La polvere sotto al tappeto. Il dibattito pubblico sulle droghe tra evidenze scientifiche e ipocrisie

 di Anna Paola Lacatena*

A distanza di ormai tanti anni e di tante vane discussioni dettate da posizioni preconcette e, spesso, esclusivamente politiche sulle droghe nel nostro Paese, si fa urgente una deideologizzazione del fenomeno provando a smascherarne ambiguità e ipocrisie.

È quanto si propone di fare, sollecitando una ripresa del dibattito pubblico sul tema, il libro La polvere sotto il tappeto. Il dibattito pubblico sulle droghe tra evidenze scientifiche e ipocrisie, di Anna Paola Lacatena, con contributi di Filippo Ceccarelli, Francesca Comencini, Giancarlo De Cataldo, Kento, Antonio Nicaso, Nina Zilli (Carocci Editore, Roma, marzo 2021, pp.188) (1).

Negli ultimi decenni in Italia, nonostante la continua evoluzione del fenomeno droghe, l’attività normativa è, colpevolmente, ferma al 1990 (D.P.R. 309/90) – eclatante il caso della Legge n.49/2006, cd. Fini-Giovanardi, dichiarata illegittima con sentenza della Corte costituzionale (n. 32/2014). A fronte di un inopinabile numero crescente di consumatori, il tutto appare davvero troppo poco e soprattutto lontano da evidenze scientifiche.

I tossicodipendenti sono ancora percepiti come criminali, le fasce più giovani di consumatori ignorati, i Servizi pubblici depotenziati per mancati investimenti e contrazione del numero degli operatori. La riduzione del danno, prevista tra i pilastri della guerra alla droga dell’UE, è rientrata nei LEA ma ad oggi non è stata ancora finanziata. Si resta in attesa, ormai da dodici anni, della convocazione della Conferenza Nazionale sulle droghe da parte del Governo, nonostante l’esplicito dettame di legge ne preveda la cadenza triennale.

In Italia si è assistito alla depenalizzazione per la condotta di detenzione finalizzata all’uso personale delle sostanze stupefacenti a seguito dell’approvazione del Referendum del 18 aprile del 1993 con il D.P.R. n. 171/93 ma bisognerebbe chiedersi di quale depenalizzazione si tratta se chi è fermato deve comparire dinanzi al Prefetto o ai suoi incaricati (ex art. 75 e art.121 del DPR 309/90).

Legalizzare sarebbe una risposta praticabile ma certamente esporrebbe i più giovani a rischi importanti (implementazione della “qualità” della sostanza di strada che nello specifico settore significa aumento della potenza, abbassamento dei prezzi, percezione accentuata della trasgressione, ecc.). Quando si parla di legalizzazione, poi, a qualcuno vengono in mente i minori?

A qualcuno viene in mente che l’interesse delle narcomafie, semplicemente, si sposterebbe verso altre tipologie (vedi il proliferare delle droghe sintetiche anche e soprattutto dove la cannabis è già legalizzata)? Stessa colpevole dimenticanza di quando si sentenzia in termini di tolleranza zero.

Il libro suggerisce la necessità di due passaggi obbligati almeno quanto utili e opportuni, a prescindere da qualsivoglia posizione in merito alla legalizzazione: decriminalizzare e depenalizzare l’uso personale (ad oggi considerato illecito con conseguenti sanzioni amministrative).

Il modello portoghese può fornire suggerimenti utili. Nel 2001- ben vent’anni fa – il Portogallo ha depenalizzato l’acquisto, il possesso e il consumo di droghe ricreative per uso personale: una scorta sino a dieci giorni, ossia circa un grammo di eroina, due di cocaina e venticinque grammi di mari­juana o cinque di hashish. Da allora ai consumatori in possesso di sostan­ze stupefacenti fermati dalle forze dell’ordine viene comminata una multa. Questa prevede che gli stessi si presentino dinanzi alla Commissione per la dissuasione dalla dipendenza dalla droga (o Comitati di dissuasione), solita­mente costituita da un medico specialista, uno psicologo (o assistente socia­le, o sociologo) e da un avvocato. Evidentemente non ci sono nella specifica Commissione rappresentanti delle forze dell’ordine, proprio a rimarcare la posizione di una risposta sociosanitaria, invogliando i fermati a riflettere su salute e benessere. Il trattamento consigliato non implica nessun obbligo per il consumato­re, sebbene a fronte di situazioni recidivanti scattano sanzioni amministra­tive come la sospensione della patente di guida o il divieto all’ingresso e alla frequentazione di aree conosciute per lo spaccio.

Da quanto si evince dai risultati ottenuti sono aumentate le spese per la prevenzione e la cura e sensibilmente diminuite quelle per i processi penali e la detenzione ottenuti (Hughes, Stevens, 2012). Il numero di morti causate dalla droga è calato notevolmente, insieme al tasso generale di consumo, in parti­colare tra i giovani (la fascia tra i quindici e i ventiquattro anni). In estrema sintesi, il tasso di consumo di droga in Portogallo è simile, e in alcuni casi anche inferiore, a quello degli altri paesi dell’UE dove non è in atto la depe­nalizzazione. Se del tutto utopistica appare la scomparsa delle sostanze da qualsivoglia società, la contrazione del numero di detenzioni, del fenomeno dell’emarginazione e della stigmatizzazione del consumatore, l’innalzamen­to del numero di persone che si rivolgono ai Servizi inducono ad una valu­tazione positiva dell’esperimento Portogallo.

Lo stesso, però, non potrebbe essere praticabile nella realtà italiana – peraltro unica al mondo dal punto di vista della diffusione, dell’approccio multidisciplinare, dell’accessibilità diretta, della fruibilità totalmente gratuita delle prestazioni rese dalla rete dei Servizi per le Dipendenze (Ser.D.) delle singole Aziende Sanitarie Locali e del Privato sociale accreditato – senza un potenziamento delle risposte di cura e delle azioni orientate alla prevenzione e alla riduzione del danno.

Questo, attraverso riflessioni storiche, politiche, economiche e socio-culturali, è quanto proposto dal libro e da quanti allo stesso hanno offerto il loro prezioso contribuito, prestandosi su alcune specifiche questioni alla sollecitazione “diglielo tu…”:

«Con il sospetto che chi comanda oggi non sia poi divenuto così saggio; ma anche con la speranza che nello scorrere del tempo ne accadono talmente tante, e di così prolungata intensità, che i cambiamenti arrivano da soli – purtroppo, tocca aggiungere, quando il peggio è già avvenuto.» Filippo Ceccarelli (“La polvere sotto al tappeto. Il dibattito pubblico sulle droghe tra evidenze scientifiche e ipocrisie”, p.157)

«Nel nostro paese, nelle nostre città, nelle strade della porta accanto, questi supermercati illegali fioriscono alla luce del giorno eppure sembrano vivere in un mondo parallelo, chiuso, vicino ma anche lontano. Puntare i riflettori su queste realtà secondo me è importante. È del silenzio che le piazze di spaccio si nutrono per lavorare tranquille. È dell’illusione che il mercato della porta accanto non ci riguardi e della solidità dei compartimenti stagni che hanno bisogno.» Francesca Comencini (Ibidem, pag.97-98)

«Non mi sento minimamente responsabile di aver trasformato dei criminali in eroi. Come autore, rivendico l’assoluta libertà espressiva, e mi ribello a ogni sorta di condizionamento, etico, politico o religioso che sia. Dal mio punto di vista il dilemma angustia solamente chi se lo pone, dimostrando, nel porselo, la propria incapacità nel discernere il piano della narrazione dalla realtà.» Giancarlo de Cataldo (Ibidem, p.111)

«Il rapper ha un potere: quello del microfono. Gli ascoltatori, da parte loro, hanno il potere di decidere chi, tra i rapper, fallisce e chi ha successo, almeno dal punto di vista economico. Una scena consapevole e matura da entrambe le parti è ciò che mi auspico da anni, ed è ciò per cui continuerò a battermi.» Kento (Ibidem, p.125)

«Il post-covid-19 rischia di acuire un’emergenza troppo spesso dimenticata o strumentalizzata. È tempo di affrontarla attraverso le tante e proficue esperienze di chi lavora per la legalità e per la cura, in un confronto aperto e costruttivo, senza pregiudizi, né irrigidimenti.» Antonio Nicaso (Ibidem, p. 174)

«I giovani non hanno colpe, se non quella di esprimere il loro disagio, che dai bikers ad oggi, ha visto fiorire tantissime subculture giovanili. Chiudo citando Vico, il mio preferito: La storia è come una spirale: si ripete sempre, cambia solo il contesto. Quindi, in teoria, se noi sappiamo analizzare bene il passato, riusciremo a gestire meglio il presente e futuro. È colpa della trap? Non credo proprio…»   Nina Zilli (Ibidem, pp. 130-131)

Note:

(1) Cento copie del volume sono state recapitate ai componenti della Commissione Igiene e Sanità del Senato e della Commissione Affari Sociali e Sanità della Camera dei Deputati, ai Presidenti dei Gruppi Parlamentari al Senato e alla Camera e al Senatore Giuseppe Lumia-autore della Legge n.45 del 18 febbraio 1999, “Disposizioni per il Fondo nazionale di intervento per la lotta alla droga e in materia di personale dei Servizi per le tossicodipendenze”. La distribuzione dei volumi è stata promossa dall’autrice, dirigente sociologa presso il Dipartimento Dipendenze Patologiche della ASL di Taranto e Coordinatrice del Gruppo “Questioni di genere e legalità” per la Società Italiana delle Tossicodipendenze in collaborazione con la Carocci Edizioni di Roma al fine di sollecitare l’attenzione dei decisori politici sull’urgenza droghe nel nostro Paese e sulla necessità da parte del dibattito pubblico di superare l’infruttuosa dicotomia tra proibizionismo e antiproibizionismo (confronto ormai irrimediabilmente a “somma zero”).

L’iniziativa si ispira, con il massimo riguardo e le debite proporzioni, a un precedente storico. Era il 1969 e Franco Basaglia aveva già avviato la sua battaglia per la chiusura dei manicomi in Italia.  Il libro fotografico “Morire di classe”, realizzato da Gianni Berengo Gardin insieme a Carla Cerati e pubblicato da Einaudi, diede un contributo fondamentale alla costruzione del movimento d’opinione che avrebbe portato, circa dieci anni dopo, all’approvazione della legge 180/78. Il testo fu distribuito a tutti i parlamentari per sensibilizzare alla rivisitazione della materia e legiferare sulla scorta di una conoscenza più completa della problematica. L’idea era che potesse esserci un altro modo per curare i malati psichiatrici al di là della struttura manicomiale.

La foto di copertina, “Campo di papaveri a Badakhshan” (2002), è stata donata all’autrice da Manoocher Deghati, celebre e pluripremiato fotoreporter irano-francese-italiano

 

*Dirigente sociologa presso Dipartimento Dipendenze Patologiche ASL TA

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