Bisogni, lavoro e realtà territoriale dell’assistenza familiare: un punto di vista e una proposta progettuale

di Nicoleta Tudor*

Sono un’assistente sociale rumena residente a Torino e faccio parte di un gruppo di cittadini attivi il cui nome è: “Il Giardino Dei Nostri Sogni” (1).

Ho lavorato per otto anni come assistente familiare e, saltuariamente, svolgo ancora questo mestiere. Benché non fosse il mio obiettivo sono diventata una sorta di “ambasciatrice” e promotrice dei diritti degli assistenti familiari, ma mi ritrovo ad essere anche ricercatrice e studiosa di questa categoria di lavoratori, e in questo ruolo mi occupo in particolare dello sfruttamento sul lavoro nei loro confronti, nonché delle conseguenze sulla loro salute, sul lavoro e sulle relazioni sociali.

Penso quindi di poter affermare con certezza che la realtà sia molto più drammatica di quanto si possa immaginare. Vista la direzione delle politiche sociali, gli obiettivi e le attività che vengono proposte attraverso vari progetti per il sostegno all’assistenza familiare, e nello specifico attraverso il servizio di Assistenza Domiciliare Integrata, ci sarebbe molto da analizzare: cercherò di limitarmi ad alcuni aspetti.

Nel nostro sistema di servizi per gli anziani, nella maggior parte dei casi in cui si presentino bisogni sociosanitari viene attivato il servizio ADI (Assistenza Domiciliare Integrata) e si stende un piano assistenziale individuale (PAI) che il più delle volte porta a individuare come necessario l’intervento di un’assistente familiare.

Dalla mia esperienza e dai dati ricavati da analisi da me svolte sul territorio, posso affermare che quasi tutto si concluda qui. La presa in carico dei servizi integrati termina con la presa in carico dell’anziano da parte di una sola figura: l’assistente familiare. Da quel momento in poi i servizi integrati spariscono, se c’è una famiglia, spesso è lontana o molto impegnata. Ecco allora che tutta la responsabilità della vita dell’anziano resta nelle mani di una sola persona.

L’assistente familiare deve prendersi cura dell’anziano, della casa, della spesa, della preparazione dei pasti; deve relazionarsi con i servizi (se ci sono), con il sistema sanitario, con la famiglia. In questa situazione, è semplice arrivare velocemente all’esaurimento nervoso e a ciò che è stato definito come “Sindrome Italia”. Lo stress lavorativo, oltre che produrre danni molto gravi alla persona stessa, conduce anche ad azioni e comportamenti indesiderati nei confronti dell’anziano stesso.

Questi esiti non sono imputabili solo a carenza di formazione o a necessità di ulteriore affinamento delle competenze delle/degli assistenti familiari, ma discendono dal sovraccarico lavorativo, morale ed emotivo, nonché dall’impossibilità di vedere rispettate le pause previste giornalmente e settimanalmente.

Mi chiedo se chi sostiene e promuove ancora il contratto badante convivente, possa rispondere alla domanda: “Come si può verificare e controllare il rispetto dei diritti in esso compresi all’interno della famiglia? Come può l’assistente familiare dimostrare, ad esempio, che non può usufruire delle undici ore di pausa continuativa? E ancora, come si possono calcolare, dimostrare, far riconoscere le ore straordinarie quando tutto avviene tra le mura della casa? Forse molto spesso la famiglia ignora questi diritti perché “non ce la fa” economicamente, e se questo è lesivo del diritto del lavoratore, lo è ancor più una legislazione che non preveda adeguati controlli.

Diritti delle persone anziane, diritti di chi li assiste

Dobbiamo porci una domanda importante: come possiamo mantenere la dignità e tutelare i diritti degli anziani, senza tuttavia ignorare la dignità e i diritti di chi li assiste?

E’ giusto tutelare e promuovere la qualità della vita di una persona anziana facendo riferimento all’ambiente di vita, agli affetti personali, alle abitudini e a tutti i suoi diritti, ma è necessario farlo senza che questo vada a discapito di un’altra persona, che anch’essa ha gli stessi, identici diritti. Ecco un grande impegno per chi si occupa di pari opportunità e di giustizia sociale.

Sembra lontano dalla questione dei diritti ma non lo è: parlo della formazione. Poter contare su assistenti familiari formati è un diritto degli anziani, così come è un diritto-dovere di chi opera nella cura delle persone accedere a forme di qualificazione e riqualificazione. Ho visto molto denaro speso nella formazione e mi è venuto da domandarmi se non ci sia una dispersione e frammentazione di risorse ma soprattutto non siano troppo incerte le valutazioni della sua efficacia.

Potrebbe essere che i fondi dedicati all’assistenza familiare si disperdano troppo prima di arrivare ai principali destinatari? Quale alternativa per sostenere diversamente le famiglie e chi fa assistenza?

Altre domande: come mai, una volta formato, l’assistente familiari viene pagato con il minimo retributivo e inquadrato come personale non formato? Sottolineo qui, che il 99% dei contratti domestici sono basati sul minimo retributivo, fanno quindi riferimento a persone non formate e quasi mai di fatto vengono riconosciuti frequenza di corsi specifici o qualifiche. Al contrario, le pretese sulla qualità del proprio lavoro rimangono tante, spesso pesanti e a volte perfino ingiuste. Non entro nemmeno nel tema del lavoro sommerso, perché ci sarebbe troppo da dire e soprattutto, a mio parere, si risolverà solo con il sostegno diretto delle famiglie.

Con i progetti A.F.R.I.TO e A.F.R.I.PRO (2), (di cui ho fatto parte) sono state formate migliaia di persone, ma solo alcune centinaia hanno trovato collocazione. Questi progetti oltre che sulla formazione, hanno investito anche sulla creazione delle reti territoriali, ma il problema non è solo costituirle ma soprattutto farle funzionare bene. Ci si interroga molto su come mai funzioni il passaparola nel fare incontrare domanda e offerta in questo settore e credo sia un errore considerare che le reti formali possano sostituire ciò che ormai si è costituita come una rete informale.

Anziché provare a sradicare il passaparola dovremmo provare a comprendere come questa prassi si basi non soltanto su un colloquio (spesso superficiale) con la famiglia o con l’assistente familiare da parte di un operatore, ma sulla conoscenza diretta della persona e/o della famiglia e sull’incontro faccia a faccia con gli interessati nel loro ambiente. Questo non significa che le reti informali tutelino al meglio i diritti dei lavoratori ma sicuramente essi riescono ottenere più informazioni sul futuro lavoro e soprattutto si sentono più liberi di rifiutarlo.

Per quanto riguarda la tutela dei diritti, le reti formali non hanno in realtà potere sul mercato sommerso: molte lavoratrici arrivano nelle famiglie dalle reti formali e si ritrovano comunque a lavorare in nero. Inoltre più delle volte, attraverso i colloqui formali, l’assistente familiare non ha tutte le informazioni necessarie e corrette sul nuovo ambiente di lavoro o sulla persona e di conseguenza, molte volte, scopre solo successivamente di dovere, per esempio, dormire nello stesso letto dell’anziana che assiste (questo avviene per i più svariati motivi). Ma l’assistente familiare che arriva dalle reti formali, sa soprattutto che se rifiuta un posto di lavoro per ragioni personali (magari anche di salute), verrà “squalificata” e mai chiamata per un nuovo colloquio.

Molte famiglie, del resto, preferiscono il passaparola non necessariamente perché contrarie a regolarizzare la lavoratrice, ma perché richiedono referenze certe, attendibili e controllabili, che riescono a ottenere più facilmente attraverso chi fa la segnalazione: un’amica, un amico, un parente ex-datore di lavoro soddisfatto della lavoratrice avuta alle proprie dipendenze, persona che molto spesso si desidera aiutare.

Come gruppo di cittadini attivi stiamo coltivando già da un anno un’idea progettuale. La presento qui: riguarda i servizi integrati, punta sulla qualità di vita delle persone a domicilio, sulla parità dei diritti di chi fa lavoro di cura e di chi lo riceve, si prefigge la valorizzazione delle persone.

Stiamo cercando di portare questo progetto all’attenzione di enti e di associazioni allo scopo di attivare confronti e tessere collaborazioni.

Servizi integrati per migliorare la qualità della vita a domicilio: per tutti

Questo progetto nasce per operare come supporto alla figura del medico, ai servizi sociosanitari, alle famiglie dei pazienti anziani e alle assistenti familiari, con lo spirito di collaborazione e servizio proprie delle professioni di aiuto. Chi vi opera intende assumere un ruolo complementare e integrativo di monitoraggio, controllo e sostegno alla domiciliarità.

 Chi sono i soggetti che concretamente realizzano il progetto?

Scopo del progetto è quello di creare una rete per la domiciliarità in un’ottica di miglioramento e di risparmio nella strutturazione ed erogazione dei servizi rivolti alla terza età, con l’obiettivo di prevenire le situazioni complicate e portare vantaggi al SSN, che potrebbe giovarsi in questo modo di collaborazioni di professionisti indipendenti con riduzione delle ospedalizzazioni.

Nello specifico, la nostra idea è di:

  1. Implementare un nuovo modello di intervento centrato sulla persona nella sua integrità. Uno sguardo olistico al triangolo anziano-famiglia-assistente familiare, là dove la base del triangolo è la famiglia insieme all’assistente familiare.
  2. Offrire servizi integrati di sostegno alla domiciliarità e ridurre la frammentazione;
  3. Organizzare l’URP a domicilio per ascoltare, informare, dare una risposta chiara e rapida;
  4. Ottimizzare l’efficacia sul piano clinico e migliorare i percorsi terapeutici; ottimizzare le risorse economiche e professionali;
  5. Migliorare la qualità di vita delle persone anziane trovate in grande difficoltà sul piano della salute fisica, mentale o relazionale, favorendone la riattivazione e il mantenimento delle abilità e capacità fisiche, cognitivo – mentali e relazionali.
  6. Contribuire a promuovere empowerment personale e relazionale nella persona assistita e in chi di essa si prende cura;
  7. Organizzare spazi aggregativi e laboratoriali, spazi creativi, ricreativi, riabilitativi per gli anziani stessi (là dove possibile) e/o per i loro caregiver (siano essi parenti o assistenti familiari); generare e valorizzare le life skills delle persone beneficiari del progetto; creare la casa dell’assistente familiare.
  8. Creare più protezione alla vecchiaia, migliorare la sicurezza abitativa e favorire la complementarietà professionale, elementi tutti volti al sostegno della domiciliarità;
  9. Creare nuovi posti di lavoro;
  10. Dare una attenzione specifica alle pari opportunità e alla diminuzione dello sfruttamento e del lavoro domestico sommerso.

 

(1) Gruppo informale di cittadini attivi operanti sul territorio torinese. Impegnato nel campo del dialogo multiculturale, della coesione sociale e della gestione dei conflitti. Per info: ilgiardinodeinostrisogni@gmail.com

(2) A.F.R.I.TO sta per Assistenza Familiare Reti Integrate-Torino e A.F.R.I.PRO sta per Assistenza Familiare Reti Integrate-Provincia.

 

*Assistente sociale, Il Giardino dei Nostri Sogni (1),