Costruiamo il Welfare dei Diritti sul Territorio. I perché della 4ª edizione

di Ugo De Ambrogio*

Si è svolta a Milano, negli scorsi 5, 6 e 7 giugno, la ventisettesima Conferenza ESN (European Social Network) sui Servizi Sociali in Europa. Hanno partecipato oltre 700 delegati provenienti da 35 diversi Paesi. La Conferenza è stata l’occasione di fare, pur sommariamente, il punto sui servizi sociali del nostro continente, confrontando buone prassi e tendenze in atto.

Chi scrive ha avuto il compito, non facile, nella seconda giornata della Conferenza, di fare il punto sullo stato dei servizi sociali nel nostro Paese, dal punto di vista della loro qualità.

Per tentare di rispondere a un compito così impegnativo, mi è venuta in aiuto una vecchia tabella comparativa sullo sviluppo storico del welfare sociale in Italia, da me pubblicata qualche anno fa su PSS, che ho aggiornato per l’occasione e ripropongo nella tavola 1.

Tavola 1 Sviluppo e involuzione del welfare Italia negli ultimi decenni
Focalizzazione Oggetto Approccio Attori
Anni ’60–’70 Assistenza al caso singolo Problema conclamato Terapeutico Singole professionalità
Anni ‘80–’90 Prevenzione Rischio Educativo Servizio multiprofessionale
Anni ‘90–2005 Promozione “Normale disagio” Animativo Rete
2005–2007 Inclusione e coesione sociale Condizione di vita della cittadinanza di un territorio Consulenziale/valutativo Reti, partenariati
2008–2015
(dentro la crisi)
Riduzione della spesa pubblica Fronteggiamento dell’emergenza e spinte al ritorno agli anni ’60? Neo-assistenzialismo Crisi di identità delle professioni sociali
2015–oggi
(crisi come condizione)
Visione pragmatica e modesta di sviluppo Rigenerazione, prossimità, collaborazione fra pubblico e privato Agile, frammentato, flessibile, generativo Coprogettazioni, con “rischio di impresa”, cittadinanza attiva

Dalla tabella, leggendo in particolare le ultime righe, si deduce che si sta finalmente superando una fase “depressiva”, che ha caratterizzato le politiche sociali territoriali negli anni della crisi socio-economica e istituzionale. In quegli anni si era giunti tra l’altro, all’azzeramento del Fondo nazionale politiche sociali e, sapientemente e opportunamente, Remo Siza ha definito quel periodo su queste pagine come fase neo-assistenzialistica (1), ovvero di ritorno agli anni Sessanta, senza pretese di risoluzione di problemi di sistema, e senza connessioni con altre politiche, una fase che ha abdicato a qualsiasi pretesa di miglioramento della condizione sociale della popolazione.

Oggi, per ragioni diverse e non sempre coordinate tra di loro, siamo probabilmente entrati ormai in modo deciso in una nuova fase di sviluppo del welfare, che rappresenta un vero e proprio cambio di paradigma. Altrove mi sono permesso di definire questa nuova fase, rispetto a quelle che la hanno preceduta, come più pragmatica e, allo stesso tempo, più “modesta” (2). Da un welfare sociale universale, pubblico, inclusivo “sistema integrato” (le parole d’ordine pre-crisi), stiamo infatti progressivamente transitando verso un welfare sociale agile, innovativo, collaborativo, coprogettuale, flessibile “stimolo della responsabilità sociale della società civile”. Un welfare che opera con uno stile pragmatico e “modesto” allo stesso tempo, che non ha pretese di cambiamento strutturale e di sistema ma ottiene risultati in termine di cambiamento virtuoso della qualità della vita e di empowerment di parte della cittadinanza.

A favorire questo cambio di paradigma sono stati alcuni fattori, che potremmo definire materiali; fra questi un oggettivo aumento delle risorse, in particolare per le regioni del Sud, grazie al PON inclusione, e l’introduzione prima del Rei e poi del Reddito di Cittadinanza. Appare infatti oggi chiaro che quest’ultimo si va costruendo, per una vasta tipologia di casi, non tanto come politica attiva del lavoro quanto come misura di contrasto alla povertà intesa in modo multidimensionale, e sarà per molti casi gestito dai servizi sociali comunali, in una certa continuità con il Rei, ma con maggiori risorse a disposizione (vedi Gori su Welforum.it) (3).

A tali fattori vanno ad aggiungersi alcune recenti iniziative (risalenti alla precedente legislatura) che vanno implementandosi, quali per esempio quella sul “dopo di noi”, i progetti sostenuti dal fondo sulla povertà educativa e la riforma del terzo settore che, tra l’altro, incentiva a forme di coprogettazione e partenariato fra pubblico e privato sociale, in particolare per gli interventi in campo innovativo e sperimentale. Si tratta di un metodo e un percorso che ha molte potenzialità di sviluppo del sistema e di allargamento del perimetro delle risorse esistenti. Accanto a tali fattori legati alla presenza di nuove risorse e nuovo indirizzi di sviluppo, si vanno consolidando nei territori anche fattori che potremmo definire di tipo culturale-professionale.

Come hanno anche testimoniato le prime tre edizioni del premio IRS CNOAS PSS “Costruiamo il welfare dei diritti nel territorio”, grazie al lavoro dal basso di molti operatori, il welfare territoriale è vivo e procede nel suo sviluppo incrementale e sperimentale anche in uno scenario incerto, e possiamo ragionevolmente pensare che orientamenti e tendenze innovative territoriali abbiano anche contribuito ad influenzare alcune linee di indirizzo nazionali in una direzione coerente con quanto avviene a livello locale (4).

Ritornando alla Conferenza europea di Milano, va detto che le molte buone prassi provenienti dagli altri Paesi, che sono state presentate, pur provenendo da contesti molto differenti, hanno almeno due denominatori in comune, che rappresentano comuni fattori di successo.

Il primo riguarda il fatto che l’efficacia delle buone prassi passa da una strategia agile, incrementale, iterativa: gli interventi funzionano quando sono di prossimità, rispondono a bisogni riconoscibili, come piccoli ma importanti cambiamenti della vita dei beneficiari. Il secondo riguarda il fatto che tale efficacia si verifica quando gli interventi sono progettati, gestiti, monitorati e valutati all’interno di contesto collaborativo, di cooperazione fra i diversi attori in campo.

Il noto fisico Carlo Rovelli ha recentemente affermato in un’intervista televisiva (5) che “tutto ciò che c’è di buono nel mondo nasce dalla collaborazione”. Tale affermazione generale pare molto vera se applicata al nostro campo; infatti, i servizi sociali producono non solo benefici materiali ma anche solidarietà, relazioni significative fra le persone che si costruiscono attraverso riconoscimento reciproci e collaborazioni che contribuiscono a migliorarne la qualità della vita attraverso azioni comprese accettate e partecipate proattivamente dai cittadini nei diversi ruoli che ricoprono (beneficiari, volontari, professionisti del sociale).

Le tendenze emergenti dalle buone prassi europee sono molto presenti anche nel nostro Paese e ciò non è solo testimoniato dalle tre precedenti edizioni del premio ma anche da recenti lavori di ricerca. Sergio Pasquinelli, infatti, in due recenti ricerche IRS (in Lombardia e in Puglia) ha censito e mappato gli interventi che nel nostro Paese sommano queste due caratteristiche. Pasquinelli definisce “welfare collaborativo” o “partecipato” quel welfare che “fa leva sulle risorse delle famiglie e delle comunità – economiche, di tempo, di cura, di competenza – e le mette in dialogo tra loro, producendo qualcosa più della somma dei singoli addendi”. In un passaggio successivo del suo lavoro precisa inoltre, a proposito degli specifici interventi mappati che: “concretamente parliamo di iniziative volte a favorire l’autonomia e l’inclusione delle persone. Parliamo di socializzazione dei bisogni individuali, aggregazione della domanda per convergere su un’offerta nuova, lavoro sulle connessioni, attraverso processi di mutuo aiuto e nuove modalità di risposta a bisogni condivisi” (6).

Ebbene, poiché tali forme di intervento sono praticate e promosse in esperienze significative apprezzate in tutta Europa e stanno prendendo piede in modo efficace anche nel nostro Paese, in accordo con il CNOAS, nostro partner, abbiamo ritenuto opportuno promuovere una quarta edizione del Premio “Costruiamo il welfare dei diritti sul territorio”, caratterizzandolo proprio nella ricerca dell’innovazione attraverso buone prassi di welfare pragmatico e collaborativo.

La quarta edizione del Premio cadrà anche in occasione del 50º anno di pubblicazione di PSS, nel 2020. Il Premio, mantenendo la sua cruciale attenzione alla dignità delle persone, continuerà a considerare gli interventi sociali come esclusivamente in risposta alla soddisfazione di diritti: è infatti in questa direzione che promuove la costruzione di un welfare sociale “comunitario e integrato”: un welfare sociale “attivo”. Suo obiettivo è di contribuire a migliorare la qualità degli interventi e il coordinamento tra attori del welfare (pubblico e della società civile) per creare progettazioni condivise e visioni strategiche.

Per la quarta edizione abbiamo mantenuto, fra i criteri selettivi per valutare le candidature, alcuni di quelli degli scorsi anni ma li abbiamo aggiornati con un’attenzione più diretta al welfare collaborativo e partecipativo per come lo abbiamo definito nelle righe precedenti.

Per l’edizione 2019/2020 chiediamo pertanto ai candidati di:

  • concentrarsi sull’efficacia dei servizi e delle prestazioni;
  • mantenere equilibrio fra distribuzioni monetarie e promozione di servizi (dare soldi senza controllo non è sufficiente, sono necessari più servizi professionali);
  • promuovere l’integrazione tra politiche (assistenza, abitare, sociosanitarie, educative, del lavoro, ecc.);
  • promuovere la co-progettazione fra più attori, pubblici, del terzo settore, della società civile;
  • perseguire la prossimità, nella ricerca di soluzioni semplici ma innovative, favorendo l’incontro fra più bisogni che consentano sviluppo di energia propositiva e resilienza.

Ci auguriamo che la nostra iniziativa abbia un successo pari o superiore a quello delle edizioni precedenti, perché siamo persuasi che le energie fresche e innovative nel nostro welfare siano molte e la loro valorizzazione e visibilità aiuti a fronteggiare le sfide oggi presenti nei nostri territori per contrastare le tendenze a dimenticare i diritti di cittadinanza costruendo invece territori accoglienti nel senso ampio del termine.

 

Note

  1. Siza R., “Il progressivo scivolamento delle politiche sociali verso l’assistenza”, Prospettive Sociali e Sanitarie, 3, 2012, p. 1.
  2. De Ambrogio U., “Agilità, flessibilità, cooperazione nel welfare in ‘cantiere’”, Welforum.it, 12 settembre 2017.
  3. Gori C., “Il welfare dei servizi nel Reddito di cittadinanza”, Welforum.it, 3 maggio 2019.
  4. Si veda su questo per esempio una certa influenza che l’Alleanza contro la povertà, un’aggregazione molto operativa, ha avuto nel determinare le caratteristiche del Rei e, in fase finale di stesura della legge, anche quelle del Reddito di cittadinanza.
  5. A Otto e mezzo, su La7, il 22 aprile 2019.
  6. Pasquinelli S., Il welfare collaborativo: Ricerche e pratiche di aiuto condiviso, IRS, Milano, 2018

 

Questo articolo è apparso anche nel numero 3, Estate 2019, di Prospettive Sociali e Sanitarie

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