sono tra le più interessanti (da più fonti in questo si concorda); utenza e bisogni non mancano e tanto meno mancheranno, proseguendo il trend in crescita dell’invecchiamento e delle cronicità. Contestualmente, l’amministrazione pubblica ha la necessità urgente di ridurre la spesa. C’è quindi un’intera costellazione di circostanze ed esigenze a sostegno di proposte di questo tipo. Non dare spazio alla riforma sarebbe l’ennesima manifestazione di stupidità. Di particolare interesse, nella relazione di Milanese, l’impostazione di fondo che allo Stato (nelle sue varie articolazioni) non chiede di “assentarsi”, bensì di restare forte cambiando di ruolo: non più erogatore/produttore, bensì regolatore. E aggiungerei: valutatore. Valutatore dei benefici e degli esiti prodotti dai soggetti terzi deputati all’ erogazione dei servizi, affinché ne consegua un processo circolare e continuativo di miglioramento. La parola chiave è, appunto, “accreditamento”. Attraverso le procedure di accreditamento una pluralità di soggetti economici (del non profit, dice ovviamente Milanese, ma questo non è perentorio, per quanto auspicabile) accede alla possibilità concreta di erogare le proprie prestazioni direttamente alla popolazione, ovvero alla platea dell’utenza, finalmente abrogando la tradizionale intermediazione “appaltuale” degli enti pubblici ma restando comunque all’interno di un circuito di riconoscimento pubblico. Le modalità concrete secondo cui si declina l’accreditamento diventano assolutamente cruciali. A mio giudizio, dobbiamo consentire ed anzi promuovere l’espandersi di una logica liberale di libera concorrenza in un contesto di regole qualitativamente “alte” e sottoposte alle decisioni e al controllo di un’amministrazione pubblica professionale e competente. È la riproposta del “quasi mercato”, espressione forse oramai abusata nel linguaggio troppo spesso retorico dei servizi sociali ma che richiede di essere presa sul serio in ambedue le parole che la formano:
     “mercato”, per dire che ci deve essere libera competizione fra i soggetti accreditati e che tale competizione non deve conoscere limiti quantitativi nel numero dei competitors ammessi;
     “quasi”, per dire che il campo da gioco è deciso, regolato e controllato dal potere pubblico, il quale opera su almeno due cose di importanza prioritaria: sugli standard di livello qualitativo richiesti per l’accesso all’accreditamento, imponendo che essi siano alti a garanzia dell’utenza assistita; e sul periodico aggiornamento degli stessi ai bisogni (mai fermi) e agli sviluppi tecnologici ed organizzativi (sempre migliorabili). Perché qui si gioca la scommessa di un altro importante tema che necessariamente si affianca all’ accreditamento: quello dell’innovazione. Al soggetto accreditato non va consentito di irrigidire gli standard del proprio agire, una volta soddisfatte le condizioni che ne resero possibile l’ingresso nel “quasi mercato”: al contrario, esso deve essere incentivato a introdurre periodici miglioramenti nei livelli di qualità e di efficacia/efficienza. Diversamente, nel corso del tempo si riprodurrebbero quelle rigidità d’azione che troppo spesso denotano l’agire del servizio pubblico (e dei privati che contrattualmente dipendono dal pubblico). Il quadro sin qui assai rozzamente delineato va completato dalla previsione di un sistema di voucher, in virtù dei quali l’utenza assistita (o quanto meno la parte di essa più fragile e meno abbiente) ottiene e paga le prestazioni ricevute. Più in generale, è probabilmente questo l’alveo in cui si colloca il riferimento alla “mutualità integrativa” cui si fa cenno nella relazione. Bisogna pertanto credere alla realizzabilità di un sistema dei servizi sociali e sanitari presidiato, da un lato, da un’amministrazione pubblica capace di grande competenza di programma e di valutazione perché ricca di forti professionalità tecniche ed amministrative capaci di decidere, controllare, valutare, e – dall’altro – da una platea di operatori autorevolmente accreditati, in situazione di libera e reciproca concorrenza, denotati dall’alto livello qualitativo dei propri servizi e da un’altrettanto alta capacità (auto) innovativa.

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