L’assistente sociale: uno, nessuno e centomila

about usdi Davide Pizzi*

Purtroppo, in più di un’occasione, mi è capitato di imbattermi in persone che confondevano la mia professione di assistente sociale con un’altra. Oggi, come allora, quando mi ricapita, provo lo stesso senso di fastidio, proprio non riesco ad abituarmi che qualcuno faccia questa sorta di scambio tra professioni! Per rendere più chiara l’idea, cito alcuni esempi di quante volte il mio lavoro è stato frainteso con un altro:

  • assistente domiciliare per anziani (e aiuto domestico);
  • operatore socio sanitario;
  • operatore generico;
  • altro non precisato.

Ogni volta che ho sentito citare a sproposito il mio mestiere, ho vissuto un senso pirandelliano di incomprensione della mia identità professionale, per l’appunto: uno, nessuno e  centomila.

Da Pirandello a Oscar Wilde

Recentemente, alcune professioni “minori” hanno modificato il proprio nome per avere più dignità e rispettabilità. I bidelli non si chiamano più così, ma operatori scolastici, e anche gli spazzini o i netturbini hanno mutato il nome in operatori ecologici. “Che cosa c’è in un nome?” Si chiese William Shakespeare: “Quel che noi chiamiamo col nome di rosa, anche se lo chiamassimo d’un altro nome, serberebbe sempre lo stesso dolce profumo. Dunque, cambia il nome, Romeo, e amiamoci tranquillamente”[1]. L’aspetto psicologico legato all’influenza positiva o negativa, simpatica o antipatica, che può nascondersi dietro un semplice nome, lo aveva già esplorato con maestria lo scrittore Oscar Wilde nell’opera: L’importanza di chiamarsi Ernesto. Il personaggio femminile, Guendalina, nella commedia dichiara che il nome Ernesto le ispira più fiducia e sicurezza di altri, le suscita più simpatia, le “procura delle vibrazioni”, e per questa ragione è sua intenzione sposare il giovane Ernesto. Ovviamente, si tratta di una commedia, ma, come spesse volte è già accaduto, la letteratura ha avuto il merito di anticipare con una scintilla d’intuizione, aspetti e questioni significativi della realtà umana, e la mitologia greca è pregna di spunti che sono stati ripresi dalla psicologia.

Un nome non è soltanto un suono, un fonema, un insieme di vocali e consonanti[2], nasconde ben altro di più complesso che trascende l’intelligibilità, che apre prospettive staglianti o armoniose. Le parole hanno un potere emotivo ed evocativo, come sostenne Thomas Stearns Eliot, tramite il concetto di correlativo oggettivo. Del resto, anche la scelta del nome di una persona non è mai fatta a caso, tranne rare volte, si nasconde sempre una scelta ben precisa, un aneddoto, ecc., e una volta scelto, esso potrebbe essere preferito non in lingua italiana ma straniera perché suona meglio all’orecchio, perché va più di moda ecc.

Claude Lévi-Strauss nella suo capolavoro Tristi tropici, raccontò la potenzialità dell’uomo di inventare sempre nuovi segni per comunicare, e quindi anche alfabeti, perché ogni elemento della realtà esteriore e visibile, e viceversa, può essere pronunciato in infiniti modi, idiomi, linguaggi, ecc., come è infinità l’alterità dello spirito umano. Anche se di fatto l’operatività dell’assistente sociale restasse la stessa, la scelta di un nuovo nome non è un cavilloso puntiglio, una fisima, o un ragionamento capzioso, perché un nome ha sempre grande importanza.

Troppi “assistenti” in giro

Lo scorso anno sono stato invitato dall’Università degli Studi di Bari, per tenere un seminario dal titolo: “Documentare il lavoro sociale, generare riflessività e ricerca”, agli studenti del primo anno del corso di laurea in Scienze del Servizio Sociale, che seguivano le lezioni di Principi, Fondamenti e Metodi del Servizio Sociale, insegnate dal professor Antonio Nappi. Tra i vari punti trattati, mi sono soffermato su quanto sia importante che oggi, a distanza di molti anni dalla nascita della nostra professione, si torni a riflettere e a discutere sull’ipotesi di rinominare la nostra professione. Infatti, considerando il mutamento e la complessità sociale, l’evoluzione della nostra figura professionale, e i progressi nel percorso formativo (l’approdo in ambito accademico), sarebbe forse anacronistico continuare a usare l’appellativo di assistente sociale.

Esistono troppi “assistenti” in giro: assistente alla poltrona dentistica, assistente di volo, assistente domiciliare, assistente sanitario, assistente sessuale, ecc. Il termine “assistente” lascia spazio a varie interpretazioni, per cui potrebbe, per questa ragione, risultare impreciso se inteso non solamente al servizio del cittadino. A tutto tondo, il termine assistente potrebbe essere mal interpretato, connotando uno stato di subalternità, che purtroppo già esiste, soprattutto nei servizi specialistici. Per esempio, l’assistente in ambito universitario è chi coadiuva un docente nella ricerca o nelle lezioni, e questo stato lo pone un gradino al disotto del professore, che resta il suo superiore, mentre egli è soltanto una specie di apprendista o aiutante. Chiamarci diversamente, potrebbe conferire più prestigio alla professione.

Ragioni storiche

Come sempre, esistono delle ragioni storiche che ripercuotono i loro effetti nel presente, con le relative conseguenze. Il servizio sociale nacque nel mondo anglosassone dove grande importanza ebbe la prassi. Mentre la psicologia può vantare l’altisonante nome di Freud come suo fondatore, la sociologia i grandi nomi quali, Comte, Weber, Durkheim, ecc., noi assistenti sociali chi abbiamo? Siamo carenti di un corpus teorico tutto nostro, abbiamo spesso fatto riferimento ad autori di altre discipline, e abbiamo pochi “pensatori” e scienziati del servizio sociale. Ci siamo spesso concentrati più sul momento del fare che su quello del pensare, e per questa ragione abbiamo faticato sempre a conquistarci la nostra collocazione di rilievo tra le altre professioni che lavorano in campo psicosociale. Ancora oggi, l’assistente sociale incontra difficoltà, se non preclusione, al coordinamento dei servizi nelle aziende sanitarie, per esempio, del consultorio familiare, ha contratti di lavoro meno retribuiti rispetto ad altre professioni dell’equipe nei servizi specialistici, ecc.

Agli albori della professione, il solo momento del “fare” poteva andare bene, ma oggi non più: la complessità sociale è aumentata, tant’è che si deve parlare di multicomplessità, la velocità dei mutamenti dei fenomeni sociali, e la crescita di quelli nuovi, è rapidissima, a tal punto che spesso si ha l’impressione di sentirsi in ritardo, ecc. La valorizzazione della prassi non è del tutto sbagliata, anzi, questa componente “genetica” nel DNA della professione, potrebbe essere un valore aggiunto, un trampolino per lo studio e l’approfondimento, se si partisse da una seria e attenta riflessione conseguente all’esperienza professionale, per produrre saperi e conoscenze ben mirate e “nostre”.

È bene ricordare che l’assistente sociale non è l’unica professione ad aver attinto dalle altre discipline. Secondo Comte esiste una piramide della conoscenza, dove a partire dalla base (matematica), ogni altra disciplina si fonda e si forma, fino ad acquisire una sua specificità, a partire dalle conoscenze di quella precedente. La stessa sociologia importò nozioni da altre discipline che l’avevano preceduta, pur tuttavia mantenendo una sua specifica identità. Per crescere come professione e professionisti, abbiamo bisogno perciò, di fare ricerca, soprattutto su campi poco battuti o addirittura inesplorati.

Noi potremmo chiamarci…

Verso la fine della lezione ho coinvolto gli studenti sulla necessità di puntare molto sulla ricerca, sull’approfondimento, a partire già dal periodo in cui si è studenti universitari, perché il senso di vivere l’esperienza universitaria è in parte anche questo. Ho evidenziato la necessità di voltare pagina, di impiantare, sopra quanto già di valido è stato costruito, le future basi epistemologiche professionali, nuove e innovative. Affinché possa avvenire un rinascimento culturale e professionale, sono convinto che si debba iniziare col coniare un nuovo nome. «Pensiamo a come potremmo chiamarci in futuro! – ho detto a loro –  Io vi propongo la mia idea: potremmo chiamarci, socioterapeuti, perché come ogni terapeuta, interveniamo su una parte malsana o mal funzionante della rete, oppure, irrobustiamo quella debole, potenziamo quella già buona, ecc.». La stessa domanda la rivolgo ai colleghi che leggeranno questa mia riflessione: pensiate sia giunto il momento di cambiare il nome alla nostra professione? Come vi piacerebbe ci chiamassimo in futuro?

[1] W. Shakespeare, Romeo e Giulietta, Fabbri Editore, 2003, pag. 109.

[2] S. Vecchio, Semiotica e grammatica in Manzoni, in AAVV, Prospettive di storia della linguistica, Editori Riuniti, Roma, 1988.

*Assistente Sociale Ordine della regione Puglia; https://assistentesocialereporter.wordpress.com/