L’Economia sociale come infrastruttura generativa e nuova diplomazia dal basso

Evidenze empiriche dal Sunflowers European Tour

di Massimiliano Porcelli*

L’attuale panorama europeo è condizionato da una profonda frammentazione geopolitica e istituzionale. Tuttavia, l’osservazione empirica delle reti di prossimità rivela l’esistenza di un ecosistema nemmeno troppo sotterraneo ed estremamente vitale. In questo scenario, il Terzo settore, a mio giudizio, è chiamato a diventare molto più di ciò che è stato finora: un soggetto sistemico e generatore di visioni, superando la propria funzione puramente compensativa. Da questa premessa nasce il Sunflowers European Tour, un viaggio in bicicletta di 6000 km da Lisbona ad Atene, che ho affrontato personalmente, per raccontare lo stato dell’Economia Sociale europea. Concepito non come iniziativa sportiva ma come un rigoroso esperimento di ricerca-azione itinerante, esso si è posto l’obiettivo di mappare alcune realtà rappresentative a vario titolo dell’Economia Sociale dell’Europa mediterranea, per comprendere se, la cooperazione transnazionale possa trasformarsi, da semplice auspicio a prassi di diplomazia civile.

Alcune scelte logistiche e strategiche imposte da un budget molto contenuto (l’uso della bicicletta, i camper come mezzi di supporto, amici non professionisti come gruppo di lavoro, modesti campeggi per le soste notturne), hanno consentito di tradurre in atto un principio preso a prestito da Julio Velasco: il principio del “fare con ciò che si ha”: la fatica e i mezzi essenziali si sono trasformati in vere e proprie risorse epistemologiche. La bicicletta impone un ritmo lento, diventando un dispositivo che obbliga all’ascolto dei territori e alla comprensione delle pratiche locali prima di valutarle. Scegliere di andare piano permette di creare un ambiente dove si può capire meglio ciò che succede e dove il tempo viene vissuto come un’occasione per riflettere. Inoltre, il fatto che il mezzo sia fragile e semplice aiuta a mettere da parte le barriere personali, facilitando la nascita di rapporti fondati sulla fiducia reciproca. Inoltre, le interazioni serali dei partecipanti (oltre al sottoscritto che ha materialmente pedalato, c’erano alcuni amici e colleghi e due operatori cinematografici) hanno funto da laboratori di sintesi, essenziali per la costruzione di quel capitale fiduciario che rappresenta l’infrastruttura primaria dell’azione comune.

La mappatura ha evidenziato come le organizzazioni dell’economia sociale, al di fuori di ogni retorica, utilizzino il concetto di “ponte” come mezzo che permette alle differenze di incontrarsi senza annullarsi. Un’evidenza cruciale è emersa nell’attraversamento della penisola balcanica. In questi contesti, segnati da fratture storiche, l’economia sociale trascende la funzione di ammortizzatore per assumere un ruolo fondativo di peacebuilding: trasforma la vulnerabilità e la fragilità in una soglia su cui si innestano nuove relazioni ed energie civili. Ciò ci è apparso del tutto evidente, in uno dei contesti che abbiamo visitato: il progetto “Sali Most” di Mostar che promuove, attraverso la pratica sportiva, l’incontro reale e solidale tra bambini e adolescenti appartenenti a diverse etnie e diverse religioni, residenti in una delle città simbolicamente e storicamente più critiche d’Europa.

L’indagine sul campo ha altresì evidenziato le criticità di un quadro normativo europeo ancora non del tutto capace di sprigionare il vero potenziale di questo settore. Affinché l’Economia sociale possa scalare le proprie soluzioni, è necessario che il Terzo settore superi sé stesso, trasformandosi in un nodo infrastrutturale capace di fornire protocolli operativi e “API sociali” che altri attori (istituzionali e privati) possano adottare. Non si tratta più di difendere un’identità compartimentata, ma di offrirla come risorsa e renderla generativa. È indispensabile un’evoluzione in senso federale che integri a pieno titolo l’Economia Sociale, affinché le prassi nate dalla prossimità si traducano in un vero e proprio “guadagno concettuale” trasferibile all’intero ecosistema politico ed economico.

Infine, l’esperienza della ricerca-azione richiede dispositivi strutturati per trasferire la conoscenza acquisita alla comunità scientifica e civile. In quest’ottica, la produzione del docufilm Utopia Europa e del volume La Signora di Virpazar con i quali la nostra cooperativa racconterà questa inedita esperienza, ricuce le storie locali in una narrazione collettiva, agendo come una vera e propria “Comunità narrante”. Questa narrazione ambisce a rappresentare un’infrastruttura emozionale capace di far dialogare mondi diversi. Vogliamo trasformare la memoria di questo viaggio in patrimonio collettivo e prospettiva per l’azione futura; dimostrare che l’economia sociale può ergersi a produttrice di saperi trasferibili, istituzionalizzando l’esperienza come risorsa politica, culturale e didattica di altissimo valore.

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