L’operatore sociale smarrito, nell’epoca delle grandi “crisi”

Il tempo dell’impegno, il tempo della consapevolezza e quello dell’attesa

di Alessandro Bono*

SCALATAQual è lo stato d’animo attuale di chi da molto tempo, da più di vent’anni, svolge una professione sociosanitaria con grande passione? Cosa pensa tutte le mattine nel tragitto casa – lavoro e tutte le sere rientrando dopo una lunga giornata?

Consapevoli

Il tempo di “crisi” (“di sistema”) che stiamo vivendo non incide solo sul vissuto materiale delle persone (e anche quindi su quello degli operatori), ma agisce anche sull’immaginario, sulle speranze, sui progetti, sugli ideali, sulle proprie convinzioni. L’impatto è maggiore quando l’operatore in questione è “figlio” di una cultura ereditata (anche se non vissuta pienamente per motivi anagrafici) che è quella dell’impegno personale, inserito in una visione “politica” globale, per la realizzazione di servizi pubblici aperti, di comunità, includenti, di base, che tendono a privilegiare la strada alla scrivania, quasi sul modello di certe esperienze centro e sud americane. A questa “razza” di operatori vengono pertanto i brividi a sentire chiamare i servizi sociosanitari pubblici “aziende” (?!), a sentire parlare continuamente e solo di management e budget (!?) e di prestazioni che diventano “a pagamento” o non rientrano più nei livelli essenziali, a vedere che gli ambulatori di Emergency stanno aprendo anche in Italia dove sarebbe, in teoria, costituzionalmente garantita la sanità pubblica e “gratuita” per tutti.

Per gli stessi operatori la difficoltà è anche quella di confrontarsi con colleghi e tirocinanti giovanissimi, che sbarrano gli occhi quando gli si narra di ideali che alimentano il lavoro diretto, colleghi e tirocinanti che non sanno a volte spiegare le motivazioni dello loro scelte formative e professionali, che credono ciecamente al fatto che “non ci sono soldi” senza porsi eventualmente la domanda su come vengono usati i pochi soldi che ci sono…

Il nostro operatore “in via di estinzione” ogni giorno deve confrontarsi con avvenimenti che non avrebbe mai pensato di dover vivere:

  • servizi sociali che tolgono completamente l’assistenza a persone invalide al 100%, prive di sostegni familiari e che posseggono quale unico reddito l’assegno Inps di € 287,00 (“dal prossimo mese non si pagherà più il contributo affitto” … “non ci sono soldi”…). Poi, spulciando i bilanci pubblici degli stessi enti locali, con l’aiuto di qualche consigliere comunale di buona volontà, si vede che in realtà qualche soldo c’è, basterebbe mettere in atto scelte politiche diverse e un mirato storno di bilancio (quanti contributi affitto stanziabili per una serata estiva in meno di fuochi d’artificio?);
  • partiti politici che, a livello locale e nazionale, dovrebbero rappresentare le istanze dei più deboli e disagiati e che si preoccupano invece esclusivamente delle “reazioni dei mercati”, partecipando attivamente alla distruzione quotidiana del welfare pubblico locale e nazionale; gli stessi partiti proclamano a gran voce la necessità della lotta all’evasione fiscale. Per fare cosa con i soldi recuperati? Ospedali e scuole od acquisto degli F35? Sempre questi partiti “nascondono” totalmente agli elettori disinformati quale sia il livello del Welfare nei paesi del nord Europa (è vero che si taglia anche là ma qual è il livello di partenza?).

Il nostro operatore deve prendere atto come dall’ormai “colonizzato” immaginario non solo di molti colleghi, ma di tante persone anche con un ottimo livello culturale, sia scomparsa totalmente l’idea che lo Stato o è Sociale o non è, o garantisce servizi primari e vitali gratuiti ai propri cittadini o non ha alcun senso di esistere… Non può essere solo un “nemico” che preleva denaro dalle tasche dei cittadini per pagare miliardi di interessi sul debito pubblico a speculatori di professione (”non ci sono soldi…”).  Probabilmente il decennale impegno, in particolare con l’uso di alcuni media, per modificare il modo di pensare di ognuno di noi, stravolgere la gerarchia tra cosa è importante ed essenziale e cosa è marginale ha dato i suoi frutti. Come diceva Paulo Freire, i “poveri” hanno completamente introiettato ed interiorizzato il punto di vista del “ricco” fino a farlo diventare proprio, pur se di fatto va contro interessi vitali, in una sorta di perversa “sindrome di Stoccolma”.

Stati d’animo: il tempo dell’attesa

Qual è dunque lo stato d’animo del nostro operatore e quali spazi di riflessione e di azione gli restano?

  • Gli resta la possibilità di confrontarsi con alcuni “vecchi” colleghi (non in senso anagrafico, ma di anzianità lavorativa), che operano in altri servizi o in altri luoghi, ma con i quali è rimasto un legame d’intesa professionale e ideale molto forte, collegato a esperienze dirette vissute assieme. Il mantenimento di uno spazio di confronto, riflessione, elaborazione, sia pur informale e non codificato, casuale e spontaneo, permette di “riconnettersi” con le motivazioni profonde che hanno spinto alla scelta di una professione ed ancora la alimentano.
  • Gli resta l’impegno diretto con le persone, per quanto gli strumenti di aiuto siano continuamente contratti, che permette però ancora di vedere alcune modifiche in positivo nell’esistenza individuale degli utenti; anche se si tratta di un approccio molto “minimalista” e non incide per nulla sulle cause “globali” che produce, il disagio costituisce comunque un elemento motivazionale di grande spessore.
  • Gli resta la consapevolezza: il fatto di conservare una lucidità e una dignità intellettuale, di formarsi ed informarsi, permette all’operatore di restare lucido e di non credere troppo facilmente alle spiegazioni “standard” (tipo la mitica ”non ci sono soldi”) fornite di volta in volta da dirigenti del proprio ente, amministratori locali e regionali, politici nazionali. Inoltre gli consente di non scadere nel processo di “colpevolizzazione” dell’utenza che è un altro cavallo di battaglia (“la povertà colpevole, non meritevole e oziosa”), che permette e ha permesso anche in passato di tagliare consistentemente i fondi per il sociale e per la sanità pubblica e allo stesso tempo di liberare l’operatore “sensibile” dal senso di colpa.
  • Gli resta il vivere il “tempo dell’attesa”. La percezione personale è quella di abitare tempi nei quali non ci siano molti elementi di svolta. Sia a livello di politiche nazionali che locali, ma soprattutto a livello di sensibilità e immaginario collettivo, non sembra più avere spazio un pensiero e una prassi aperti al collettivo, al comunitario, a un’idea di Stato quale tutore ed attuatore dei diritti sociali (e non solo civili, che non costano nulla).

Oltre al tempo dell’impegno e a quello della consapevolezza, bisogna vivere perciò in fondo anche quello dell’attesa: attesa che il micro lavoro di tanti nel sociale alla fine faccia breccia nel pensiero collettivo, aumentandone la consapevolezza, e in quello degli amministratori pubblici e lo modifichi; attesa che emergano alcuni modelli, locali o internazionali, di buona e diffusa gestione del welfare e che si crei un effetto emulazione; attesa che rispuntino intellettuali e teorici che sappiano dare un respiro maggiore alla riflessione generale (e che escano dal recinto “mercati – azienda – management – budget – privatizzazioni).

Nel tragitto casa – lavoro e tutte le sere rientrando dopo una lunga giornata, c’è molto su cui riflettere anche per mantenere aperta la speranza.

* Educatore professionale