Welfare sociale: la tempesta perfetta

di Sergio Pasquinelli*

cop1412Un bello scossone: è forse quello che ci vuole per portare il welfare sociale, quello dei bisogni della gente, di chi soffre ed è isolato, di chi ha bisogno di un aiuto non estemporaneo, nel discorso pubblico. Intendiamoci, non uno scossone di quel tipo a cui siamo tristemente abituati: un fatto di cronaca. Ma qualcosa che dia il segno di una svolta.
La realtà dei servizi sociali continua a essere segnata, prima ancora che dalla riduzione di risorse, da un’attenzione pubblica storicamente debole, da una esposizione e una visibilità molto intermittenti e mediamente assai bassi. Il sociale, quello delle garanzie e dei diritti che valgono per tutti sull’intero territorio nazionale, è oggi povero di parole, di spazi, di elaborazione.

Nuove connessioni?

I territori davanti alla crisi si riorganizzano, rivedono i contenuti e i criteri di funzionamento, cercano nuove strade, nuove alleanze. Grazie all’iniziativa di molte regioni, enti locali, soggetti della società civile e del terzo settore. Un movimento dal basso che può essere inteso come un grande laboratorio di prove ed errori, di innovazione: parola magica sempre evocata come bene in sé.
Soprattutto, i territori fanno rete. Perché l’unione può fare la forza, produrre economie, togliere ridondanze, allargare il perimetro delle risorse disponibili. Si può fare rete anche in modo innovativo. Come?
Si può fare rete integrando risorse pubbliche e private a partire da chi produce servizi. Per esempio collegando servizi sociali e sociosanitari in un medesimo territorio, con soggetti in grado di attivarsi su più fronti. Soggetti che, oltre al finanziamento pubblico dei servizi, riescano a intercettare quote di domanda pagante.
Si può fare rete collegando le risorse pubbliche con quelle del welfare aziendale, orientando quest’ultimo verso fasce di popolazione indebolite dalla crisi. Questa è l’alleanza più inedita, quelle con realtà di secondo welfare interessate e disponibili a giocarsi sui bisogni delle famiglie, con l’offerta di pacchetti facilmente fruibili.
Si può fare rete socializzando singole figure professionali, uscendo dal rapporto uno a uno. Come nel caso della baby sitter condivisa, che segue un gruppo di bambini, del custode sociale, della badante di condominio.

Dalle sperimentazioni infinite ai diritti

Tutti percorsi interessanti, sfidanti. E’ utile e importante sviluppare il confronto sulle pratiche sociali, le opportunità e le difficoltà, far crescere l’ascolto su quello che funziona di più e quello che funzione di meno in termini di miglioramento del benessere, qualità della vita nei territori.
Ma è anche utile creare dei ponti dal piccolo al grande, uscire dalle sperimentazioni infinite, consolidare la strada percorsa, mettere a valore le esperienze maturate e renderle fruibili, trasferibili. Dal piccolo al grande i ponti e le connessioni spesso mancano.
Il welfare dei diritti, delle garanzie e delle tutele, della perequazione delle risorse, dei livelli essenziali di assistenza non appartiene a un sistema parallelo, sovraordinato rispetto al welfare di comunità. Deve nutrirsi di esso.
Non è per nulla facile arrivarci, in un’epoca, diciamolo francamente, avversa al sociale, dove le priorità sembrano altre: il lavoro, la casa, le emergenze continue della cronaca. Per questo occorrono iniziative, occorre attivare interlocuzioni nuove, creare eventi. Serve una “tempesta perfetta”.

Il post riprende l’editoriale di Sergio Pasquinelli che apre l’inserto speciale sulla ricomposizione del welfare sociale pubblicato nel numero di dicembre (4.2/14) di Prospettive Sociali e Sanitarie, con interventi di Oliviero Motta, Stefano Laffi, Dario Colombo, Alberto Alberani. Il fascicolo è disponibile online sul sito della rivista.

* Irs, Vicedirettore Prospettive Sociali e Sanitarie

2 pensieri su “Welfare sociale: la tempesta perfetta

  1. Paolo Pozzani

    Sacrosanta l’annotazione sulla “secondarietà” che il sociale ha da sempre nel dibattito pubblico italiano così come sui mass media. E’ una marginalità storica, radicatissima e tenace, che ha complici – a volte inconsapevoli, e sono i peggiori – in molti ambienti e molti ruoli. Se poi parliamo di welfare territoriale, mi si lasci dire che la qualità media del livello politico-amministrativo locale è decisamente scarsa: se eccezioni splendide ci sono, sono casuali, e risaltano proprio come tali. Nulla dire sulle proposte di “reti” “alleanze” e via dicendo: sono cose che ci diciamo addosso da tempo. Il problema che dobbiamo porci ha invece qualcosa di politico e qualcosa di propagandistico (stessa cosa?..): è necessario trovare forme e canali che mettano il sociale in primo piano. Un appunto: è vero che ora risaltano i temi del lavoro e della casa, ma tutto ciò fa parte del sociale! Noi lo sappiamo; è ora che lo capiscano tutti. Dunque partiamo (anche) da lì e dimostriamo che interventi efficaci sulle emergenze di oggi non possono fare a meno di efficienti servizi sociali territoriali.

    Rispondi
  2. andrea pancaldi

    …e anche e soprattutto COMUNICARE (dopo aver ben informato e documentato); comunicare in quella terra di mezzo così difficile e sconosciuta nei servizi pubblici, sospesa tra la comunicazione politica e la comunicazione ai cittadini ancora troppo spesso ancorata al dato amministrativo e solo a ciò che da dentro le amministrazioni proviene.
    Considerare la comunicazione come uno strumento del lavoro sociale, al pari degli altri, e non come un accessorio, un optional che facciamo combattere strenuamente con la nostra percezione e gestione del fattore tempo.
    In questi giorni la vita di una delle case editrici che più ha contribuito al dibattito sui servizi sociali è in forse. La Carocci, controllata dallo storico marchio de Il Mulino, si appresta ad una pesante ristrutturazione. Chiudere questi spazi significa rendere più dificile la “tempesta perfetta” (…PS: firmate la petizione on line su change.org)

    Rispondi

Rispondi a Paolo Pozzani Annulla risposta