L’ennesima tragedia

15553491890_71ed9deb94_kAvevo pensato che non avrei scritto nulla, avevo pensato che era meglio starsene zitti, lasciar correre i pensieri. Poi invece dei pensieri scorrono le immagini, le ultime che ho visto pochi minuti fa, a Piazza Pulita su La7. Noi non possiamo renderci conto esattamente di quello che sta accadendo dall’altra parte del Mediterraneo. Non lo possiamo capire fino in fondo, non lo viviamo sulla nostra pelle. Ma dovrebbe bastarci guardare la pelle di chi arriva: bruciata dal sole e dal sale, ferita, deprivata, ingiallita.

Alcune ipotesi che si presentano nel dibattito: un blocco navale per non far partire le navi quindi chiusura dello spazio marittimo di fronte ai porti. “Proteggere” e “aiutare” le persone sulle coste libiche; costruire campi profughi o centri di accoglienza, che possano consentire di curare le persone ed eventualmente di avviare percorsi umanitari. Costruire un grande accordo europeo per un corridoio umanitario e per distribuire le persone (i profughi) nei paesi europei.

Ciascuna di queste ipotesi ha le sue belle difficoltà, prima fra tutte l’assenza dell’interlocutore, perchè la Libia è con due governi + l’Isis e una guerra civile tremenda. Seconda grossa difficoltà: non c’è una consapevolezza e una sensibilità tale per cui in Italia e in Europa si possa pensare ad un movimento della politica, benché tra i cittadini e gli addetti possiamo trovare esperienze belle e significative per l’accoglienza.

Abbiamo una quantità di persone in fuga che scappano “dalla casa in fiamme” (Erri De Luca a Piazza Pulita) e quindi si buttano nel vuoto senza pensarci. Abbiamo un’altra quantità di persone (in Italia come in Europa) che si sentono travolti dalla crisi e vogliono proteggere il proprio spazio costi quel che costi, in termini di vite umane degli altri.

Le miserie procurano altre miserie, le guerre spingono verso altre guerre, separazioni. Ma non dovrebbe essere così, perchè dovrebbe vincere la politica, la razionalità, l’esperienza, la storia. E invece perdiamo tutti. Loro perdono la vita, senz’altro, in un modo o nell’altro, su una sponda o in mezzo al mare.

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600.000.000 euro in nero: è il giro d’affari dei trafficanti di esseri umani. E’ una cifra spaventosa. Soprattutto perché è direttamente proporzionale al numero di morti che continuano ad essere raccolti in mare.

Carlotta Sami dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite parla per esperienza, sostiene che si può fare, si può evitare che salgano su quelle barche piene di buchi, ma la politica nella realtà pare non conceda spazi d’azione alternativi, pare costringa le persone a salire su quelle barche. Non si concedono corridoi umanitari, si teme che il corridoio possa trasformarsi in un’autostrada e che sia invaso il nostro piccolo e stretto continente.

La parola chiave sembra essere: fare in modo che i richiedenti asilo possano esercitare il loro diritto, in vita.

Chissà, io non so. Sono amareggiata e triste, perchè devo spiegare a mia figlia che cosa c’è in quel sacco nero che viene trascinato sulla barca della Guardia Costiera. E non so trovare le parole e quindi non glielo dico. La lascio giocare con i suoi amichetti, che per lo più sono di seconda generazione, cercando di alimentare il desiderio di accogliere, incontrare, costruire insieme, collaborare.

Non è la prima volta che pubblichiamo qualcosa, non sarà l’ultima, ma vorremmo che lo fosse.

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