Un porto a San Siro

di Moreno Castelli*

hpim4772Molti sembrano materializzarsi dal nulla, con i colori scuri della loro pelle che si confonde nella sera di Milano. Egitto, Filippine, Senegal, Perù, Cina, Pakistan, Sri Lanka… Arrivano alla spicciolata, per poi entrare in punta di piedi, intirizziti ma sorridenti, nella nostra sede di via Abbiati a Milano, quartiere San Siro, dove questo rituale si ripete ormai da diciannove anni.
Noi siamo lì ad aspettarli, proviamo ad accoglierli, cercando di farli sentire meno a disagio, meno timidi, chissà, magari meno soli.
Sono i nostri ragazzi, le nostre donne, i nostri studenti di Alfabeti.
A pensarci bene, a guardarli chini sui tavoli mentre fanno lezione, cercando di capire qualcosa di una lingua così complicata come l’italiano, viene in mente quello che dev’essere stato il porto di New York negli anni delle grandi ondate migratorie del ‘900, quando dalle navi scendevano a migliaia i cittadini in fuga da un’Europa troppo povera e avara di possibilità, facendo la fila davanti a banchi dove severi ufficiali in divisa facevano domande incomprensibili e raccoglievano le generalità di ognuno.
La loro immagine, l’immagine dei nostri studenti, stride davvero tanto con lo stereotipo dell’immigrato arrogante che accampa solo diritti, credendo di poter ottenere senza fatica ciò che il suo Paese di origine gli ha negato, o magari pensando di poter trasgredire senza conseguenze quelle regole per cui, nel suo Paese, verrebbe punito duramente.
I nostri studenti e le nostre studentesse arrivano alla sera quasi chiedendo il permesso di imparare, come se non fosse un loro diritto, ma uno regalo inatteso; arrivano con la voglia di portare a casa qualcosa che forse permetterà loro di realizzare un sogno, non necessariamente un sogno grande, probabilmente un piccolo sogno: un lavoro, una famiglia, magari una casa, insomma, ciò che vogliamo tutti.
Quello che succede ad Alfabeti, è che dopo un po’ che sei lì e ridi insieme a loro, perché certe pronunce proprio non le impareranno mai, a un certo punto scompare il professore e lo studente, l’italiano e lo straniero, l’immigrato e il cittadino milanese; rimangono solo Abdul e Agostino, Carlos e Laura, Josephine e Alessandro, persone che vogliono stare insieme, che vogliono imparare gli uni dagli altri, che vogliono dare un senso alle proprie vite.
Visto dall’esterno, un quartiere popolare come quello di San Siro, potrebbe sembrare il posto più triste in cui vivere, e può darsi che la stessa impressione susciterebbe da fuori anche una tipica serata di insegnamento ad Alfabeti, con tavoloni di plastica arrangiati a banco collettivo, con i ragazzi e le ragazze che per una sorta di pudore non si tolgono mai le loro giacche, ma se solo l’osservatore casuale e distratto mettesse il naso dentro la grande stanza piena di gente, di quaderni e di libri, si accorgerebbe di come, superando le barriere personali, sia davvero possibile costruire la Milano di domani.

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