La cura è relazione

di Fabio Cavallari*

“La cura è relazione” (1) è una narrazione di senso sull’assistenza domiciliare.  Condensato nel volume si trova un lavoro meticoloso di raccolta e osservazione diretta all’interno delle case dove si incontrano “utenti” e “operatori”.

Il cammino delle storie narrate vuole porre in luce le metamorfosi in atto nelle pratiche di accoglienza che vedono il domicilio come luogo della cura. Uomini e donne, giovani e anziani che si incontrano, che si raccontano, che –  dentro una reciprocità non scontata –  compiono passi condivisi, spazi di comunità, gesti che costruiscono la storia.

L’assistenza domiciliare è un punto fondamentale nell’organizzazione delle aziende sanitarie, non solo perché rispetto all’ospedalizzazione ha costi decisamente inferiori, ma soprattutto perché è un mezzo per salvaguardare l’autonomia degli individui garantendo la permanenza all’interno del nucleo familiare durante il processo di cure, con tutti i benefici umani che questo comporta.

In questo volume si sostiene che, se alla base di ogni processo di assistenza è indispensabile la presenza di persone preparate e professionali, è anche vero che gli operatori oltre al sapere tecnico debbano percepire una sorta di moto vocazionale. Non si tratta di una pulsione spontaneista, bensì della consapevolezza che in ambito socio-sanitario per prendersi cura del paziente, è sempre indispensabile una partecipazione della propria individualità, del proprio cuore. Il dialogo è presupposto della cura. L’ascolto, inteso come disponibilità totale verso l’altro, è condizione sine qua non per qualsiasi percorso “domiciliare”.

Utenti e operatori non appartengono a mondi separati, in cui le funzioni si distinguono, bensì vivono in contesto in cui la relazione si costruisce ed è in continua evoluzione, dove le contaminazioni sono spesso bidirezionali. “Chi aiuta chi” rappresenta di certo una formula provocatoria, ma non priva di verità.

Ascoltare il termine “vocazione” accostato al lavoro di assistenza domiciliare è molto più frequente rispetto a qualsiasi altra professione. Epurato il vocabolo da qualsiasi connotazione religiosa, esso si riferisce a quell’inclinazione naturale che porta gli uomini a seguire per istinto le domande del proprio desiderio. Anche quando questo desiderio si traduce nella volontà di esercitare un’arte, un percorso di studi, una professione o una disciplina, è ben difficile che esso si discosti da quella che anche i teologi definiscono “chiamata”. Talvolta, infatti, ci troviamo di fronte più che a una coscienziosa e ponderata riflessione, a un moto del cuore. Conciliare la propensione al bene con la professionalità che l’assistenza richiede è un compito che sempre più formatori e istituzioni ricercano con particolare attenzione.

Nell’opera di assistenza, si produce un bene, che essendo valore immateriale non può essere misurato, catalogato, o confinato dentro la descrizione della cura di una malattia. In qualche maniera si potrebbe dire che l’assistenza domiciliare si pone come specchio disambiguo rispetto alla medicina del nuovo millennio. Quest’ultima, affinando sempre più conoscenze e pratiche di intervento, da un punto di vista del risultato sta diventando quasi inattaccabile, per farlo però è costretta a parcellizzare il proprio sguardo. Si fa strada una conoscenza specifica relativa al corpo umano che di questa segmentazione non può fare a meno. Le specializzazioni, infatti, si stanno indirizzando verso una sorta di atomizzazione, con un numero sempre più elevato di esperti in grado di offrire la più alta approssimazione alla risoluzione del danno. Tutto ciò comporta una concentrazione di sforzi e di attenzioni sulla patologia, a danno di un rapporto umano con il paziente. Salta in qualche modo l’alleanza tra operatore e utente. Negli ospedali non a caso i degenti, il più delle volte, non vengono riconosciuti con il nome, bensì con il numero del letto, quando va bene, altrimenti con l’organo in cura.

Nell’assistenza domiciliare questa prassi, di fatto, viene ribaltata. Non si tratta di una scelta teorica, bensì della risposta a una domanda differente. Nessun infermiere, operatore socio-sanitario o fisioterapista quando entra in una casa, si occupa meramente del compito affidatogli, ossia della “risoluzione medicale” per cui è stata assunta la presa in carico dell’utente. E questo succede sia che si tratti di un servizio legato all’igiene, a una medicazione, o nel caso di qualsiasi altra operazione più complessa.  Quale il valore aggiunto che l’assistenza domiciliare è in grado di offrire? Esso risiede proprio in quel surplus di accoglienza relazionale che oltrepassa i confini della prassi formale. Il “nocciolo” del lavoro è l’umano, tutto ciò che fuoriesce dalle classificazioni, da quanto è possibile normare, regolare attraverso una cartella clinica. Sono i gesti a fare la storia. Dentro di essi sussistono i presupposti di una comunità, le origini del nostro dirci uomini.

Le storie di Antony, di Alfredo, di Renato, di Maria Rosa e di tutti coloro che compongono il filo narrativo del libro, ne rappresentano simbolicamente il senso.

(1) Fabio Cavallari, La cura è relazione. Storie di assistenza domiciliare, edizioni Lindau, Torino 2018. (In libreria dal 28 luglio).

* Giornalista e scrittore