Perché voglio stare bene con i miei colleghi

di Pierluigi Emesti *

peanuts_perchè ho sempre ragioneQuesto è un argomento trasversale che non riguarda solo gli operatori dei servizi sociali e le loro varie declinazioni (educativi-sanitari-assistenziali), ma a maggior ragione dovremmo (forse) avere chiaro che non possiamo prenderci cura di persone fragili se non ci prendiamo cura in primis di Noi.
Noi inteso come gruppo di lavoro, come magica sintesi di vari ruoli e competenze che compongono una équipe di lavoro. Dietro i ruoli e le competenze ci sono le persone.
Si è fatta tanta fatica a fare evolvere il disabile da aggettivo a soggetto, introducendo la parola Persona. Quindi non più servizi per disabili ma servizi per Persone disabili.

Ma torniamo ai miei colleghi che sono anche persone.
Perché mi accorgo che sempre più spesso c’è diffidenza, autoreferenzialità, qualche volta ostilità, rancore, mancanza di rispetto.  Non sto descrivendo un gruppo di lavoro all’interno di una società finanziaria.
Perché voglio andare al lavoro con serenità e tranquillità sapendo che posso contare per le innumerevoli emergenze ed imprevisti sull’aiuto e solidarietà dei miei colleghi.
Perché, se devo gestire una attività ludica con canzoni o giochi, mi devo anche divertire io in prima persona per poter far divertire gli altri. Se devo affrontare un intervento educativo sul contenimento della rabbia devo poterlo fare sapendo che nessuno interverrà in maniera disturbante, capendo con uno sguardo di intesa la situazione.

Perché dunque, tanta fatica nell’arrivare a fine turno?
Una frase che ho ascoltato durante una supervisione mi continua a risuonare nel cervello: “Mica ci siamo scelti”.
No, io non scelgo all’inizio le persone con le quali lavorare, ma le scelgo nel momento in cui continuo a starci nel miglior modo possibile.
Ho provato a fare altri tipi di lavoro alcuni decisamente noiosi o pesanti, ma a volte rimpiango dei colleghi, che sapevano farti arrivare a fine giornata con il sorriso sulle labbra, soprattutto mi facevano svegliare contento di andare a lavorare; e dei capi che sapevano fare altrettanto.
Il ruolo del capo, del responsabile, del coordinatore chiamiamolo come vogliamo è essenziale per creare un ambiente dove tutti possano poter trovare soddisfazione; se trovate un responsabile che sia in grado di mettere da parte l’autorità per passare al ruolo di risorsa del gruppo di lavoro siete fortunati.  A me è successo in passato, è stato fantastico; spero di meritarmi ancora una tale fortuna. Ahimè l’esercizio del potere confonde, si giunge a pensare che controllare sia lo scopo principale, mentre oltre al controllo occorre comprendere e facilitare.
Invece spesso di fronte alle difficoltà il “capo” anzichè che assumersi il ruolo di trascinatore pensa che delegittimare il gruppo di lavoro sia la cosa migliore. E così arrivano le critiche costanti, il deresponsabilizzare a turno le persone, pensando che cambiare interfaccia ogni due settimane basti a creare la scintilla per fare crescere il senso di appartenenza e la voglia di fare cose oltre il proprio ruolo.

Ma io voglio ancora trovare soddisfazione in questo lavoro e trovare complici e alleanze.
E’ fantastico quando ricevo un aiuto o un apprezzamento per un intervento svolto, ed è ancora meglio poterlo ricambiare.
Ecco perché voglio stare bene con i miei colleghi, perché non dobbiamo costruire muri ma ponti.

Possibile filmografia:

Americani – di Davide Mamet

Orizzonti di gloria – di Stanley Kubrick

I vestiti nuovi dell’Imperatore – di Alan Taylor

Il grande capo – di Lars von Trier

Volevo solo dormirle addosso – di Eugenio Cappuccio

Clerks – di Kevin Smith

Tutta la vita davanti – di Paolo Virzì

* Educatore professionale

3 pensieri su “Perché voglio stare bene con i miei colleghi

  1. Diletta Cicoletti

    Caro Pierluigi, questo tuo post mi risuona… mi riporta ad un tempo in cui la mia idealizzazione del lavoro in gruppo, l’attribuire a questo un valore davvero alto, a prescindere dal gruppo, dalle persone, dall’oggetto di lavoro… , mi faceva ripetutamente sbattere la faccia contro il muro della realtà. E’ stata la ricerca di un difficile equilibrio. Il mio colloquio di lavoro di 10 anni si è concluso con io che chiedevo: qui si lavora in gruppo, vero? Allo stesso modo chissà se riuscirò mai a rassegnarmi a non dare per scontato che i capi, i responsabili, i coordinatori siano quello che sono perchè ricoprono quel ruolo. Sappiamo che non è così. La ricerca del benessere lavorativo per me è passato dallo smontaggio pezzo pezzo di piramidi di idealizzazioni e cristallizzazioni del pensiero. Dati per scontato. Ne riparliamo… perchè forse nei servizi alla persona ci sono attese alte. Poi ci sono come rilevi tu cose che fanno star male comunque, a prescindere dalle attese soggettive, legittime.

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  2. roberto cerabolini

    Pierluigi solleva, con la fragranza dell’esperienza personale, un tema trasversale, dalle implicazioni immense, che si riflettono in modo ancora più marcato nelle organizzazioni del lavoro sociale, dove, ancor più che in altri settori dell’area di cura e servizi alla persona, è spesso difficile precisare ruoli, funzioni, processi e obiettivi.
    La discrezionalità, che nasce dal porre la relazione al centro del proprio lavoro, implica per forza il ricorso a elementi di soggettività, i quali si configurano come possibili criticità quando il lavoro è svolto in un setting gruppale. Nel gruppo tutti gli individui sono stimolati a mettersi in gioco, sia aprendo ‘ponti’ sia erigendo muri.. L’esito nell’una o nell’altra di queste possibilità dipende da tanti fattori, personali ma anche contestuali.
    Nel contesto non tutti hanno uguali possibilità di intraprendenza, ma tutti -operatori e anche gli utenti- sono chiamati a mettersi in gioco. Ed è importante che questo accada (e sia favorito!) perché il gruppo possa costituirsi come una realtà vitale: fatta di serenità e di turbamenti, ma in grado di riconoscersi reciprocamente e di assumere un’identità collettiva, un ‘noi’.
    Molte organizzazioni sociali, e ancor più i singoli servizi, le unità in cui si lavora, hanno dimensioni e fisionomie che ricordano da vicino le dimensioni familiari. Questo non semplifica la ricerca di benessere di chi opera al loro interno. Anzi, proprio come nelle famiglie, quando si creano problemi all’interno, o si riesce ad affrontarli (e si cresce) o la corda si spezza; diversamente, forse, da quanto accade nelle grandi organizzazioni di lavoro, dove la parcellizzazione aiuta a mantenere un livello di sopportazione rifugiandosi in una sorta di impersonalità.

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    1. pierluigi

      Ringrazio per il commento che mi-ci aiuta a mettere a fuoco un’altra componente del tema, un “fantasma” cui spesso si fa riferimento quando non si vuole troppo essere coinvolti e mettersi in gioco, ma non solo.
      ESSERE PROFESSIONALE
      La professionalità del nostro mestiere spesso viene tirata in ballo quando qualcuno manifesta emozioni sul lavoro, come se potessimo vivere senza di esse, senza tenerne conto.
      Purtroppo ci si dimentica anche che professionalità vuol dire anche sapere cosa ci compete, non improvvisare gli interventi in base solo alle risorse disponibili, senza tener conto anche della efficacia per i nostri ospiti. (traduco: c’è un assente alla attività di XXXX, portiamoci Antonio! Ma ha senso per Antonio andare una tantum a XXXX?) Purtroppo in periodi di crisi l’Efficenza tende a prevalere sulla Efficacia.
      E come giustamente sottolinea Cerabolini, è difficile precisare ruoli, funzioni, processi ed obiettivi.
      E’ un modus operandi spesso portato avanti in buona fede, spinti dal lavoro in emergenza.
      Saluti

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