Badanti e voucher sociali: decidere senza scegliere

casa di riposodi Sergio Pasquinelli*

Segna il passo il welfare dei servizi sociali e sociosanitari. Una rete di aiuti in affanno, sovrastata dal welfare solitario della moneta su richiesta, dei trasferimenti gestiti dal welfare parallelo dell’Inps. Oppure da quello, altrettanto parallelo, delle badanti.

Alcune regioni sono in cerca di una bussola: tra queste la Lombardia. In un territorio che conta 2,1 milioni di anziani e dove gli ultra 65enni aumentano al ritmo di 40.000 all’anno, le rete dei servizi mostra limiti crescenti, sul versante residenziale e su quello domiciliare.

Le strutture residenziali si rivelano sempre più rigide e organizzate su una tipologia di utenza che è cambiata negli anni (si veda l’intervento di Fabrizio Giunco su Lombardia Sociale). Cresce così il fenomeno dei ricoveri impropri, di chi avrebbe bisogno di soluzioni abitative diverse.

I Sad comunali sono con evidenza diffusa servizi di nicchia e marginali, in cerca di una nuova identità, mentre l’Adi delle Asl continua ad avere un carattere fortemente prestazionale/infermieristico, molto poco collegato ai servizi sociali dei Comuni. Un aiuto limitato per diffusione e intensità.

E le badanti? Regione Lombardia si è dotata un anno fa di una buona legge sulle badanti, che comprende interventi diversi per l’emersione e la qualificazione di questo mercato: la legge 15/2015. Ad oggi rimane una legge inapplicata. Prevedeva un provvedimento attuativo che non è mai stato emanato, e uno stanziamento di 700.000 euro che giace nei cassetti della regione.

Reddito di autonomia: di cosa stiamo parlando? Regione Lombardia si è dotata di una nuova misura chiamata “Reddito di autonomia” che prevede, tra l’altro, voucher per anziani ultra 75enni non autosufficienti. Lo stanziamento dà la possibilità di accogliere 520 domande. Nella prima edizione ne hanno usufruito 125 (centoventicinque) anziani, in una regione con oltre 340.000 over 65enni non autosufficienti: lo 0,04% (zero virgola zero quattro). Quali i motivi di questo risultato? Principalmente due: una soglia Isee selettiva (10.000 euro, ora portata a 20.000) e il vincolo di non essere già in carico ai servizi territoriali[1]. Questo secondo criterio, apprezzabile per cercare di allargare la platea dell’utenza del welfare pubblico, nella nuova versione della misura è stato semplicemente tolto. Di fatto rinunciando alle iniziali buone intenzioni.

E così ricadiamo nel bricolage del welfare fai  da te, quello che premia i più informati, chi sa meglio destreggiarsi tra indennità di accompagnamento, misure B1 e B2, voucher per l’autonomia, contributi comunali, servizi sociali e sociosanitari diversi. Chi sa meglio superare le barriere d’accesso, quelle che hanno ridotto in Emilia Romagna i beneficiari degli assegni di cura di 10.000 unità, da 23 a 13 mila anziani negli ultimi quattro anni.

Decidere non equivale a scegliere, perché le decisioni possono assumere un carattere puramente formale (una legge inapplicata), possono nascondere l’assenza di una scelta. Scegliere è un processo di riduzione dell’incertezza. Implica selezione, assunzione di rischio, responsabilità. La responsabilità – per esempio – di cercare i modi migliori di intercettare una utenza nuova. O di aiutare a farlo.

Una nuova agenda? Le politiche lombarde per la non autosufficienza hanno bisogno di una agenda, di una road map. Alcune strade intraprese sono importanti, prefigurano nuove possibilità e andrebbero perseguite con sempre maggiore decisione, come quella della “Rsa aperta”, come anche quella delle soluzioni abitative intermedie, per “i non più e non ancora”: non più autonomi ma non ancora bisognosi di un ricovero. La realtà delle demenze, che aumenterà per lunghi anni, vede sperimentazioni e progettualità che andrebbero sostenute ancora di più, fatte conoscere meglio, valorizzate.

I contenuti di una possibile agenda richiedono sforzi che producono risultati sul medio lungo periodo. Per questo occorre una politica disposta a non giocare sul tavolo del ritorno immediato. Occorrono decisioni e occorrono scelte.

[1] Su come è andata la prima edizione del voucher per l’autonomia si veda Carla Dessi su Lombardia Sociale

*Istituto per la Ricerca Sociale; Vicedirettore Prospettive Sociali e Sanitarie.

2 pensieri su “Badanti e voucher sociali: decidere senza scegliere

  1. andrea pancaldi

    Al di la degli accenni specifici a (R)regione Lombardia, che confesso non conosco bene, mi pare che non si possa che concordare. Chi ha più competenze di me ha già scritto in tema di politiche sociali (vedi i recenti contributi anche della fondazione Zancan e, ovviamente, di IRS). Aggiungo solo l’annotazione che anche qui, come sempre, politica e informazione vanno a braccetto.
    Non esiste misura di ordine economico, sociale, previdenziale, occupazionale che sia, che sulla stampa/tv/web non venga frullata e restituita sotto forma di termini come bonus (sconto) e card (bancomat) riducendo tutto, appunto, a mera elargizione economica e tacendo anche, la dove esistono, sulle misure di accompagnamento che affiancano i contributi (progetti personalizzati, reinserimento, tirocini, patti di cura…). E a maggior ragione nell’era della crisi.
    Solo di c.d bonus bebè ne saranno usciti 7-8 intrecciandosi e sovrapponendosi nel susseguirsi dei governi, delle leggi di stabilità, dei decreti attuativi arrivati regolarmente con grandi ritardi.
    A Bologna, per gli sportelli sociali e i cittadini, abbiamo dovuto fare vere e proprie “Guide” ai bonus bebè e alle social card (vedi: http://informa.comune.bologna.it/iperbole/media/files/social_card_scheda_sulle_varie_propagandate_esistenti_gen15.pdf e anche http://informa.comune.bologna.it/iperbole/media/files/bonus_beb_negli_anni_13apr2015.pdf ).
    Ora che i giornalisti hanno la formazione obbligatoria non sarebbe male consorziarsi e proporre una qualche azione formativa sul lessico delle politiche sociali da affiancare alle decine e decine di corsi sulla rappresentazione dei fenomeni migratori e temi connessi.

    Rispondi
  2. G. Ghezzi

    perfettamente d’accordo.
    aggiungo solo che la lodevole buona intenzione di intercettare le persone non in carico ai servizi sociali dovrebbe essere tirata nuovamente fuori solo all’interno di una progettualità di lungo periodo. Altrimenti, se le misure sono perennemente sperimentali e non vengono mai messe a sistema, inutile “stanare” altra domanda.
    Forse le risorse avrebbero potuto essere utilizzate per coordinare maggiormente i servizi già esistenti e potenziare le sperimentazioni riconosciute valide.

    Rispondi

Rispondi a G. Ghezzi Annulla risposta