Immaginabili risorse: disabilità e valore sociale

di Maurizio Colleoni*

img2016imrisImmaginabili Risorse: un’idea “provocatoria”?

La convenzione Onu sulla disabilità, approvata anche dal nostro parlamento, si basa su un principio di fondo importante che, grosso modo, suona così: le persone con disabilità hanno gli stessi diritti di tutte le altre persone, entrando poi nel dettaglio di questa affermazione così impegnativa.

Vorrei partire da qui per presentare e discutere un punto di vista attorno alla disabilità, rappresentato dalla rete di “Immaginabili risorse”, un circuito di realtà che si è aggregato attorno ad una idea particolare. L’idea che si possa contribuire a concretizzare il principio appena esposto attraverso il coinvolgimento e la partecipazione delle persone con disabilità, e di chi si occupa di loro (in particolare i servizi diurni e residenziali) al miglioramento della qualità della convivenza nei nostri contesti di territorio.

Può risultare strano, e per certi versi perfino provocatorio, pensare a persone segnate dalla disabilità e, ancora troppo spesso, vittime di vessazioni e di indifferenza, come a delle risorse per la vita di tutti noi. Non solo, ma sostenere addirittura che l’essere risorsa possa aiutare l’inclusione. In genere, infatti, quando si parla di disabilità, vengono sottolineate le (numerose) mancanze della società nei confronti di chi vive questa condizione , non quello che le persone con disabilità possono fare per gli altri. Proverò pertanto a spiegare questo orientamento proprio a partire dal principio fondativo della convenzione Onu. All’interno di questo principio ci sono tre termini che mi sembrano decisivi e che aprono a interrogativi complicati ma che dobbiamo cercare di affrontare. I termini sono: persone, disabilità, diritti.

  • Persone: il fatto che anche chi vive con la disabilità sia (innanzitutto e comunque) una persona è una conquista culturale recente, frutto dell’impegno di tanti. Attorno a questo nodo mi pare si ponga una questione che provo a riassumere così: come fanno a rimanere persone e non essere “imprigionate” nella categoria di utente-richiedente-destinatario di interventi di un sistema socio tecnico che la nostra società ha messo in piedi (e che ha, peraltro, tanti aspetti positivi)?
  • Disabilità: mi pare un dato di realtà da assumere, non da negare o esorcizzare. Un interrogativo  che mi pare si ponga in relazione a ciò è : come facciamo a interagire con un elemento biografico imprescindibile, presente che ci piaccia o no, senza nasconderlo (o pensare di “vincerlo”) ma anche senza che impedisca di percepire e interagire con l’elemento “persona”?
  • Diritti: riconoscere equità di diritti a tutte le persone mi pare indiscutibile e sacrosanto. Anche su questo fattore mi permetto di aprire un interrogativo attorno alla loro “esigibilità”: i diritti sono esigibili se si contribuisce a costruire le condizioni che li rendono esigibili. Non è un gioco di parole. Queste condizioni sono infatti sostanzialmente di tipo ambientale e contestuale, e sono fortemente legate alla qualità della società , alla sua capacità di essere aperta, solidale, in grado di fare spazio alle diverse forme di identità che la compongono, compresa quella rappresentata dalle persone con disabilità. Una qualità che non piove dal cielo, ma che viene alimentata dal coinvolgimento delle persone e dei gruppi che ne fanno parte, comprese le persone con disabilità.

 Tecnica, professionalità, servizi…e poi?

È a partire da questi interrogativi che si è aggregato un circuito di realtà, eterogeneo per appartenenza territoriale, per dimensioni e per natura giuridica, che ha dato vita all’esperimento operativo e culturale di “Immaginabili Risorse” .

La nostra idea di fondo è che anche le persone con disabilità, e con disabilità psicofisica, ed i servizi che se occupano, possano avere un ruolo, insieme a tutte le altre persone, nel contribuire a rendere civile la vita di tutti noi, e che, nel momento in cui si pongono in relazione con l’esterno in questa logica, si generano relazioni di tipo mutualistico che, da un lato, aprono spazi relazionali ed esperienziali decisivi per la qualità della vita delle persone con disabilità e per la loro inclusione e, dall’altro, incrementano il capitale sociale dei territori.

Questo concetto, che mi pare un po’ anche la scoperta dell’acqua calda, mi sembra francamente decisivo per la qualità del lavoro con la disabilità. E’ un orientamento che fa riferimento alla idea di cittadinanza attiva, per un verso; alla necessità di incrementare le possibilità effettive di autodeterminazione per le persone con disabilità, per un altro; ed alla necessità di dare un senso emancipativo alla filiera dei servizi, diurni e residenziali, che, per fortuna, hanno preso piede nel nostro paese in questi 30 anni. Infatti tutti coloro che vivono o operano a livello professionale con la disabilità psicofisica si confrontano con una domanda di vita autentica e dignitosa, una questione che non è riconducibile esclusivamente ad un atto tecnico, ad una prestazione professionale, ad un servizio precostituito che si immagina bastante a se stesso.

La tecnica, la professionalità ed i servizi organizzati sono sicuramente necessari ma, da soli, non ce la fanno a rispondere a una questione così complicata. Sono necessarie anche altre cose: servono terreni concreti e operativi ancorati alla vita reale, servono relazioni e legami interpersonali, servono opportunità per mettersi alla prova e crescere, servono allentamenti delle relazioni “istituzionali” che le persone hanno con le loro famiglie, servono varietà e ricchezza a livello esperienziale, servono l’imprevisto e l’inatteso, cioè l’opposto delle diagnosi e dei Pei. Gli estensori di diagnosi e di Pei non me ne vogliano: non sto dicendo che sono strumenti inutili, anzi; mi permetto soltanto di far presente che, forse, dovrebbero funzionare da bussole, non, come succede a volte, da gabbie culturali.

Tutti questi “ingredienti” non possono essere “ricostruiti” artificialmente e totalmente all’interno di un servizio organizzato, per quanto possa essere evoluto e raffinato (si tratta di una strada già percorsa che ha portato agli Istituti). Si ritrovano nel fluire della vita di tutti i giorni all’interno dei nostri territori. Per entrare in contatto con questi elementi, orientarli e metterli a frutto in relazione alla condizione soggettiva delle singole persone con disabilità bisogna accettare di stare dentro la quotidianità dei nostri contesti e cercare di imbastire una relazione implicante proprio con i contesti.

In maniera un po’ semplificata mi pare si possa dire che una relazione di questo tipo è percorribile attraverso due strade: la prima è quella del fare affidamento sulla generosità e la benevolenza di chi sta attorno a noi; la seconda è basata su uno scambio un pochino più paritario, nel quale anche la persona con disabilità, la sua famiglia, il suo servizio, possano mettere in gioco qualcosa che può avere un valore anche per gli altri; e , su questa base, avviare delle relazioni dotate di senso per tutte le parti coinvolte. Non c’è niente di male nel chiedere aiuto, anzi, il problema è che questa logica, da sola, alla lunga, genera tolleranza e sopportazione, cioè mantiene fissa la dissimmetria tra chi dona e chi riceve, e questo è l’opposto dell’inclusione. Per questo mi pare decisamente più interessante la seconda strada.

Immaginabili risorse: cosa è stato fatto, cosa faremo ancora

Attorno a questi pensieri si è un po’ alla volta raccolto un insieme di realtà interessate a sperimentazioni concrete ed a riflessioni di carattere più metodologico. I terreni che hanno visto in atto delle azioni concrete sono i più diversi: quelli legati ai percorsi di crescita delle nuove generazioni o, all’opposto, al sostegno di persone anziane; la cura del territorio e dell’ambiente e la crescita della loro abitabilità da parte di tutti; l’attenzione ad un consumo responsabile; la responsabilità verso famiglie poco abbienti; la qualità della convivenza tra persone diverse nello stesso condominio o cortile; l’esplorazione di forme espressive innovative e di possibilità di incontro e di socialità originali; la ricerca di modalità di alimentarsi più sane e naturali, e così via. C’è solo l’imbarazzo della scelta.

Sul piano più riflessivo è stato realizzato un incontro a Milano a fine 2014, all’interno del quale sono state illustrate una trentina di esperienze concrete e si è aperto un dibattito su questa logica di lavoro , sui suoi limiti e sulle sue potenzialità. A questo appuntamento hanno preso parte circa 500 persone. A seguito dell’interesse che questo appuntamento ha riscosso si è deciso di organizzare una assemblea programmatica, che si è tenuta nell’aprile del 2015. L’assemblea ha costituito un ulteriore momento di confronto ed ha deciso di concretizzare un altro meeting, che si terrà il 20 e 21 aprile 2016, sempre a Milano. In questo secondo appuntamento ci saranno altre esperienze concrete, contributi teorici e approfondimenti mirati sul ruolo dei diversi soggetti coinvolti nelle sperimentazioni (le persone con disabilità; i familiari; Enti Locali; Cooperative Sociali; Aziende Speciali Consortili; servizi diurni e residenziali) e sulle problematiche che si presentano camminando lungo questa strada.

Tutti i materiali del seminario 2014 sono disponibili sul sito www.includendo.net; nello stesso sito si trovano tutte le informazioni sulla rete di Immaginabili Risorse e sull’appuntamento della prossima primavera.

*Referente Scientifico Rete Immaginabili Risorse.

L’articolo è stato pubblicato precendemente su Lombardiasociale.it

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