Come un fragile respiro tra gli interstizi della guerra

di Cristina Sironi*

Quante volte rimaniamo turbati dalle brutte notizie che quotidianamente ci mostrano giornali e telegiornali! Ma quanto dura il turbamento? Poi la vita va avanti, la quotidianità esige decisioni e azioni e l’indifferenza ricuce velocemente gli strappi con il filo dell’oblio … fino al prossimo video. E intanto facciamo altro.

Altro invece è leggere. Leggere la cronaca di un’azione eroica di resistenza di una piccola comunità, pacifica e mal in arnese contro un regime oppressivo e crudele, dotato di bombe e di un’efficace propaganda. Leggere questa cronaca vuol dire seguirla nelle azioni, conoscerne i protagonisti, aver paura e soffrire con loro, indignarsi di quanto viene loro fatto, ammirare il loro coraggio, la loro abnegazione, il loro senso del bene comune.

Di questo racconta il bel libro della  giornalista D. Minoui, Gli angeli dei libri di Daraya (La Nave di Teseo). Un libro nato per caso, da una foto intercettata su Facebook che mostrava una biblioteca segreta nel cuore di una guerra. Brava la giornalista a non fermarsi a un Like di maniera: con tenacia ne  rintraccia l’autore, stabilisce un contatto e si lascia conquistare da questa storia di coraggio. Decide così di seguirla, da Istanbul dove vive, per darle voce e farla conoscere al mondo intero.

Ecco dunque il racconto di un lunghissimo e feroce assedio -durato ben quattro anni- a un sobborgo della città di Damasco, Daraya appunto, identificato artificiosamente come covo di terroristi da parte delle forze del regime di Assad, per poter terrorizzare e sfinire la popolazione con bombardamenti continui, attacchi con il gas, sottrazione degli aiuti umanitari alimentari. Ma. Ma il racconto non è una cronaca di guerra, va oltre la devastazione, allarga lo sguardo, accoglie e si snoda attraverso l’esperienza del giovane Ahmad e dei suoi amici che, nella più totale disperazione, trovano la salvezza in un gesto folle che va oltre ogni apparente buon senso: recuperare i libri trovati tra le macerie dei bombardamenti per farne una biblioteca pubblica. Un angolo di pace e di umanità in uno spazio sotterraneo, al riparo da bombe e granate, dove i lettori di ogni età potranno trovare ristoro, conforto e speranza.

Commenta l’autrice: “La lettura come rifugio. Una pagina aperta sul mondo quando tutte le porte sono sbarrate.” Certo parrebbe uno scandalo salvare libri quando non si riescono a salvare vite umane, ma nelle situazioni estreme di devastazione, per salvarsi occorre soprattutto invertire la rotta e quindi credere, esercitare la fiducia, costruire pace. La lettura diventa allora per questa piccola comunità assediata “un modesto gesto di umanità che li collega alla folle speranza di un ritorno di pace.”

Dice Ahmad: “la nostra rivoluzione è fatta per costruire, non per distruggere.” E questa scelta coraggiosa paga perché Daraya diventa un modello di buon governo, in cui i civili, nonostante la guerra, resistono agli attacchi militari fino all’inevitabile ma onorevole disfatta. Colpisce come questi giovani, ventenni, neppure grandi lettori, abbiano visto nei libri e nelle loro parole un’opportunità, delle tavolozze di idee da usare per costruire una promessa di nuove primavere, la speranza di mondi migliori. Come a Teheran, nel soggiorno della professoressa Nafisi, gli studenti leggono Lolita e “celebrano l’insubordinazione contro i tradimenti, gli orrori e i tranelli della vita” e condividono “la voglia di bellezza, il desiderio istintivo di lottare contro ‘la forma sbagliata delle cose’” [1], così gli abitanti di Daraya sfidano il potere delle armi con quello delle semplici parole, ritrovano ordine, pace e senso nell’orrore insensato e caotico della guerra. Dice Abu el-Ezz, ventitré anni, condirettore delle biblioteca: “il libro non domina. Dà. Non castra. Illumina.”

Leggere diventa allora un gesto di cura verso di sé e verso la comunità, perché sospende il dolore e permette di ampliare le proprie conoscenze, di osservare il mondo con altri occhi e da altre prospettive, di confrontarsi con chi ha attraversato altre barbarie (come l’assedio di Sarajevo), di lasciare spazio al ragionamento, all’immaginazione. Frequentare la biblioteca consente di mantenere un legame sociale, un senso di appartenenza positiva, un progetto. Sì, perché questi giovani hanno capito che non ci si salva da soli, ma occorre fronteggiare uniti la disperazione, sostenersi per evitare che l’orrore diventi così duro da far abbracciare le idee truci del sedicente Stato Islamico. Shadi e i suoi amici riescono perfino a trovare la forza di produrre una rivista bimestrale dal nome emblematico: “Karkabeh” che significa caos. Con ironia cercano di sdrammatizzare il casino che regna nella loro quotidianità con consigli pratici di sopravvivenza, passatempi paradossali, semplici narrazioni, trasformando in modo creativo e stravagante il vissuto tragico di ogni giorno in un gioco, usando il linguaggio dell’ironia, del sarcasmo, della leggerezza contro quello, pesante, della minaccia e della paura prediletto dal regime. Una grande lezione di umiltà e di umanità! Perché non è facile tener fede ai propri ideali, mantenere propositi non violenti in un paesaggio di morte, ma questi giovani scelgono, con consapevolezza, di opporre la bellezza delle parole alla violenza delle bombe, senza arroganza, senza presunzione.

Dice la giornalista in un’intervista: “Non si sono mai arresi. La loro forza erano i loro pensieri. Le loro armi erano le loro idee. I libri erano i loro migliori compagni. Hanno iniziato leggendo libri di teologia, poesia, filosofia, ma anche romanzi come L’alchimista di Paulo Coelho. Erano disconnessi dal resto ma i libri li riportavano più vicini al mondo. In quei libri potevano trovare risposte alle loro disperazioni, idee per vincere la paura, consigli. Hanno anche imparato molto. I libri sono diventati le loro armi di istruzione di massa. Anche militari anti-Assad si unirono alla biblioteca. Uno di loro, Omar, che è stato poi ucciso, era solito dirmi: i libri ci stanno aiutando a rimanere umani. Ci stanno tenendo in vita.”[2]

Questa testimonianza ci insegna che è attraverso la tutela della fragilità (della parola) che si ritrova il contatto con le radici della vita. Consiglierei questo libro allora a quanti non riescono ad accorgersi, nella bulimia di stimoli e distrazioni quotidiane, che la lettura e la scrittura, nella loro immaterialità, sono come angeli che proteggono la nostra vita, forniscono lievito ai nostri pensieri, annunciano lo scandalo di qualcosa che va oltre la realtà e che si coglie solo con la passione per l’esistenza.

[1] A.Nafisi, Leggere Lolita a Teheran, Adelphi, 2004, p.67 e p.57

[2] Il Reportage, n.33, 2018

 

* educatrice e formatrice

5 pensieri su “Come un fragile respiro tra gli interstizi della guerra

  1. Augusta Foni

    Grazie! arriva da questa piccola oasi nel caos della violenza una forza quieta che aiuta a vivere con passione e con cura di sé. degli altri e del mondo. C’è sempre una possibilità in più di quello che si vede.

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  2. Patrizia Taccani

    Cristina Sironi ha voluto con questo articolo (non è solo una recensione) farci arrivare la testimonianza di un coraggio che fatichiamo a immaginare tanto siamo lontani dalla vita di quei ragazzi salvatori di libri. Quindi dobbiamo loro, almeno, il tempo di soffermarci lì, con il pensiero e con le emozioni che vengono subito dopo. Guardare alla loro biblioteca nascosta tra i cumuli di macerie mi ha ricordato che i pensieri, le storie, i versi lasciati andare da chi li ha fatti vivere nella scrittura riescono, in situazioni estreme per la loro follia, a diventare scudi contro quella stessa follia del male. Come è successo nei gulag, nei lager, dove, non a caso, era proibito leggere, ma anche scrivere, pena la morte. (Aldo Carpi, Diario da Gusen). “Gli angeli dei libri di Daraya”: una lettura importante per tutti noi, come scrive Cristina, ma vorrei dire ancora più importante per gli adolescenti, i giovani, che faticano -. oggi ben più di ieri – a convincersi che il tempo dedicato a leggere un libro è un prezioso tempo per sé, uno spazio non vuoto in quanto non “connesso”, ma al contrario, colmo di possibilità. Come per i ragazzi di Daraya.
    Un grazie a quei ragazzi, a Delphine Minoui, a Cristina!

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  3. pierluigi

    Sono giorni che cerco, e finalmente ho trovato!, il tempo e la serenità per leggere questa recensione che a partire dal titolo merita un tempo dedicato.
    Come altri hanno scritto, basterebbe questa “meta recensione” per sentirsi arricchiti, oltre la lettura del libro in questione.
    Le riflessioni di Cristina Sironi sulla capacità resiliente della lettura, mi fanno pensare anche tristemente al fatto che personalmente, dopo anni di lettura e di continuo acquisto di libri, non trovo più la voglia di leggere, non so se sia perchè siamo sempre più abituati alla lettura di piccole frasi e frenetica sul web, superficiale e discontinua, oppure perchè ho esaurito la mia dose di resilienza datami in passato dai libri.
    Per un attimo ho creduto di poter ritrovare la strada perduta, grazie per questa temporanea gioia.

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    1. Sirio

      Gentile Pierluigi sono contenta di aver riattizzato una fiammella di luce, di calma, di ordine quale la lettura rappresenta e spero che questo libro intenso le dia la forza di tenerla a lungo accesa

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