“L’ossessione delle regole”

di Claudio Caffarena *

“La Francia è in effetti sottoposta ad una ossessione per la sicurezza che ha prodotto una valanga di testi, di regolamenti e di costose misure per il timore di incidenti legati ad aspetti differenti del mondo dei Servizi: sanitari, alimentari, prevenzione incendi, ecc. Tutto ciò progressivamente soffoca l’iniziativa e la creatività dei gruppi di lavoro a carattere educativo e di cura dei nostri servizi. Mettendo l’accento sul prezzo della sicurezza, noi non vediamo soltanto l’aspetto economico o finanziario del problema, ma soprattutto il prezzo umano nei vincoli che ne derivano, l’assenza di libertà e di assunzione di rischi senza i quali non c’è possibilità di vita umana”.
Questa la riflessione avanzata dagli organizzatori delle due giornate di studio svoltesi in data 3 e 4 ottobre 2013 a Strasbourg sul tema “La sicurezza: a quale prezzo?” organizzata dalla Fondazione protestante Sonnenhof **.

La partecipazione a questo convegno mi ha stimolato ad approfondire la tematica rispetto alla realtà italiana e ad avviare un dibattito. Una prima osservazione: il tema è certamente importante ma, nella gestione della quotidianità delle persone, in particolare disabili, riveste un peso “opprimente” in quanto condiziona in modo determinante lo svolgersi delle attività e soprattutto la progettualità che i Servizi sono chiamati a gestire.
Inoltre, secondo elemento da evidenziare, si rileva una carenza di documentazione sull’argomento (sia in termini di testi che di articoli, se si eccettuano i manuali specifici di istruzioni per l’applicazione delle norme).
Terzo aspetto l’assenza di dibattito sulla tematica: come se non fosse possibile, non soltanto modificare la situazione, ma neppure avviare una discussione sull’argomento.

Due sono i principali riferimenti a livello nazionale:

  • D.lgs.n.81/2008 – sulla Salute e sicurezza sul lavoro
  • D.lgs.193/2007 – circa il rispetto dell’Haccp (Hazard analysis and critical control points) letteralmente “Analisi del pericolo e punto critico di Controllo” ***.

Entrambe le norme recepiscono indicazioni europee e nascono in contesti differenti senza adattamenti o revisioni che tengano conto dei contesti cui si riferiscono le applicazioni specifiche.
La prima stabilisce le norme da seguire in tutti i contesti di lavoro per garantire la sicurezza degli utenti e degli educatori. Una legge molto ampia e articolata con disposizioni molto dettagliate da applicarsi in tutti i luoghi di lavoro indipendentemente dalle dimensioni, dal contesto, dal tipo di lavoro, dalla collocazione professionale del lavoratore, ecc.
L’altra norma è quella relativa all’Haccp: un sistema che previene i pericoli di contaminazione alimentare. La sua finalità è quella di individuare e analizzare pericoli e mettere a punto sistemi adatti per il loro controllo **.
Anche questa normativa è prevista per un’applicazione in campi molto ampi: dalla ristorazione alle macellerie, dalle pescherie alle ‘comunità per disabili in cui si somministrano alimenti’, ecc.
Di qui l’obbligo di seguire regolamenti, disposizioni del tutto inadeguati al contesto dei servizi di cui ci stiamo occupando e che vanno ad incidere in modo pesante nella gestione degli stessi.

Proprio a seguito della carenza di documentazione sull’argomento ho avviato contatti con  educatori e responsabili di servizi per disabili in alcune regioni italiane, sia del settore pubblico che di quello delle cooperative (in particolare Piemonte, Veneto, Marche) al fine di raccogliere testimonianze, idee, suggerimenti che mi permettessero di avere il polso della situazione.

Riporto qui alcune riflessioni emerse dall’indagine

  • Il nostro lavoro di relazione, che è prettamente a carattere corporeo, perché ha a che fare con la cura, le emozioni, gli affetti, la comunicazione … e declina questa centralità del corpo anche nelle dimensioni contestuali ed organizzative, risulta penalizzato dall’affermarsi di questa logica, perché questa lavora sulla generalizzazione di probabilità, mentre noi operiamo nella specificità delle situazioni. Quando il ‘probabile’ diventa più importante dell’ ‘effettivo’ (e quindi preferisco la pasta un po’ scotta dentro un cartone rispetto ad un piatto appena cucinato…), il nostro lavoro inizia a perdere senso, perché non possiamo relazionarci all’altro ponendo condizioni non rilevabili nella quotidianità (certamente probabili, ma non esistenti nel qui ed ora della relazione … ), che tuttavia vanno a modificare le nostre scelte ed i nostri comportamenti.
  • Anche in questo, come in altri ambiti, si rileva quanto poco contrattuali e rappresentativi possiamo essere nei contesti che sono tenuti a prendere delle decisioni sul nostro comparto. Infatti il nostro campo di azione, che è la relazione con le persone in difficoltà, sovente deve essere spiegato ai tecnici interessati per le sue differenze dai comparti più produttivi dove certe procedure sono applicabili con maggiore facilità perché riferite a tecniche, strumentazioni e procedure meccaniche, informatiche o comunque tecnologiche anziché a persone.
  • Un elemento che esula dal mero rispetto delle norme, ma riguarda la sicurezza nelle attività esterne è la percezione di rischio dell’educatore. Per tutelare noi e il nostro lavoro facciamo riferimento al principio della corresponsabilità, coinvolgendo le famiglie in interventi di autonomia per i propri figli.
  • Ritengo che un po’ di ‘avventura’ sia indispensabile in educazione; avventura non è imprudenza, ma immergersi pienamente nella realtà senza farsi travolgere. Pensando al lavoro con le persone disabili credo che un eccesso di ‘sicurezza’ porti verso l’addestramento e non verso l’educazione, dove l’imparare facendo, il rialzarsi dopo essere caduti aiuta invece ad elaborare un pensiero strategico che ti permette di affrontare la realtà trasformando esperienze in competenze e rendendole quindi trasferibili.
  • L’esternalizzazione di molti servizi porta il Pubblico ad occupare un ruolo di vigilanza che spesso viene ridotto a un controllo di procedure e carte, anziché di promozione culturale. Rischia allora di crearsi una scissione tra quanto il Pubblico predica e controlla sui servizi esternalizzati che devono garantire standard sovra-dimensionati a discapito della qualità della relazione umana e quanto il Pubblico gestisce a casa propria.
  • La politica della sicurezza nell’ambito del sociale, deve proporsi di tutelare certamente le persone (siano esse utenti o operatori dei servizi) ma deve anche tenere conto di non inibire quella creatività e quella “improvvisazione ragionata” che costituisce la cifra di un lavoro di qualità con le persone.
  • Sono sicura poi che se lavoriamo con l’utente trasmettendogli fiducia, la sua autostima sale e le situazioni di pericolo sono meno frequenti. Con ciò voglio dire che se vogliamo lavorare con lo scopo di educare-riabilitare l’utente, si deve in qualche modo rischiare, altrimenti si offre pura assistenza.

Occorre quindi ripristinare una dimensione valutativa, che permetta di ragionare (cioè di considerare gli elementi concreti della situazione) e di poter scegliere tenendo conto di tutti gli elementi possibili, seguendo una logica positiva, non ‘paranoica’. Se valuto che cucinare in comunità è un elemento organizzativo sostanziale per il servizio, devo trovare procedure ed operazioni che siano compatibili con un ambiente di vita quotidiana (e non con la cucina del ristorante!).
Per questo occorre una declinazione specifica delle normative, quando queste vanno a collocarsi nei servizi alla persona, e una capacità, agita costantemente, di negoziare la loro applicazione sulla base di dati di realtà, senza cedere ovviamente sulle situazioni di concreta pericolosità, ma sapendo distinguere gli elementi in campo, e soprattutto cercando di considerare la sicurezza in termini positivi, come cioè qualcosa che renda possibile una miglior qualità di vita, e non la matrice di significati ansiogeni.

“Quando il processo di controllo viene difensivamente legalizzato, il rischio è che si ponga una fiducia eccessiva in un’industria che produce certificazioni di sicurezza. La società dei controlli è una società che si espone a tale rischio nella misura in cui investe oltremisura in rituali di verifica superficiali a scapito di altre forme di intelligenza organizzativa.” (Power M.,2002).

Per concludere
E’ possibile avviare un dibattito su tali tematiche? Potrebbe essere utile uno scambio di idee e riflessioni fra contesti differenti al fine di approfondire le conseguenze negative che la situazione va evidenziando? E’ illusorio pensare di andare a proporre delle modifiche che tengano maggiormente conto delle esigenze delle persone con le quali lavoriamo e tentare in tal modo di superare la debolezza del mondo dei Servizi nei contesti che sono tenuti a prendere delle decisioni sul nostro comparto?

* Sociologo, Studio Il Nodo, Piossasco (TO); redattore di Prospettive Sociali e Sanitarie

** L’articolo prende spunto dalla relazione tenuta al Convegno di Strasbourg. Il testo completo è stato pubblicato dalla rivista APPUNTI di Jesi (n.205 – 6/2013).
Scopo del Convegno era di mettere a confronto la situazione esistente in 5 realtà europee circa il problema della sicurezza all’interno dei servizi per le persone disabili.
*** Il sistema HACCP venne ideato negli anni sessanta negli Stati Uniti con l’intento di assicurare che gli alimenti forniti agli astronauti della NASA non avessero alcun effetto negativo sulla salute e che potessero mettere a rischio missioni nello spazio.

Riferimenti bibliografici
AA.VV., L’aggressività nei servizi sociali, Maggioli, 2012
Olivetti Manoukian F., “La domanda di sicurezza può non investire i servizi?”, Animazione Sociale, n.5, maggio 2008
Power M., La società dei controlli, Ed. di Comunità, Torino, 2002
Sicora A., “La violenza contro i professionisti dell’aiuto”, Prospettive Sociali e Sanitarie, n.3, febbraio 2011
Zolla E., La gestion des risques, Ed.Dunod, Paris, 2013

3 pensieri su ““L’ossessione delle regole”

  1. Franco Marengo

    Leggo con piacere e condivido la sintesi di Claudio Caffarena su un tema che abbiamo affrontato insieme in alcuni gruppi di lavoro e che, attraverso il suo stimolo, ha permesso, nei nostri servizi, di cominciare ad ufficializzare la problematicità del rispetto delle norme quando troppo generalizzate e non pensate per l’effettiva tutela delle persone.
    Complicare le procedure non equivale ad aumentare la sicurezza del prodotto finale, almeno non in egual misura in tutti i settori. Quello dei servizi alla persona, nei quali la realizzazione concreta di alcuni processi, come la preparazione di un pranzo, riveste un significato educativo deve essere considerata e trattata in una maniera differente dalla preparazione e somministrazione più “neutra” quale la ristorazione di tipo classico nella quale la valenza relazionale ha aspetti di cura del cliente ma non di evoluzione delle capacità di autonomia di soggetti fragili.
    E’ sicuramente auspicabile e perseguibile un ripensamento delle procedure di rispetto della sicurezza in termini contestualizzati alle diverse realtà, soprattutto evidenziando le fondamentali differenze strutturali e procedurali fra i percorsi produttivi e quelli dell’erogazione di servizi.
    C’è in questo ambito un fronte da attraversare nelle nuove sfide del ripensamento dei servizi alle persone con disabilità e approfondire questa riflessione è sicuramente attuale e contingente.
    Franco Marengo

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  2. cinzia

    condivido l’analisi e penso che la situazione sia davvero preoccupante; sprechiamo inutilmente risorse ed energie senza che ciò salvaguardi davvero la qualità dell’intervento offerto; interessante la conclusione aperta; come volitiva ottimista, continuo a pensare che qualcosa possa essere cambiato in meglio

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  3. Paola Sderci

    Ritengo molto importante che sia stato aperto un dibattito su questi aspetti ed ho apprezzato molto il lavoro svolto da Claudio Caffarena. Penso che sia necessario lavorarci per non perdere il “valore” delle conquiste di una normativa che ci tutela, , come cittadini/utenti/lavoratori, a fronte di un uso miope e manipolatorio delle stesse. Ritengo che occorra sempre domandarsi, facendo un’analisi più approfondita “del discorso”, chi stanno davvero tutelando e a che scopo sono o non sono funzionali..In tutto questo la contestualizzazione e la condivisione con le persone interessate sono indispensabili per dare reale ed efficace significato a una norma!

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