“Quando l’assistente sociale segnala un abuso” Un post di commento

di Patrizia Taccani *

flower-363595_1920Come scritto su “Scambi di Prospettive” qualche tempo fa, andare a vedere l’erba del vicino può essere interessante, sia che la si scopra più verde della nostra o meno.

In tema di tutela di chi subisce abusi, maltrattamenti e violenze, mi sembra che, pur essendo “più avanti” di noi nella traduzione istituzionale – legislativa, gli Stati Uniti presentino una storia di presa di coscienza culturale abbastanza simile a quella italiana. Mi spiego.

I minori sono stati i primi ad essere tutelati da una rete consolidata di organismi sia giudiziari sia sociali e, in generale, la sensibilità verso di loro è cresciuta nel tempo, così come si è radicato il concetto della obbligatorietà di segnalazioni da parte dei servizi sociali. Più variegata e incerta la situazione quando si tratti di aprire il vaso di pandora delle violenze sulle donne, proprio perché, non solo avvengono in assoluta prevalenza nel chiuso dell’ambito domestico, ma anche perché trattandosi di persone adulte, diventa complessa una segnalazione al di fuori di un loro coinvolgimento. Ma negli Stati Uniti è attiva una linea telefonica dove si riceve consulenza atta a dissipare i dubbi rispetto all’obbligo o meno di segnalazione e alle modalità per farlo. Uno strumento prezioso, a mio modo di vedere. Troppo spesso è la tragica notizia di cronaca a diventare il momento del disvelamento della realtà.

E per gli anziani?[1] Qui mi sorge spontanea l’immagine del “campo minato”, anche alla luce di esperienze professionali nel settore. Le situazione di dipendenza, fragilità e isolamento in cui molti vecchi si trovano dovrebbe allarmare, portarci a pensare a quanto ridotte siano le loro capacità di difesa, ma proprio su questo fronte gioca un ruolo il pregiudizio diffuso sulla scarsa attendibilità di ciò che la persona anziana può dire rispetto ad atti lesivi della propria salute, sia fisica sia psichica. Altro dato, speculare al primo, che rende più difficile una corretta tutela: la presenza di resistenze nell’anziano a “denunciare” il proprio caregiver quando, per i motivi più diversi, questi perda la capacità di essere tale, cioè “guardiano” di dignità, benessere, qualità della vita dell’anziano. “Molte vittime non chiedono aiuto o non denunciano gli abusi per vergogna, per timore di rappresaglie o semplicemente per affetto verso l’autore. Ulteriori ostacoli alla emersione del fenomeno del maltrattamento dell’anziano sono rappresentati dai problemi specifici della vecchiaia, fisiologica o patologica, quali l’isolamento sociale e i deficit cognitivi.”[2] In un campo tuttora costellato di incertezze, come abbiamo letto nel post proposto dalla redazione, negli USA si è arrivati a comporre un sistema volto alla tutela degli anziani, (legislazione specifica, organismi statali (APS) o federali (Eldercare).

Nel nostro Paese invece tutto questo va ancora pensato e costruito alla luce sia della rivoluzione demografica che da decenni ha portato all’aumento dei grandi anziani e alle mutate condizioni del loro vivere quotidiano, sia dei segnali di una crescita di malessere nelle relazioni familiari in cui un anziano fragile e dipendente sia coinvolto. Occorre ricordare come i caregiver informali spesso vadano incontro a un rischio elevato di esaurimento psicofisico e a stress da isolamento sociale, proprio per le caratteristiche del lavoro di cura, che può trasformare il tempo in “giornate di 36 ore”.[3] Studi e ricerche hanno contribuito a migliorare la conoscenza del problema tra gli operatori sociali e quelli sanitari (spesso i primi “sensori” di un disagio sul territorio), ma a volte tra la conoscenza di una situazione di maltrattamento/abuso e la sua soluzione non solo passa molto tempo, ma si frappongono ostacoli di varia natura, come quelli sopra segnalati. Anche la legge 154 del 2001 “Misure contro la violenza nelle relazioni familiari” non trova sempre facile attuazione nel caso in cui la vittima sia persona anziana. Pensando alla misura cautelare dell’allontanamento di chi ha agito/agisce violenza, come qualche giurista ha scritto, “bisognerà adottare le opportune cautele”. Ma quali?

Molto concretamente quale scenario si apre per l’anziano se al “suo” caregiver si applica la disposizione dell’allontanamento dalla comune dimora? Mi sembra che lo sbocco più probabile sia quello di un inserimento in una struttura residenziale o forse, quello di una chiamata in causa di altri membri familiari che, tuttavia, non sempre possono (o vogliono) assumersi il compito della presa in carico. Fortunatamente questa legge prevede che il Giudice possa avvalersi dell’aiuto dei servizi sociali del territorio o di un centro di mediazione familiare, nonché di associazioni che abbiano come fine statutario il sostegno delle vittime di abusi e maltrattamenti. Si tratta di interventi mirati a una eventuale presa in carico del caso e alla valutazione delle relazioni di quella specifica situazione famigliare per evidenziarne sia criticità sia possibilità di composizione.

Tornando agli obblighi dell’assistente sociale, negli USA è sufficiente un “sospetto” di maltrattamento di un minore per far scattare l’obbligo di denuncia, mentre incertezze sorgono per i casi di adulti. Nel nostro Paese, in quanto “incaricati di pubblico servizio”, gli operatori sociali e sanitari hanno l’obbligo di denunciare i reati perseguibili per legge.[4] La denuncia andrà fatta solo dopo che si sia accertata la reale esistenza del reato procedibile d’ufficio o l’esame della situazione abbia fatto scaturire un ragionevole dubbio sulla presenza del reato stesso. Anche in questo caso l’esperienza da sempre mostra come l’assistente sociale debba sviluppare una strategia operativa che sappia integrare con competenza gli obblighi di tutela richiesti dalla legge con i compiti di supporto alla vittima, propri della relazione di aiuto. Il codice deontologico dell’assistente sociale (Art. 14) specifica il dovere di salvaguardare interessi e diritti degli utenti accanto a quello di operare per contrastare, ma anche per segnalare, situazioni di “di violenza o di sfruttamento nei confronti di minori, di adulti in situazioni di impedimento fisico e/o psicologico, anche quando le persone appaiono consenzienti.”

Una notazione assolutamente pratica. Negli ultimi decenni sono stati attivati delle helplines rivolte all’ascolto degli anziani sul territorio nazionale. Alcune sono storiche e aperte alle più diverse richieste della popolazione anziana (Auser); altre come TAM (a Udine) e TAM TAM (ad Ancona) sono linee telefoniche specificamente dedicate alla raccolta di segnalazioni di maltrattamenti, abusi, raggiri di persone anziane.[5] Se altre ne fossero sorte, se qui ne avessi tralasciate, ecco che “Scambi di Prospettive” può diventare uno dei “luoghi” dove farle conoscere. E concludo: avere a disposizione strumenti per interrompere spirali di violenza nei confronti degli anziani è utile e necessario, senza dimenticare però, che per prevenire, diminuire, eliminare il rischio di violenze e maltrattamenti vengono ancora prima tutte le azioni atte a collocare culturalmente la vecchiaia dentro la vita, e non ai suoi margini.

Note

[1] In questo contributo ho preso in esame il verificarsi di violenze/maltrattamenti verso l’anziano all’interno del contesto familiare

[2] Cfr. Pujia G., Nardone R., La violenza nelle relazioni familiari, in “Rassegna Penitenziaria”, 1, 2010

[3] Cfr. Caritas Ambrosiana (a cura di), Ferite invisibili. Il mal-trattamento psicologico nella relazione tra caregiver e anziano, FrancoAngeli, Milano 2010 e “Abuso e salute tra gli anziani in europa“, Edizione italiana a cura di M.G. Melchiorre e G. Lamura, INRCA, Ancona, 2012

[4]Cfr.www.diagnose-gewalt.eu

[5] AUSER- Linea d’Argento ha una diffusione capillare. Il SAA (Servizio Aiuto Anziani) di Torino è un servizio gratuito gestito direttamente da operatori pubblici Tel. 011/. 8123131. TAM di Udine (Cooperativa Solimai) tel. 0432/205735 e TAM TAM di Ancona (INRCA) N. verde: 800 166 644, sono punti di ascolto telefonico dove segnalare qualsiasi tipo di maltrattamento subito da una persona anziana, al proprio domicilio, in casa di riposo, altrove. Alle Associazioni che si occupano di violenza contro le donne si possono rivolgere donne anziane vittime di abusi/maltrattamenti/violenza. (Ad es. Telefono Rosa, diffuso in molte città italiane

* Psicologa, formatrice, redattrice di Prospettive Sociali e Sanitarie

2 pensieri su ““Quando l’assistente sociale segnala un abuso” Un post di commento

  1. klement

    Se invece non c’è reato, si aiuta solo chi vuole essere aiutato, secondo gli art. 11-13 del Codice deontologico. Generalmente nei regolamenti comunali gli interventi possono essere richiesti dall’interessato stesso, parenti e conviventi, mentre il vicino in quanto tale non è nessuno e non è neppure detto che conosca. Non si può accogliere pari pari la segnalazione di qualunque mitomane o curioso. Si aiuterà chi non ce la fa con l’affitto, ma se uno lo paga e sta in un tugurio sono cavoli suoi e del padrone. Uno che raccoglie giornali nel parco può essere Paperon de Paperoni.
    Se occorre il Centro psicosociale, si indirizza direttamente lì il segnalante, mentre le richieste provenienti dai Servizi sociali vengono prese a scatola chiusa.

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    1. Patrizia Taccani

      Gentile Klement, la ringrazio per il commento alle mie brevi considerazioni, commento che vedo solo oggi.
      Vorrei capire meglio se dal suo punto di vista, e secondo la sua esperienza, formulazioni legislative ad hoc per una maggior tutela di tutti (anziani, famigliari caregiver, operatori) e interventi istituzionali (servizi) con lo stesso obiettivo (v. cenno agli USA) siano da ritenersi auspicabili; o se, invece, valga sempre e comunque il principio “si aiuta solo chi vuole essere aiutato”. E questo non solo in linea di principio, appunto, ma avendone valutato l’efficacia nei casi di maltrattamento intrafamigliare dove è presente il legame anziano-caregiver.
      grazie.

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