Tempi di incontro

di Patrizia Taccani*

“Vorrei parlare dei momenti felici che oppongono resistenza all’epoca presente, al terrore, all’invecchiamento o alla malattia: sono quelli che definirei “momenti di felicità nonostante tutto”. […] Sono momenti di felicità privati […] Qualche spirito sofistico potrebbe dirli “egoisti”. In verità, sarebbe più giusto definirli inaffondabili, capaci come sono di sopravvivere alle tempeste che lacerano l’anima, alle inondazioni che la soffocano e la sommergono. […] Sono momenti di felicità semplice dei quali si avverte la necessità vitale non appena ci vengono a mancare.”[1]

Siamo un piccolo gruppo – sette donne e un uomo – intorno a un tavolo a leggere queste parole. Ci accomuna (in ruoli diversi) un lavoro volontario accanto ad anziani, spesso ben poco autonomi, che vivono nelle loro case, qualcuno solo, i più in compagnia di una donna venuta da lontano e che oggi “bada” a loro, in una non sempre facile collaborazione con figli e figlie impegnati altrove, nel lavoro e con la famiglia.  Un volontariato nato in una parrocchia del milanese, che dura da diciotto anni. Giusto, il gruppo sta per diventare maggiorenne. In questo non breve arco di tempo diversi volontari sono usciti dal gruppo per ragioni diverse, altri sono arrivati, poi ci sono gli “storici”; alcune delle persone seguite sono divenute centenarie e anche ultracentenarie. Certo, molte se ne sono andate, qualcuna prima in casa di riposo, e poi dalla vita.

Il nostro è un gruppo resistente e resiliente, un po’ appartato rispetto alle attività più tradizionali del contesto parrocchiale. Il volontariato si svolge in modo individuale, ciascuno segue uno o due persone con i tempi concordati direttamente. Il contenuto dell’intervento è sostanzialmente riconducibile al termine relazionale. Fare compagnia: una semplificazione? No, se teniamo presente la radice della parola, “essere partecipi dello stesso pane”. In questo caso si è partecipi dello stesso tempo, un tempo dell’incontro, un tempo di comunicazione e di costruzione di un legame. Di questo ci si alimenta, reciprocamente. Con facilità a volte, a volte con fatica.

Perché il gruppo

Il gruppo riunisce – e unisce – tutti, una volta al mese per un momento di supervisione, ma soprattutto di scambio sull’esperienza. Il mio compito da “esperta”? Ascoltare le narrazioni e valutare insieme a loro di volta in volta “che cosa sta succedendo”. Le mie domande sono rivolte a uno e a tutti.  A volte a qualcuno sembra non succeda mai nulla. “Invecchio insieme a Lucia, e basta…”. In questi casi sento come lo scoramento di fronte al ripetersi di uno stare insieme senza dei visibili cambiamenti: non ci sono spiragli nell’antica depressione della signora Lucia, novantaquattro anni, la figlia passa di lì ma si ferma poco; il lutto per un familiare fa chiudere sempre di più Caterina e la porta quasi a perdersi; la storia di dolori lontani torna e ritorna nelle parole di Teresa e sembra che l’ascolto affettuoso della volontaria non serva che ad alimentare rimpianti.

Essere ascoltati dal gruppo è già di supporto in questi casi, ma lo è ancora di più essere aiutati ad accettare i limiti e, perché no? i momenti bui che possono arrivare in un rapporto, senza perdere fiducia e motivazioni. Qualcuno ha definito i volontari un “supplemento d’anima”[2] soprattutto nelle grandi città, luoghi votati ad accentuare individualismi. Beh, anche i volontari hanno bisogno, a volte, di essere animati e ri-animati.

In questa attività ci si deve poi confrontare, in molti casi, con ciò che viene chiamato il declino nell’invecchiare. In diciotto anni di lavoro, seguendo con continuità grandi anziani, ciascuno ha dovuto affrontare criticità come la loro perdita di forze fisiche e psicologiche, il venir meno dell’autonomia, l’annebbiarsi della mente, a volte una malattia acuta. Data l’età non più verde di tutti noi[3] ciò ha significato anche rispecchiarsi in questi eventi e domandarsi: “Diventerò così anch’io? Mi sta già succedendo?”.

Quante volte nella mia esperienza professionale di formazione con gli operatori di servizi per anziani ho affrontato con loro il tema delle emozioni che nascono dai numerosi punti di contatto tra la realtà di lavoro e la realtà personale?  Davvero molte volte. Lo scopo era quello di rendere tutti più consapevoli di quanto i due mondi possano influenzarsi a vicenda: perché l’invecchiare e diventare fragili, a volte inconsapevoli, l’ammalarsi, il morire accade entro i confini del servizio (assistenza domiciliare, centro diurno, residenza) ma accade anche tra le mura della propria casa, accade alle persone care e a ciascuno, in quanto essere vivente.  Io stessa non mi sono mai sentita esentata dal domandarmi perché da tanti anni mi stia occupando professionalmente dell’ultima parte della vita, e come questo si riverberi su quanto provo di fronte alle fragilità di chi, vecchio, mi è stato e mi sta vicino, di fronte al mio stesso invecchiare; di fronte alla scomparsa delle persone care e al pensiero della mia morte.

Così, anche in questo gruppo, ci si incoraggia a trovare le parole nell’area delle emozioni, ma solitamente a partire da quello che abbiamo chiamato “momento di aggiornamento”: si portano allo sguardo del gruppo gli eventi che hanno caratterizzato il proprio lavoro volontario nell’arco del mese. Ascoltiamo racconti scarni, essenziali, ascoltiamo racconti vivaci, coloriti. Impariamo a conoscere tutte le persone anziane, ce le immaginiamo. In questo siamo stati aiutati da un “ritratto a parole”, una sorta di identikit fisico e psicologico che ciascuno ha regalato al gruppo in un certo periodo del nostro lungo percorso. Ogni tanto a me viene da pensare che sarebbe bello (oggi tutto è diventato così semplice nel campo dell’immagine!) avere un loro ritratto fotografico, sempre che lo vogliano.

 Momenti di felicità semplice

Torno a quel tardo pomeriggio, a quel tavolo attorno al quale tutti insieme abbiamo letto la riflessione di Marc Augè.  È riportata nel foglio che preparo qualche giorno prima dell’incontro e che viene loro recapitato in cartaceo o via mail: funge da promemoria, contiene anche un “pensiero”. Negli anni siamo stati accompagnati da parole regalate da poeti e scrittori come Rabindranath Tagore, Antoine de Saint-Exupéry, don Tonino Bello, Milan Kundera, Madeleine Delbrêl, Marco Garzonio, Elena Gianini Belotti, Dag Hammarskjöld, Enzo Bianchi, ma anche da studiosi e operatori come Eugenio Borgna, Malcom Knowles, Flavio Maracchia, James Hillman, Ken Heap, Nicoletta Todesco, Franca Olivetti Manoukian, Renè Kaes. Non posso citare tutti, mi sembra evidente.

Momenti inaffondabili di felicità semplice. Abbiamo parlato di eventi quotidiani, frammenti di tempo colorati diversamente, ma tutti comunque capaci di toccarci nell’intimo:  un incontro inaspettato, il ritrovarsi tra fratelli in un luogo del cuore, lo stare soli con se stessi, una piccola cosa fatta bene, l’accendersi di un ricordo lontano, l’attesa di qualcosa o qualcuno, il superamento di un ostacolo, l’accettazione di un limite,  una serata di convivialità, la compagnia di un libro, una sosta in preghiera,  il calore di una piccola mano nella propria, passi lenti nella natura, lo spuntare verde dei bulbi piantati in autunno sul balcone.

“Momenti inaffondabili? “, ho chiesto. Tutti erano concordi nel riconoscerli come “momenti”, spazi di tempo limitati: baleni, lampi, sussulti. Emozioni che ci prendono e sorprendono, e se ne vanno.  Marc Augè dice che poi se ne sentirà la mancanza. Allora, perché chiamarli “inaffondabili” se scompaiono? Stando alla metafora del mare tempestoso: è pur vero che vengono sommersi dalle ondate, ma solo per poco. Si sa di averli vissuti e di poterli incontrare di nuovo, e non solo per caso. In quel tardo pomeriggio qualcuno nel gruppo è passato dalla propria quotidianità all’esperienza di volontariato, ma non c’è stato il tempo per andare avanti, anche più a fondo. Parole e pensieri sono restati in sospeso. A me è rimasta la speranza, ma forse sarebbe meglio dire la convinzione, che ciascuno di noi – fatta esperienza di questa piccola ricerca personale sui momenti di felicità semplice –  possa muoversi con cautela e coraggio per far emergere un movimento, forse impercettibile, delle persone di cui ci si prende cura verso la scoperta di questi brevissimi tempi di felicità, nonostante tutto.

 

Note

[1] Marc Augé, Momenti di felicità, Raffaello Cortina Editore, Milano 2017, p.18.

[2] Cfr. Garzonio M., La vita come amicizia, San Paolo Edizioni, Cinisello Balsamo 2007

[3] Negli ultimi anni hanno partecipato all’attività volontaria due giovani donne. In questi casi la presenza costante al gruppo è sempre difficile per impegni lavorativi.

 

*Psicologa, formatrice, redattrice di Prospettive Sociali e Sanitarie