Costruire alleanze per contrastare disuguaglianze

di Mattias Bassotto*

Nel contesto odierno, dominato da fenomeni migratori strutturali a livello internazionale, lo straniero è sempre più l’utente dei servizi. Per questo appare necessario, per il welfare, concentrarsi sul tema dell’accessibilità: tale questione non riguarda solo le barriere iniziali, ma anche quelle che si possono incontrare durante l’intero percorso di cura e di uso dei servizi (Kasper, 2000). Esse incidono negativamente sul godimento del diritto alla salute da parte degli individui, aumentando le disuguaglianze.

La particolare condizione dei migranti, immigrati ed emigrati, sradicati e inseriti in un contesto nuovo rispetto a quello originario personale, con scarso supporto sociale e sotto il giogo di forze che li vuole precari e con pochi diritti, fa pesare su di loro ancor più le barriere all’accesso (Tognetti Bordogna, 2008). Anche l’organizzazione del sistema sanitario e il rapporto con gli operatori, in quanto determinanti sanitari (Costa, Spadea, Cardano, 2004), influiscono sullo stato di salute e sulla produzione e riproduzione delle disuguaglianze. Eliminare le barriere migliora il benessere della popolazione straniera ed è un’occasione per rendere il sistema più fruibile per tutta l’utenza, anche quella italiana. È necessario orientare il sistema verso un’ottica interculturale, verso un welfare che valorizzi organizzazioni semplici e buone competenze comunicative e relazionali. Non si tratta di creare servizi più specifici rivolti a determinate nazionalità, ma di allargarne la base disponibile in grado di accogliere un’utenza sempre più eterogenea. La formazione è un importante strumento in questo senso e il caso studio riportato ne è un esempio.

Il laboratorio “Costruire alleanze. Uno sguardo antropologico e interculturale su salute e cura”, organizzato da Comitato Collaborazione Medica e Asl To1 e promosso dalla Fondazione Crt, si è svolto a Torino tra aprile e giugno 2016. Cardine dei cinque incontri è stato il concetto di alleanza terapeutica, cioè come costruire una relazione e un percorso di cura condiviso con l’utente, in particolar modo se straniero. Le formatrici coinvolte sono state: Vittorina Buttafuoco, pediatria e psicoterapeuta; Silvia Torresin, psicologa e psicoterapeuta; Cristina Vargas, antropologa. Chi scrive ha seguito gli incontri del laboratorio, i momenti preparatori e di valutazione finale, scegliendo di presentarsi in qualità di osservatore partecipante.

L’uso dei servizi sanitari è uno spazio relazionale, per questo gli operatori sono chiamati a curarlo, tanto più con gli stranieri, al fine di contrastare le disuguaglianze. I partecipanti, durante gli incontri, hanno espresso più volte la difficoltà nel rapportarsi con l’utente portatore di una cultura altra, in quanto, nella relazione, entrano in gioco stereotipi, visioni e valori, spesso, discordanti.

Le parole di una dottoressa neolaureata che presta servizio all’ambulatorio sociale del Sermig lo dimostrano: “Da subito mi sono resa conto come cambi, nelle varie culture, il punto di vista del paziente quando approccia il medico, soprattutto il giovane medico, ragazza (…) Nell’ambulatorio sociale del Sermig, dove io cerco il più possibile di essere gentile, solare, parlo un po’ di inglese, francese… quasi si ritraggono, e mi guardano un po’ stupiti (…) molto diffidenti (…) soprattutto uomini nigeriani e arabi.”

Nella costruzione della relazione con l’utente possono sorgere diverse difficoltà e barriere; lo scambio che segue ne è un esempio:

Operatrice 1: “Rispetto alle donne che vengono con i mariti, penso che capiti un po’ a tutte, sicuramente il primo atteggiamento è quello di un po’ di fastidio, soprattutto da parte di noi operatrici donne.”

Antropologa: “Anche con il marito italiano?”

Operatrice 1: “Meno! (…) Partiamo dal presupposto che loro sono vittime di quella situazione, ma lo sono veramente mi chiedo? Quando per esempio, vengono e le invitiamo caldamente ad imparare l’italiano, perché così si possono muovere meglio… Le vogliamo emancipate queste donne. Ma loro lo vogliono?”

Antropologa: “Questa è la domanda da porsi. Quella situazione la subiscono o si sentono tutelate da essa? Se siamo nella prima situazione, l’atteggiamento, diciamo così, di cercare di bypassare la presenza del marito, può essere gradito alla donna, ma nel secondo caso forse la donna lo può vivere come un ostacolo. (…) La cosa a cui sarebbe molto interessante arrivare è alla voce di questa donna! (…)”

Operatrice 2: “Io non sono d’accordo su questa cosa (…) la lingua, se io vado in un paese straniero, è il minimo sindacale. Non è per prevaricare, ma è normale (…)”

Antropologa: “Normale per noi! (…) Voglio dire, imparare le lingue è un processo che richiede tempo. Non so se voi avete mai provato ad imparare l’arabo o il cinese. Ci va tempo. Non è come imparare il francese (…)”

Operatrice 2: “Ci sono delle donne che sono anni che sono qua e non hanno ancora imparato l’italiano.”

Antropologa: “Esatto. Perché? Imparare una lingua (…) richiede anche un movimento della volontà. (…) È una questione complessa, che ha a che fare anche col come io declino la mia relazione col luogo. Anche per me imparare la lingua sarebbe il primo sforzo, però accettare che non per tutti è necessariamente così ci apre una finestra di tolleranza (…) Il che non vuol dire non invitarle ai corsi o non predisporre i corsi”

Pediatra: “Io penso che il tranello di questa cosa è che se io parto mettendomi nell’ottica che è il minimo sindacale che loro imparino la lingua, è la prima barriera che creo con quella donna sulla comunicazione (…)”

Antropologa: “(…) l’alleanza si deve iniziare a costruire con gli elementi che ci sono a disposizione. Se si inizia con un rifiuto di questi elementi, allora il canale non si apre, si chiude.”

Ascoltando questa conversazione e vedendo il fervore dell’operatrice nel ribadire che “la lingua è il minimo sindacale”, vengono alla mente le parole di Marianella Sclavi: “Qualsiasi semplificazione che porti ad ignorare la possibile alterità dell’altro (le sue premesse implicite diverse da quelle che noi diamo per scontate) porta a una crisi nelle dinamiche dell’accoglienza e reciproca convivenza” (Sclavi, 2003, 9). Quindi ecco che, per quanto sia condivisibile, dare per scontato la priorità dello studio della lingua del paese d’immigrazione impedisce di vedere altri mondi possibili (per dirla alla Sclavi). Non ci dà nemmeno la possibilità di conoscere, se mai fosse possibile farlo, le ragioni di questa mancanza, condivisibili o meno. Giudicare, tentare di comprendere a tutti i costi, costruire la conversazione a partire da nostre premesse edificano barriere tra noi e l’altro, rendendo inevitabilmente difficile comunicare.

Il laboratorio ha invitato ad allenare una competenza che potremmo chiamare “consapevolezza culturale”. Ciò non significa avere una vasta conoscenza di specificità culturali, ma saper riconoscere il ruolo della cultura, propria e dell’utente, nella relazione di cura. Per fare questo, si è proposto una serie di esercizi per allenare gli operatori a decentrare lo sguardo, osservare sé stessi oltre che l’altro e svelare gli impliciti culturali nella relazione. L’obiettivo è di riconoscere e rendere noti i modelli non dichiarati, le rappresentazioni e i codici di comportamento che diamo per scontati, in quanto crediamo essere comuni. Si tratta di allenarsi a riconoscersi immersi in una cultura e a capire come questa agisca su di noi per poi rapportarsi con l’altro solo in un secondo tempo. Questo lavoro è finalizzato a favorire reciproca comprensione e chiarezza.

L’invito agli operatori è di non incasellare il paziente in una determinata cultura, ma di partire dalla sua specificità nella costruzione della relazione. Ascoltare, riflettere e concedere la possibilità di raccontarsi sono i primi passi verso la costruzione di un rapporto di fiducia (Ferrari, 2010) e di un percorso di cura condiviso. Lo stimolo alla curiosità verso l’altro, però, non è stato recepito di buon grado da tutti i partecipanti. Alcuni hanno manifestato la loro perplessità, restando scettici al lavoro che gli è stato proposto. Il tentativo di impostare un metodo di lavoro che spezzi la routine della costruzione di una relazione a partire da cornici e da classificazioni predefinite si scontra con la paura dell’ignoto e la difficoltà di porre in essere un profondo esercizio quotidiano di autoriflessione. Le attività proposte dal laboratorio hanno fatto emergere le difficoltà dei partecipanti nello sperimentarsi in un metodo di lavoro basato sull’ascolto e l’osservazione, evidenziando il bisogno di incrementare interventi formativi in questo senso.

Per costruire un’alleanza terapeutica, ossia un percorso di cura condiviso con l’utente, occorre tenere aperta la porta al dialogo, interessarsi all’altro e alla sua storia senza avere timore della diversità. L’atteggiamento da mettere in campo sembra quello legato al concetto di exotopia (Sclavi, 2003), ossia impostare un dialogo in cui il riconoscimento della reciproca alterità sia punto di partenza verso la ricerca di spazi d’incontro. In quest’ottica l’operatore deve mettere in atto un profondo lavoro di riflessione e di sollecitazione delle cornici entro cui si trova ad agire. La sfida è trovare terreni comuni fra le diverse culture in gioco nella relazione di cura: quella personale e professionale dell’operatore, quella dell’utente e quella del servizio.

Bibliografia

Costa G., Spadea T., Cardano M. (a cura di), 2004, Disuguaglianze di salute in Italia. Epidemiologia & Prevenzione, supplemento al numero 28(3). Inferenze edizioni, Milano.

Ferrari M., 2010, La frontiera interna. Welfare locale e politiche sociali. Academia Universa Press, Milano-Firenze.

Kasper J., 2000, “Health-care utilization and barriers to heath care”. In The handbook of social studies in health & medicine, a cura di G. L. Albrecht, R. Fitzpatrick, S. C. Scrimshaw. Sage, London.

Sclavi M., 2003, Arte di ascoltare e mondi possibili. Come si esce dalle cornici di cui siamo parte. Bruno Mondadori, Milano.

Tognetti Bordogna M., 2008, “Introduzione”. In Disuguaglianze di salute e immigrazione, a cura di M. Tognetti Bordogna. FrancoAngeli, Milano.

* Assistente sociale specialista e operatore presso il Centro di accoglienza straordinaria dell’Associazione Tra Me di Carignano (TO).

Una versione più approfondita di questo articolo verrà pubblicata su uno dei prossimi numeri di Prospettive Sociali e Sanitarie