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L’assistente sociale taumaturgo

di Maurizio Motta*

Diversi anni or sono, lo storico francese Marc Bloch ha scritto un bel libro (1) sulla diffusa credenza popolare, radicata dal 500 dopo Cristo sino alla fine del 1700, che attribuiva ai re di Francia il potere di eliminare la scrofola (una forma di infezione tubercolare) tramite l’imposizione della mani, il cosiddetto “toccamento del re”.  Nel welfare italiano è certo possibile che alcuni assistenti sociali si occupino tuttora di tubercolosi, ma non risulta (per fortuna) che l’imposizione delle mani sia una pratica professionale in uso.

Dunque perché abbinare la capacità di taumaturgo alla figura dell’assistente sociale? Ecco alcune possibili ragioni per riflettere sul tema, che si potrebbe estendere anche ad altre professioni di aiuto proponendolo in questo modo: esistono rischi (e quali) quando il sistema di welfare tende a confidare troppo sulla capacità del singolo operatore? E, per converso, vi sono “tentazioni di onnipotenza” possibili per gli operatori, e perché potrebbero essere un problema? Continua a leggere

Che SIA possibile innovare?

foto per ghezzidi Giulia Ghezzi*

Il 2 settembre 2016 è stato introdotto su scala nazionale il Sostegno all’Inclusione Attiva (SIA), una misura di contrasto alla povertà che prevede l’erogazione di un beneficio economico ad alcuni tipi di famiglie in condizioni economiche disagiate, a patto che aderiscano ad un progetto personalizzato di attivazione sociale e lavorativa sostenuto da una rete integrata di interventi, individuati dai servizi sociali dei Comuni (coordinati a livello di Ambiti territoriali), in rete con gli altri servizi del territorio (i centri per l’impiego, i servizi sanitari, le scuole) e con i soggetti del terzo settore, le parti sociali e tutta la comunità (vedi www.lavoro.gov.it).

Come assistente sociale comunale mi preme sottolineare il potenziale innovativo del SIA e la necessità che gli operatori si attivino per sfruttarla come volano per ripensare al sistema dei servizi sociali territoriali, non facendosi demotivare dalle inevitabili difficoltà organizzative tipiche di ogni misura neo-nata. Ho infatti la percezione che ci sia una grande enfasi sulle criticità e sulla complessità attuativa – innegabili – ma che se ci si limita a questo si crea un clima che inibisce lo slancio di quanti si sforzano di pensare che un altro welfare è possibile. Continua a leggere

L’assistente sociale: uno, nessuno e centomila

about usdi Davide Pizzi*

Purtroppo, in più di un’occasione, mi è capitato di imbattermi in persone che confondevano la mia professione di assistente sociale con un’altra. Oggi, come allora, quando mi ricapita, provo lo stesso senso di fastidio, proprio non riesco ad abituarmi che qualcuno faccia questa sorta di scambio tra professioni! Per rendere più chiara l’idea, cito alcuni esempi di quante volte il mio lavoro è stato frainteso con un altro:

  • assistente domiciliare per anziani (e aiuto domestico);
  • operatore socio sanitario;
  • operatore generico;
  • altro non precisato.

Ogni volta che ho sentito citare a sproposito il mio mestiere, ho vissuto un senso pirandelliano di incomprensione della mia identità professionale, per l’appunto: uno, nessuno e  centomila. Continua a leggere

L’approccio del servizio sociale al paziente nell’U.O. Neuroriabilitazione

di Marinella Cimarelli*

ospedaleL’Assistente sociale ospedaliero che si occupa del malato ricoverato in Neuroriabilitazione opera in un contesto complesso, ove interagiscono diversi fattori evidenzianti altrettante specifiche criticità.
In primis, il soggetto che ha subito una limitazione delle proprie funzioni motorie sperimenta un disagio connesso alla mancata autonomia e conseguente dipendenza da altri.
Secondariamente, il suo stato psicologico subisce un grave colpo soprattutto nella circostanza in cui egli passa dalla condizione di soggetto attivo e lavoratore  allo stato di inabile-invalido.
La vicinanza dei familiari a tale proposito risulta fondamentale, ma occorre tener conto di alcune situazioni limite nelle quali non tutti possono usufruire di una rete di sostegno adeguata. Continua a leggere

Il senso del tempo e la questione della libertà nella relazione di cura

di Monica Murabito*

Help Sign Shows Lost In Maze Emergency

La domanda intorno alla quale ruotano le mie riflessioni riguarda lo spazio di libertà tollerato dall’assistente sociale all’interno della relazione di aiuto: quali margini di libertà e quali tempi si permettono alla persona nel decidere il proprio percorso di cura?

Chiarisco subito che il mio è uno sguardo sentimentale sulle cose, cioè, etimologicamente, una percezione delle impressioni, un esercizio della sensibilità.
E’ mio interesse analizzare ciò che accade quando l’operatore è immerso nella pratica di cura, fermare l’immagine e approfondire il ruolo dell’assistente sociale nel momento specifico del colloquio, dell’incontro con l’altro, in particolare quando ci si deve confrontare con le “resistenze”. Continua a leggere