Perché un servizio di prossimità entra nelle scuole e che cosa accade quando lo fa

di Luca Marabese*

Negli ultimi anni si parla molto di servizi di prossimità, soprattutto in relazione alla loro capacità di intercettare bisogni, costruire relazioni e integrare risposte nei territori. Meno frequentemente ci si sofferma su un aspetto diverso, ma altrettanto rilevante: che cosa accade quando questi servizi escono dai propri spazi abituali e incontrano altri contesti, come quello scolastico.

La domanda riguarda il senso stesso di questi servizi. Perché una mensa popolare dovrebbe entrare in una scuola? Che cosa ha da dire, e a chi?

Dal servizio al contesto educativo

Nel corso del 2026, le Cucine Economiche Popolari di Padova hanno realizzato 30 laboratori nelle scuole primarie delle province di Padova e Rovigo, coinvolgendo complessivamente 40 classi e 649 alunni. Il laboratorio, intitolato “Se Apri Non Scarti”, prende avvio da un’attività semplice: lavorare insieme sul cibo a partire da ciò che normalmente viene considerato scarto.

L’impostazione è volutamente concreta. I bambini osservano, sperimentano, collaborano. Il percorso prende forma a partire da una situazione condivisa e il tema dello spreco emerge progressivamente dall’esperienza.

Nei servizi di prossimità, la conoscenza prende forma dentro la relazione con la realtà. Quando questa modalità entra nella scuola, introduce una differenza rispetto alle forme più tradizionali di apprendimento, ancora spesso centrate sulla trasmissione. In questo senso, ciò che accade nei laboratori richiama una linea pedagogica ben consolidata: si apprende attraverso l’esperienza. John Dewey ha mostrato come il sapere nasca dal rapporto diretto con ciò che si vive. Quando l’apprendimento prende forma dentro un’esperienza concreta, tende a radicarsi, a connettersi, a diventare significativo.

Le restituzioni raccolte tra gli insegnanti delineano un quadro molto chiaro. La valutazione complessiva del laboratorio si colloca stabilmente sui livelli più alti, l’utilità educativa è riconosciuta in modo diffuso e la proposta si inserisce con facilità nei percorsi di educazione civica e inclusione. Molti docenti esprimono inoltre la volontà di riproporre l’esperienza negli anni successivi, segnalando la capacità del laboratorio di attivare processi che vanno oltre il singolo incontro.

Quando l’esperienza diventa apprendimento

Un aspetto particolarmente rilevante riguarda ciò che accade dopo il laboratorio. Gli insegnanti osservano che i bambini continuano a parlarne nei giorni successivi, riprendono i temi affrontati, li collegano ad altri percorsi e li condividono con le famiglie. L’esperienza si estende nel tempo e si integra nella vita quotidiana della classe.

Questa continuità indica che l’apprendimento attivato riguarda la costruzione di significato. Ciò che viene vissuto durante il laboratorio viene rielaborato, discusso, ripreso in contesti diversi, mostrando una capacità di permanenza che va oltre il momento dell’attività.

Una conferma ulteriore emerge dalle parole dei bambini. Al termine dei laboratori viene chiesto loro che cosa si portano a casa dall’esperienza e le risposte vengono annotate e raccolte. Le restituzioni, pur provenendo da classi e territori diversi, mostrano una forte coerenza.

Tornano parole come rispetto, inclusione, aiuto reciproco. Compaiono frasi come “Nessuno è scarto”, “Non lasciare mai da parte nessuno”, “Abbiamo tutti gli stessi diritti”. Da queste parole emerge un passaggio significativo, che conduce dal tema dello scarto materiale a quello dello scarto sociale. Il laboratorio accompagna i bambini a costruire questa connessione attraverso l’esperienza, rendendo visibile un legame che prende forma in modo spontaneo.

Il contatto con la realtà, tipico dei servizi di prossimità, porta spesso a riformulare i problemi in termini più ampi. Quando questa esperienza entra in un contesto educativo, può attivare nei bambini la capacità di costruire collegamenti e di riconoscere implicazioni che vanno oltre il compito svolto.

In questa prospettiva, l’apprendimento si configura come capacità di leggere ciò che si vive. Paulo Freire descrive questo processo come un passaggio dalla realtà alla consapevolezza, in cui l’esperienza diventa occasione per sviluppare uno sguardo più attento e più consapevole.

Servizi che producono conoscenza

Da questo punto di vista, l’interesse dell’esperienza riguarda ciò che essa suggerisce sul ruolo dei servizi di prossimità. Questi servizi producono conoscenza a partire dall’incontro con situazioni reali, dall’osservazione quotidiana e dalla relazione con le persone. Quando questa conoscenza viene resa accessibile, può contribuire ad arricchire altri contesti, come quello scolastico.

L’ingresso nelle scuole si configura come una forma di scambio. Il servizio porta dentro la scuola uno sguardo costruito nel contatto con la realtà, mentre la scuola offre uno spazio in cui questo sguardo può essere rielaborato e restituito.

Se i servizi di prossimità generano conoscenza a partire dalla loro pratica, il loro ruolo nel territorio assume una valenza più ampia. Accanto alla funzione operativa, si affianca una funzione conoscitiva che permette di leggere i fenomeni sociali e di contribuire alla costruzione di significato.

L’esperienza dei laboratori nelle scuole mostra come questo passaggio sia già in atto e indica una direzione di lavoro che supera il singolo progetto. Riconoscere nei servizi di prossimità una capacità di lettura della realtà consente di aprire spazi di dialogo con altri ambiti, contribuendo a costruire forme più consapevoli di apprendimento e di partecipazione.

 

* Referente comunicazione Fondazione Nervo Pasini

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *