“Vado a scuola”

cover1000In tempi di tagli, di crisi, di leggi ad personam, di Imu e di Iva, di un paese che sembra non riuscire ad uscire dal pantano che si è creato…  fa un certo effetto andare al cinema con i propri figli, magari dopo qualche discussione, o una luna storta dovuta alla domenica piovosa e al tempo passato a fare compiti, e trovarsi davanti alla storia di 4 ragazzini che, a migliaia di chilometri di distanza, sono accumunati dal fatto che vivono in zone isolate del loro paese e lontane dalla loro scuola, ma anche dalla consapevolezza che l’istruzione sia per loro fondamentale.

Vado a scuola“,  di Pascal Plisson, è un film che ho trovato meraviglioso, poetico e commuovente, quasi incredibile nella sua cruda ma serena realtà.
Sono infatti storie vere quelle che ci vengono raccontate, storie di figli che crescono e ai quali i genitori vogliono assicurare una vita migliore di quella che hanno avuto loro.

E così conosciamo il bellissimo Jackson in Kenya che, assieme a sua sorella Salomè, percorre ogni mattina 15 chilometri a piedi attraversando la Savana. Il pericolo maggiore sono gli elefanti, ma Jackson sa che deve salire sulla collina, individuare la posizione degli animali quel giorno e scegliere la strada per evitarli.
E poi ci sono Carlito e sua sorella in Patagonia, che di chilometri ne fanno 18, ma a cavallo, su e giù su sentieri ricoperti di buche e sassi.
Ci sono Zahira e le sue amiche in Marocco, che fanno i loro 22 chilometri solo il lunedì, perché poi si fermano in collegio. E per comprarsi lo spuntino al mercato quando arrivano, si portano dietro una gallina da scambiare.
E infine ci sono i due fratellini indiani che spingono e tirano per 4 chilometri ogni mattina il fratello maggiore Samuel, seduto su una carrozzella malandata.

Sono ragazzi che crescono in fretta, diventando autonomi e responsabili spesso molto prima dei loro coetanei occidentali.

Ma anche noi genitori abbiamo qualcosa da imparare: ci troviamo davanti a delle persone che, come tutti i genitori, sono preoccupati per l’incolumità del figlio, ma non hanno altra scelta che lasciarli andare, lasciarli crescere, dar loro la fiducia di cui hanno bisogno per affrontare da soli e presto le prove della vita.

I padri, le madri, le nonne, non possono accompagnarli nel loro cammino, possono solo essere fieri di loro, e fare loro mille raccomandazioni, dar loro un amuleto porta fortuna, dire loro che questi sacrifici sono la garanzia per il loro futuro.

E come per tutti i bambini, tutti i fratelli, ci sono i capricci per una caviglia che fa male, ci sono le paure, le richieste di poter guidare il cavallo anche se non si potrebbe, le discussioni sulla strada da prendere, le male parole delle persone poco disponibili incontrate sul percorso, ma anche l’aiuto di quelle gentili.
Ma emerge prima di tutto un legame profondo tra questi ragazzi, un senso di protezione dei più grandi verso i più piccoli, un senso di responsabilità dei piccoli verso il fratello disabile.
Non sappiamo altro di questi piccoli eroi, giusto uno sguardo alle loro case, al loro cibo, ai loro genitori. E poi il loro arrivo a scuola, festoso…
Finchè il regista non decide di chiamarli, uno ad uno, perché ci parlino dei loro sogni, dei loro desideri, di quello che sanno riusciranno ad ottenere grazie al loro “andare a scuola”.

Si accendono le luci in sala ed è con gli occhi un po’ lucidi che guardo i miei figli chiedendomi che messaggio hanno ricevuto da questo racconto.

Sono bambini fortunati che vivono in una parte del mondo che gli permetterà di avere tutto quello che vorranno, se però sapranno essere in grado di riconoscere davvero quello che vogliono, di chiederlo e di ottenerlo. E se noi saremo in grado di lasciarli andare.

P.s. Rimanendo in tema, approfitto di questo post per segnalare una bellissima storia raccontata da Massimo Gramellini: “Me amis Rachid