Per una definizione professionale della MontagnaTerapia

Questo articolo è frutto del lavoro corale di un gruppo di operatori* che hanno avviato e gestito Progetti di Montagnaterapia provenienti da varie Macrozone. Per informazioni rivolgersi a Paolo Piergentili

 

La rete di Montagnaterapia

In Italia esiste una rete di soggetti istituzionali pubblici, privati e persone appassionate che dà vita a Progetti di Montagnaterapia (PMT). Questa rete si è articolata in 9 Macrozone geografiche, ognuna con un referente, e si riunisce periodicamente sia in un congresso annuale biennale, sia in convegni ed iniziative locali. Nell’ambito di questa rete è nato un gruppo di lavoro, del tutto spontaneo ed indipendente, che si è posto il problema di dare una definizione professionale ai PMT. Questo gruppo ha prodotto un documento che vuole rispondere alle esigenze di definizione professionale e scientifica dei PMT per le motivazioni descrisse appresso.

Le radici

L’idea di usare la natura e l’avventura per trattare persone con disagio mentale è antica ed ha una notevole storia. Già nel 1906 compare un articolo sull’American Journal of Insanity (ora American Journal of Psichiatry) in cui si parla di Tent Therapy sia per pazienti con tubercolosi, che per pazienti psichiatrici, riportando (solo in modo anedottico) risultati eccellenti[1]. Altre esperienze si svilupparono, sempre negli Usa, durante negli anni successivi[2],[3] mirate specialmente all’influsso positivo di esperienze in ambiente naturale sullo sviluppo della personalità e nel recupero di adolescenti problematici.

In Europa il tedesco Kurt Hahn, negli anni 30, elaborò una filosofia educativa innovativa (per quei tempi) che inseriva spedizioni in ambiente naturale per scopi educativi. Non terapia, quindi, né giovani problematici, ma una vera e propria scuola[4] per giovani benestanti.

Per vedere esperienze più strutturate e professionali bisogna attendere gli anni 80. Nel Nord Europa ci sono progetti che utilizzano non la montagna, ma la barca a vela, che poi troverà uno sviluppo molto ampio anche in Italia[5],[6].

In anni più recenti negli USA è possibile reperire una copiosa letteratura in cui in cui la Wilderness Therapy  o l’Outdoor Behavioral  Healthcare via via assurgono a vere e proprie discipline sanitarie o educative per una varietà di popolazioni, come dipendenti da sostanze, persone con disabilità o malattia psichiatrica, e giovani problematici[7].

In Italia si comincia a parlare di MontagnaTerapia (MT) negli anni 90[8]. Le prime esperienze sono in psichiatria, ma nell’arco di un decennio si diffondono anche ad altri settori di patologia: dipendenze, psichiatria, minori problematici, disabili fisici e mentali. Esiste una produzione scientifica ampia e di spessore[9].

Definire la MT

La crescita sorprendente del numero di PMT avviati in tempi relativamente brevi ha certamente una motivazione importante nei legami fra gli operatori che li agiscono e la montagna o l’ambiente naturale. Questo legame forte è un valore, ma anche un rischio. Laddove la passione non venga coniugata con un rigore professionale e metodologico di alto profilo, si può perdere di vista l’esito che dai PMT bisogna attendersi per previlegiare i processi (le attività in montagna), che sono accattivanti e che finiscono per costituire una motivazione sufficiente ai PMT stessi. Non si vuole qui sostenere che questa sia la cifra prevalente dei PMT (si è detto, appunto, rischio). Ma questo rischio va evitato, in difesa dell’idea stessa di MT. Questo è tanto più vero in quanto i PMT, alla vista di non conoscitori, potrebbero apparire come una attività prevalentemente ludica, di svago, di piacere fisico e mentale, e non sociosanitaria ed educativa.

Anche negli USA un approccio così innovativo e poco convenzionale ha incontrato difficoltà e problemi causati da una metodologia non sufficientemente definita e da incursioni di personale poco qualificato. Molta letteratura è dedicata alla definizione dei suoi fondamenti teorici[10] ed alla definizione delle competenze ed esperienze del personale che la propone[11]. Particolarmente rilevante inoltre lo sforzo di elaborare modalità oggettive per valutare gli esiti dei percorsi in ambiente naturale[12]. Questa ricerca ha prodotto risultati notevoli, ed è ora disponibile un vero e proprio percorso di accreditamento con standard di qualità di notevole spessore[13].

In Italia, in un contesto in cui le risorse sono scarse, e sempre più lo saranno, un apparire non professionale dei PMT potrebbe creare difficoltà alla loro nascita e gestione. La dimensione sociosanitaria ed educativa deve quindi essere a tutti ben chiara e precisa. Le risorse, per quanto scarse, che vengono investite nei PMT devono essere da tutti intese come un investimento sociosanitario ed educativo a tutti gli effetti. E’ essenziale quindi definire, attraverso gli strumenti propri di valutazione degli interventi sociosanitari ed educativi, la cornice culturale, scientifica e professionale in cui i PMT possano dispiegare appieno la loro dimensione: un programma di Qualità in Montagnaterapia (QMT).

Il documento

Il primo passo di un QMT è dare una chiara definizione delle attività e delle metodologie di valutazione. Per definizione si intende una serie di requisiti minimi che un PMT debba rispettare per essere definito tale: alcune sue caratteristiche, le professionalità necessarie, i soggetti cui è rivolto, le attività, il sistema informativo, il sistema qualità, etc; se vogliamo, in nuce, un vero e proprio sistema di accreditamento all’eccellenza (per esempio come il set di criteri della Conferenza Stato – Regioni del 2015)[14]. Il documento elaborato dal gruppo di lavoro propone pertanto una serie di criteri qualificanti da un punto di vista sociosanitario ed educativo (cosa), la loro motivazione (come e perché), i risultati che ci si può attendere (azioni e fatti).

Attenzione: l’insieme non costituisce e non vuole costituire una fotografia dell’esistente, ma vuole essere una proposta, se vogliamo una sfida, per far crescere la qualificazione dei PMT, da perseguire nel tempo con una crescita culturale e professionale di chi li gestisce.

Oggetto delle definizioni del documento sono i Programmi o Progetti di MT. Per Programma si intende una attività strutturata che si realizza con continuità e che fa parte delle attività istituzionali dell’organizzazione che lo gestisce; per Progetto si intende una attività che ha un obiettivo definito temporalmente, per esempio un progetto di sei mesi per valutare la fattibilità di tecniche di MT in uno specifico contesto. Qui per brevità verranno ambedue chiamati PMT.

Il documento è articolato in cinque parti: il PMT, il Gruppo Professionale (GP), Le uscite, La documentazione sociosanitaria, educativa e amministrativa, La valutazione.

Questo documento verrà proposto al prossimo Convegno nazionale di MT, in Sardegna a novembre, perché divenga lo standard di QMT.

Scarica qui il documento in pdf

 

Note

*Il gruppo di operatori coinvolti nel progetto

Piemonte, Valle d’Aosta e Liguria

Sebastiano Audisio, ASLCN1, Cuneo; Marco Battain, Commissione Medica CAI LPV, Torino; Mario Piasco, ASL CN1, Cuneo; Ugo Palomba, ASL CN1, Cuneo; M. Ornella Giordana, Lamontagnacheaiuta (CAI Torino), Torino; Disabilità nello zaino –  Gruppo disabilità Montagna del Pinerolese/Chierese, CISS-Pinerolo, CSSAC-Chieri, Unione Montana dei Comuni Valli Chisone e Germanasca e Cooperative collegate.

Lombardia

Antonella Frecchiami, Consultorio famigliare Mani di scorta, Treviolo; Emanuele Frugoni, Coop.  Sociale Fraternità Giovani, Brescia; Lorenzo Grimaldi, Dipartimento Salute Mentale e Dipendenze Ser.t  ASST Monza; Fiorella Lanfranchi, ASST Bergamo Est.

Trentino Alto Adige

Sara Foradori, SAT (una montagna per tutti), Trento.

Veneto e Friuli Venezia Giulia

Angelo Brega, AULSS2 Marca Trevigiana, Oderzo; Monica Chimetto, Comunità Silesia, Vicenza; Massimo Galiazzo, Associazione Equilibero, Padova-Venezia-Treviso; Ada Moznich, Associazione I Ragazzi della Panchina Onlus, Pordenone; Paolo Piergentili, Aulss 3 Serenissima, Dolo; Giulia Rigo, AAS5 Friuli, Pordenone, giulia.rigo@aas5.sanita.fvg.it; Roberta Sabbion, AAS5, Pordenone,  Cristiana Venturi, Comunità Silesia, Vicenza.

Emilia Romagna e Marche

Laura Mircoli, Centro di Salute Mentale ASUR Area Vasta 2, Ancona; Donatella Silvia Rizzi, DP Parma CSM Fidenza, Parma;  Saverio Sabbatini, Centro di Salute Mentale ASUR Area Vasta 2, Ancona.

Toscana

Gianluca Riccardi, ANFASS Onlus, Massa Carrara.

Lazio

Paolo Di Benedetto, ASL Rieti; Nicola De Toma, ASL Roma 1; Sergio Nascimbeni, ASL Roma 1; Giulio Scoppola, Ospedale S. Spirito, Roma

Sardegna

Alessandro Coni, ATS Sardegna, Cagliari; Eleonora Cossu, AOU Cagliari; Ignazio Cossu, ATS Sardegna, San Gavino; Nicola Pitzalis, libero professionista, Cagliari.

 

Bibliografia

[1] Haviland CF, Carlisle CL. “Extention of tent treatment to additional classes of insane”, American J Insanity 63:95-113, 1905-1906, accesso del 23 maggio 2018

[2] Dimock H, Hendric C. Camping and character. A camping experiment in character education. Associated press, New York 1939

[3] Backus R. “Where the new camping task begins”, The nervous child 6:130-4, 1947

[4] Kurt Hahn and the roots of the expeditionary learning, accesso del 28 maggio 2018

[5] Di Loreto C.” La vela come percorso di riabilitazione”, Studi Urbinati, B-Scienze umane e sociali, 141-7, 2013

[6] Mauro Giovanni Carta MG, Maggiani F, Pilutzu L, Moro MF et al. “Sailing can improve quality of life of people with severe mental disorders: results of a cross over randomized controlled trial”, Clinical Practice & Epidemiology in Mental Health, 10:80-6, 2014

[7] Davis-Berman J, Berman DS. Wilderness Therapy: foundations, theory and research, Kendall/Hunt Publishing Co, Dubuque, 1994

[8] Scoppola G. “Introduzione alla MontagnaTerapia” in Seminario di Studio Curare a cielo aperto, CAI Roma 2001.

[9] Galiazzo M. Biblioteca di MontagnaTerapia, accesso del 23 maggio 2018

[10] Smithson S. The theoretical foundation of wilderness therapy. Theses, dissertation and projects, 1147, Smith College, Northampton 2009, accesso del 23 maggio 2018

[11] Davis-Berman J, Berman DS. “Therapeutic wilderness programs: issues of professionalization in an emerging field”, J Contemporary Psichotherapy, 23:127-134, 1993

[12] Russel KC. “Exploring how the wiklderness therapy process relate to outcomes”, J Experiential Education 23:170-6, 2000.

[13] Outdoor Behavioral Healthcare Council Best Practices, accesso del 23 maggio 2018

[14] Conferenza Stato-Regioni del 19.02.2015, Intesa tra il Governo, le Regioni e le Province autonome di Trento e di Bolzano in materia di adempimenti relativi all’accreditamento delle strutture sanitarie, accesso del 10 gennaio 2018.

 

Nota della redazione

Segnaliamo su questo tema gli articoli pubblicati su Prospettive Sociali e Sanitarie:

AA.VV., “Disabilità nello zaino”, Prospettive Sociali e Sanitarien.3.2/2014
AA.VV., “Gruppi montagna a piedi liberi”, Prospettive Sociali e Sanitarie, n.3/2017