La prima neve

di Federico Valenzano*

Con una certa regolarità, avendo ancora i genitori residenti vicino a Venezia, torno volentieri “dalle mie parti”.

L’ho fatto pure la scorsa settimana, e quasi per caso, il mattino sono stato con i miei figli a fare un giro per il Ghetto di Venezia mentre il pomeriggio siamo andati al cinema, incuriositi da “La Prima Neve”, di Andrea Segre, che ha partecipato all’ultima Mostra internazionale del Cinema di Venezia.

Un po’ per l’amore per la montagna, e la possibilità di attendere in modo originale la neve di quest’anno, un po’ come gesto di fiducia per un artista, che sia come documentarista che come regista di film di finzione mi ha sempre convinto, abbiamo scelto questa pellicola. E siamo restati inchiodati alla poltrona, quasi ipnotizzati.

Due parole sulla storia

Una valle molto affascinante, quella dei Mocheni, in Trentino, e le sfumature infinite di colori dell’autunno. Gli alberi, protagonisti sovrani della fotografia, quasi usciti da un testo di Rigoni Stern, che sembrano impegnati in una competizione tra loro, a chi cattura più luce, quasi a voler scappare dal bosco. Nella valle, la quotidianità di una piccola comunità, isolata come mille altre valli, con alcuni personaggi che ci fanno entrare nelle routine del contesto.

Michele, 11 anni, e Dani, giovane originario del Togo, ma arrivato in Italia, dopo le primavere nord africane, scappando dalla Libia, con una figlia poco più che neonata con lui. I due, proprio tra i boschi costruiscono un legame intenso, più sulle esperienze condivise e i silenzi che sui dialoghi, attorno al nonno di Michele, “custode” dei saperi e delle tradizioni della valle, in profondo rapporto con la natura, che offre lavoro a Dani come apicoltore e falegname.

Un film dove si sperimenta continuamente il confine labile tra documentario e finzione, dove le storie dei protagonisti  sembrano costituire già l’ingresso nella finzione, e nello stesso modo; mai il regista sceglie di modificare a suo piacimento la storia delle persone, e preferisce piuttosto affidarsi alla forza di quelle storie.

Attorno ad integrazione ed esclusione

Il film ha il pregio di non voler mai assumere, con toni didascalici, la posizione di denunciare la “mancata” integrazione, o proporre una possibile buona pratica. Si limita a raccontare degli incontri, tra minoranze, quella di un migrante dell’africa sub sahariana con un ambiente e un clima a lui tutt’altro che familiari, e una comunità che in alcune sue minoranze riesce ancora a restare in dialogo con l’ambiente che la circonda, ma che molto più spesso è isolata molto più dei migranti dal resto del mondo.

In tanti non detti, ma piuttosto con scelte musicali, o di ambientazione, oppure in qualche battuta degli attori apparentemente non centrali nella vicenda, emerge il quadro di comunità che non sono in grado di capitalizzare il carattere quasi endemico del luogo in cui vivono, ma nemmeno a “connettersi” con i processi globali. Più  la pellicola scorre, e più la sensazione che sale è che il regista restituisca allo spettatore italiano, senza generalizzazioni, un frammento della condizione di molti di noi, seppure quella realtà enfatizzi quasi iperbolicamente questo isolamento e incapacità di adeguarsi ai cambiamenti.

Quasi, insomma, che Dani, nella sua fragilità estrema e sradicato violentemente dal proprio contesto, conservasse la capacità di connettersi, sia con i propri conterranei, con le tecnologie più diverse, ma anche con i cambiamenti culturali, e avesse la capacità di non restare intrappolato in territori dove si rischia di sopravvivere.

Quel che resta del padre

Evocando il titolo di una pubblicazione di Recalcati, il film certamente affronta nuovamente senza alcuna retorica ma anche con molta sensibilità il recupero della paternità sconosciuta, attraverso chi non la può vivere. E’ interessante che in fondo, l’assenza di qualcuno o di una condizione, consenta di apprezzare e valorizzare l’importanza di un “paterno” che molti psicologi e pedagogisti  da anni avvertono come latitante.

Ma in modo ribaltato, rispetto a “Gran Torino“, evocato nel testo di Recalcati, è interessante che da un lato Michele sia in grado al termine del film di restituire a Dani, la sua responsabilità di padre, consentendosi anche di incontrare un uomo “reale” e “fragile” piuttosto che una figura “idealizzata” ma assente, come un moderno Telemaco, capace di riconoscere in quel migrante in fuga, un possibile padre, radicalmente altro, da come lo ha immaginato e gli è stato trasmesso.

Uscendo dalla sala

Al di là di molta emozione, rimasta in circolo per ore, restano domande aperte.

In che modo immaginare dei processi che consentano di avviare nei contesti comunitari  rappresentati nel film un cambiamento che consenta un futuro in quei luoghi e una trasmissione di saperi basata sull’apprendimento dall’esperienza?

Quando abbandoneremo la routine del pensiero, che immagina che nella migliore delle ipotesi dobbiamo occuparci di integrare nelle nostre culture persone come Dani? Non sarebbe più fecondo un posizionamento più umile; come quello del nonno di Michele, capace di stupirsi di come Dani abbia creato un contenitore di legno per il miele, facendo tesoro della lezione “che le cose che hanno odori simili, devono stare vicine”?

*Consulente, formatore in campo educativo e sociale