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Osservare per riorientare le politiche. Primo convegno di welforum.it

di Emanuele Ranci Ortigosa*

Come Osservatorio nazionale sulle politiche sociali la funzione specifica di welforum.it è di informare, monitorare, discutere e approfondire problemi, politiche e interventi sociali per alimentare conoscenze, cultura e competenze in materia. Lo facciamo con continuità con il sito e le newsletter che ne annunciano i nuovi contenuti.

Aggiungiamo ora due ulteriori azioni già preannunciate: la pubblicazione del primo dei dossier di approfondimento, battezzati Il Punto di Welforum, che presenta e discute una proposta di riforma dell’indennità di accompagnamento, e la realizzazione del primo convegno pubblico, Osservare per riorientare le politiche sociali, a Roma il 28 novembre. Tratteremo di riforme da attuare, il REI e altre, e di riforme nuove, ancora da introdurre come appunto quella sull’indennità di accompagnamento, a nostro avviso prioritaria nelle politiche sociali. Ne discuteremo con qualificati interlocutori e con i nostri promotori.

Alcuni dati di riferimento

In vista del convegno riprendo allora il filo di quanto ho esposto nell’editoriale di apertura di welforum.it. Parto da alcuni dati di fatto. In questi anni metà delle famiglie in povertà assoluta, cioè non in grado di condurre una vita umanamente dignitosa, rimangono senza alcun sostegno, mentre un quarto della spesa nazionale per assistenza pubblica va a famiglie benestanti o addirittura ricche. Con il REI la situazione migliorerà, ma non molto dati gli attuali limiti. I non autosufficienti hanno fabbisogni di sostegno molto differenziati e talora molto impegnativi, ma ricevono tutti lo stesso modesto contributo monetario. Fra le famiglie con figli di analoga composizione e condizione economica alcune beneficiano di assegni famigliari e altre no, e quelle che hanno più reddito e pagano l’Irpef beneficiano di detrazioni fiscali di cui quelle povere e incapienti ovviamente non possono avvalersi. Insomma cinquantacinque miliardi di euro tramite decine di detrazioni fiscali e di erogazioni monetarie[note]Assegni familiari, pensioni e assegni sociali, integrazioni al minimo, carta acquisti, indennità di accompagnamento, invalidità civile, per limitarci alle maggiori. Vedi: Ranci Ortigosa E., Mesini D: “Costruiamo il welfare dei diritti”, Prospettive sociali e sanitarie, 2016, n.2[/note] vengono allocati con i più vari criteri di selezione dei beneficiari e di quantificazione delle erogazioni[note]Per fasce di età, tipi di fragilità, pregressi di lavoro o previdenziali, livelli reddituali individuali o coniugali o famigliari, e così via[/note] e, di fatto e di diritto, selezionano beneficiati ed esclusi nel tessuto sociale, prescindendo da valori e criteri di razionalità, equità, efficacia, efficienza.

Le misure assistenziali nazionali, con tutti i limiti evidenziati, garantiscono diritti certi ed esigibili relativamente alle erogazioni monetarie e alle detrazioni fiscali previste e certificate. Non così le misure sociali erogate dai territori che intervengono sui bisogni nei limiti in cui lo consentono le risorse regionali, comunali e dei vari “Fondi nazionali per le politiche sociali” assegnate a bilancio dagli enti citati. Nei confronti di queste misure i potenziali beneficiari godono quindi di aspettative condizionate dalle risorse assegnate. Nel primo caso i bisogni riconosciuti determinano la spesa, nel secondo la spesa prevista delimita i bisogni trattati. Il rapporto fra diritti, interventi e risorse si inverte.

Il sistema assistenziale vigente nel suo insieme presenta insomma accentuata parcellizzazione, disuguaglianza nel trattamento dei bisogni, scarsa appropriatezza ed efficacia degli interventi. E’ luogo comune ormai denunciarne l’inadeguatezza in termini tanto istituzionali e funzionali che di sostegno e promozione sociale. Eppure esso permane, e anzi spesso lo si riproduce a vari livelli con nuovi interventi frammentati e particolari, talora detti sperimentali, il che per lo più significa di breve durata e senza seguito. Questo malgrado i problemi nuovi e complessi che il welfare deve affrontare: dalle nuove povertà largamente legate alla assenza, precarietà o scarsa redditività del lavoro, alla difficile condizione e diffusa disoccupazione dei giovani e alle difficoltà delle giovani famiglie, all’invecchiamento della popolazione e agli oneri crescenti che gravano sulle famiglie per la cura di non autosufficienti, alle crescenti esigenze di autonomia personale e sociale delle persone disabili, alle debolezze dell’accoglienza e dell’integrazione degli immigrati. Per citare solo i temi più evidenti, ripetuti, entrati in agenda, trattati non solo in convegni e pubblicazioni ma talora anche con apposite norme e piani, con enunciati apprezzabili, spesso però poveri di percorsi attuativi e di risorse e strumenti che ne assicurino la effettiva realizzazione.

Riforme da attuare, riforme da introdurre

Per fronteggiare queste sfide complesse occorre una riflessione aperta, che ripensi in primo luogo la serie delle attuali misure assistenziali nazionali. Il compito è sfidante e impegnativo, ma qualche segno interessante appare. Penso al REI e alla legge sul Dopo di noi, misure ancora troppo limitate ma che presentano elementi di innovazione, in particolare nel superare la erogazione solo monetaria per entrare nella prospettiva di un sostegno complessivo, volto ad avviare un processo di crescente autonomizzazione delle persone, assunte come interlocutori attivi. Su queste misure la sfida è sul terreno dell’attuazione e dell’ulteriore sviluppo normativo, finanziario, dei sistemi territoriali di servizi, e a questo cercheremo di dedicare particolare attenzione come Osservatorio.

Ma altre essenziali scelte di riforma ancora non si danno e vanno quindi promosse. Talora già vi sono iniziative in atto interessanti come il pdl (che purtroppo non arriverà all’approvazione in questa legislatura) che riordina e potenzia le misure di sostegno per i figli a carico, sostituendo le attuali misure con un Assegno unico e universale.

Per parte nostra, dopo le analisi e proposte di riforma generale delle politiche sociali avanzate nel 2013 e poi nel 2016 su Prospettive Sociali e Sanitarie e in convegni e seminari, presentiamo ora nel primo Punto di welforum la proposta di riforma dell’indennità di accompagnamento elaborata dal Laboratorio politiche sociali del Politecnico di Milano.

Per imboccare un percorso di innovazione e riforma è importante una scelta di metodo e di percorso, come anche l’esperienza dell’Alleanza contro la povertà testimonia. Partire dall’analisi del problema, per considerare come oggi si propone. Individuare l’insieme delle misure per lo più frammentate attualmente esistenti per verificarne la coerenza, l’adeguatezza e l’appropriatezza in ordine a un trattamento equo ed efficace del problema considerato. In merito ai limiti riscontrati chiedersi se una, o al più alcune delle misure esistenti possono, se riviste, ricomporre e potenziare l’intervento sul bisogno, o se occorre invece promuovere a una misura nuova, come è stato nel caso del REI dove non esisteva una misura generale di contrasto alla povertà.

Anche l’assegno unico e universale di sostegno alle famiglie con figli, prima citato, sarebbe misura nuova che però, diversamente dal REI, assorbirebbe le attuali misure e le ricomporrebbe su criteri di equità e efficacia.  A questi stessi criteri si ispira la proposta di riforma della indennità di accompagnamento che stiamo per presentare che tende a riqualificare una misura esistente, almeno come primo passo. Occorre insomma, area di bisogno per area di bisogno, individuare obiettivi e passi significativi e convenienti, socialmente e politicamente agibili, formulare una proposta chiara e comprensibile, costruire pazientemente su di essa tutte le convergenze possibili, relative anche solo a un solo primo tratto del percorso, per sensibilizzare l’opinione pubblica e premere sulle forze politiche e le istituzioni.

Ad ogni passo è comunque importante non perdere mai di vista che in prospettiva occorre pervenire ad un insieme di misure coerente che minimizzi gli sprechi e le dispersioni e faccia convergere risorse e attività per massimizzare esiti di efficacia sul problema trattato e di equità sociale. In prospettiva quindi le vecchie misure assistenziali andranno necessariamente tutte o quasi riqualificate o assorbite in nuove misure che ricompongano l’offerta nelle diverse aree di bisogno. Nell’area povertà ad esempio il REI affermandosi via via richiederà di rivedere gradualmente assegni sociali e integrazioni al minimo, oltre a misure minori. Analoga revisione andrà effettuata anche fra le diverse aree, per ottenere ad esempio una combinazione ottimale fra il REI e un futuro Assegno unico e universale per le famiglie con figli, arricchendo anche questo con un insieme di servizi per le famiglie.

Arriviamo così al tema servizi, e quindi ai livelli essenziali che devono garantirli ai cittadini. Sui territori bisogni e problemi spesso sono complessi e si intrecciano e i servizi di conseguenza devono flessibilizzarsi e connettersi, grazie ad una ricomposizione fra interventi e anche fra politiche. Stabilire livelli essenziali di servizi, come anche programmi d’intervento, per compartimenti può essere inevitabile in una fase di partenza, che si dovrà però al più presto superare per una trattazione delo sviluppo dei sistemi territoriali e dei loro livelli essenziali nel loro insieme. Impresa necessaria ma non facile se si vogliono rispettare le specificità locali e le competenze regionali.

Le aperture innovative e di ricomposizione di politiche e interventi incontrano spesso resistenze nella società e nelle istituzioni. Costruito su tutele particolari, spesso organizzate e presidiate, l’esistente offre resistenze passive e attive ai tentativi di cambiamento. Per ridurle va in primo luogo data adeguata considerazione a quanti sono in situazioni di reale bisogno e temono di perdere anche quel tanto che ricevono. Occorre insomma introdurre contestualmente alle revisioni risposte nuove, qualificate e garantite, discutere e negoziare i nuovi interventi e rendere evidenti i vantaggi specifici e complessivi in termini di efficacia e equità che comportano, graduare nel tempo e assicurare sostenibilità ad eventuali limitate penalizzazioni.

Innovare è necessario, a livello nazionale ma anche regionale e locale, ma è impegnativo e difficile. Deve essere preparato con iniziative incisive sul piano del pensiero e della cultura diffusa, con un coinvolgimento diffuso, con azioni nel sociale che possano a loro volta sollecitare le pratiche politiche e amministrative. Per questo hanno importanza le iniziative di sensibilizzazione ai problemi e di promozione della partecipazione che nelle situazioni locali vengono realizzate. Come hanno importanza le sperimentazioni di interconnessione comunitaria fra attori istituzionali e sociali, spesso promosse da fondazioni bancarie.

Tutti questi sono impegni urgenti perché la progettazione e i percorsi di inserimento sociale e lavorativo del Rei o del Dopodinoi non possono decollare senza che una prospettiva innovativa attivi energie, generi sviluppo di sistemi territoriali comunitari, stimoli pratiche di collaborazione fra gli attori istituzionali e sociali. Assumendo una prospettiva di innovazione e ricomposizione le politiche e i sistemi di servizi e interventi sociali potranno superare la dispersione che le penalizza ed assumere una loro più forte e specifica identità. Gli stessi attori, politici, sociali e professionali, del sociale operando in questa prospettiva potranno acquisire un riconoscimento e gestire un ruolo ben più significativo dell’attuale. E anche questo concorrerà ad un più efficace sostegno delle persone e delle famiglie in difficoltà, che è la ragione e la misura di queste politiche, di questi servizi, del lavoro delle persone che vi si impegnano.

L’Osservatorio che abbiamo costruito con il sostegno di tante e diverse istituzioni e organizzazioni, che ci hanno dato fiducia, vuole dare una mano a quanti operano con impegno e spirito creativo nel sociale, a tutti i livelli e ruoli. Teniamo a offrire e discutere con loro osservazione e riflessione sui temi concreti, quotidiani, e insieme sulle prospettive, per mettere a fuoco e condividere obiettivi e prospettive. Ascoltandoci e dialogando, sul sito e anche in occasione del prossimo convegno, possiamo fare un buon lavoro!

Istituto per la Ricerca Sociale; Presidente ARS; Direttore di Welforum.it e di Prospettive Sociali e Sanitarie

II Edizione del Premio IRS – CNOAS – PSS. Costruiamo il Welfare dei Diritti sul Territorio. Selezionati i Vincitori!

CWDsulterritorio_stelladi Francesca Susani*

Nel 2011, l’Istituto per la Ricerca Sociale, con la collaborazione di qualificati esperti, ha avviato un percorso di elaborazione e promozione di una riforma dell’attuale sistema di welfare, proseguito negli anni successivi nell’ambito di un progetto della Fondazione Cariplo e con il coinvolgimento e la collaborazione del Capp di Modena.

Nell’aprile del 2016 si è tenuto il terzo appuntamento di presentazione della ricerca con il convegno “Costruiamo il Welfare dei Diritti” e in quell’occasione il Presidente dell’Ordine Nazionale degli Assistenti Sociali, Gianmario Gazzi, ha presentato la seconda edizione del Premio IRS–CNOAS-PSS “Costruiamo il Welfare dei diritti sul Territorio”, invitando a presentare, per Prospettive Sociali e Sanitarie, esperienze innovative nel campo del Welfare, che rispondessero ai criteri elencati nel bando, con l’obiettivo di dare visibilità e valorizzare buone pratiche istituzionali, organizzative, operative, professionali, oggi in atto sui territori. Continua a leggere

Diffondere la conoscenza delle buone pratiche di sostegno alla domiciliarità – Un progetto di ricerca

Volentieri diamo spazio alla promozione di questo progetto proposto dalla Bottega del Possibile di Torre Pellice

bdpdi Daniela Bruno*

Premessa

Giornata di formazione o convegno

Come da programma prende la parola il responsabile di un innovativo progetto avviato in un posto lontano. Il tuo vicino ti fa un cenno, si sporge e ti dice “Ah, quindi c’è qualcuno che fa ancora progetti così interessanti?!”, oppure “Questo progetto esiste da 10 anni e noi non ne avevamo mai sentito parlare!”, o ancora “Che bella idea, chissà come hanno fatto a realizzarla?!”

La mancata conoscenza e diffusione di esperienze e progetti positivi, innovativi, audaci sembra essere un problema comune in molti territori.

La Bottega del Possibile, associazione del torinese nata con l’obiettivo di promuovere il concetto culturale di domiciliarità (http://www.bottegadelpossibile.it/), vuole lavorare in questa direzione! Continua a leggere

Il nuovo SIA. Quali opportunità per i territori?

riso-post-stencil-facebook-post-200x140Organizzato e promosso dall’Istituto per la Ricerca Sociale di Milano nell’ambito del Progetto Welforum, in collaborazione con la Scuola Irs per il Sociale e Prospettive Sociali e Sanitarie, si è tenuto lo scorso venerdì 18 novembre un seminario di studio e riflessione sulle opportunità che offre il nuovo SIA (Sostegno all’Inclusione Attiva).

L’Irs, che da più di vent’anni si occupa di politiche di contrasto alla povertà e di inclusione sociale, e che sta supportando diversi territori nella stesura delle progettazioni a valere sul Bando Non Competitivo, ha voluto contribuire alla riflessione e favorire lo scambio di buone prassi, discutendone con le amministrazioni coinvolte. Continua a leggere

Non pensavo che l’Alzheimer potesse interessare anche a me…

di Augusta Foni*

img_4987Nel settembre scorso sono andata al convegno “La persona con decadimento cognitivo tra scienza, etica e diritti” promosso dal Comune di Milano in collaborazione con l’Osservatorio Alzheimer Milano per la giornata Mondiale Alzheimer. Non ho familiari in questa condizione, non lavoro in questo campo né ho ruoli di esperto o decisore di politiche sociali. Ci sono andata perché in una società in cui si vive molto più a lungo di prima le demenze segnano un’emergenza sociale ed è evidente che i singoli si orientano meglio nella vita quotidiana se trovano la possibilità di scambi più allargati con altri. E poi, concretamente, perché ho superato i 70 anni e sento per i processi di invecchiamento un interesse che prima non avevo. Penso anche al mio futuro e mi chiedo che cosa posso fare per essere informata e capace di esercitare un ruolo attivo, visto che con il passare del tempo ho conquistato la convinzione che ad invecchiare si impara.

Il tutto non è facilissimo. È vero che ora si parla degli anziani in modo ben diverso rispetto al passato, ma quando si è in salute è sempre difficile rapportarsi con l’ipotesi di un peggioramento delle proprie condizioni. É la stessa ombra che ho attraversato nella pratica preventiva degli screening, anche quelli più diffusi e consolidati, che chiedono comunque a ciascuno di rapportarsi con l’ipotesi di un male possibile, o con la scoperta di un male che c’è già ma non si vede, una sorta di evocazione o addirittura un’anticipazione di qualcosa che spaventa.

Ho preso la decisione di andare a sentire per la prima volta negli anni scorsi una conferenza sull’Alzheimer con un po’ di incertezza, ma a settembre ho guardato il dépliant del convegno con un atteggiamento diverso, di interesse partecipe. La cosa mi ha sorpreso e interrogato.

Una scorsa veloce del materiale informativo che ho conservato in questi anni mi ha dato qualche spiegazione. Sono cambiate tante cose. La parola Alzheimer si abbina ancora a “malattia”, “geriatria”, “fragilità”, ma con il passare del tempo è sempre più riferita alle persone concrete e alle loro relazioni familiari e sociali, al prendersi cura, al sostegno al caregiver, alla comunità amica, alla vita quotidiana, all’Alzheimer Cafè, allo sportello, al camminare, allo sport. E contemporaneamente si sviluppano elaborazioni più ampie che riguardano la ricerca scientifica, l’etica e i diritti. E’ una generatività che mette in circolo, supera l’impaccio dell’impegno filantropico e crea una nuova cultura. Tra l’altro, contribuisce ad ampliare in modo significativo l’ambito della medicina che non assegna il primato alla strumentazione tecnologica perché ha la consapevolezza del valore delle risorse umane.

Immagino che quanti sono coinvolti personalmente o professionalmente in questi problemi sentano tutta la pesantezza di conquiste lente e mai definitive. In realtà, da esterna, apprezzo i risultati conseguiti e le prospettive di nuovi sviluppi, sicuramente con molto meno dolore, ma con la convinzione che anche uno sguardo dall’esterno possa essere, a suo modo, un contributo. I momenti di divulgazione e riflessione cui ho partecipato mi hanno aperto delle finestre che altrimenti non avrei. Ma non è solo un nuovo orizzonte culturale. Quando l’Alzheimer entra pesantemente nella vita familiare sembra un vortice buio che inghiotte tutto, ma ci sono nella nostra società tante persone, operatori professionali o no, che sono riuscite a non farsi inghiottire e ad avviare dei percorsi di conoscenza e di intervento. Illuminano paesaggi finora ignoti e creano nuove reti di socialità. Mi danno coraggio perché offrono punti di riferimento in passaggi difficili. Non è poco di questi tempi.

Il convegno di Milano ha dato conferme alle mie aspettative, con una gamma di informazioni e riflessioni che a me, cittadina, anziana, abitante nella Milano di questo momento storico, hanno fornito un quadro complesso di quanto si sta muovendo attorno all’Alzheimer, persone, professionalità, istituzioni. Non ho sicuramente colto tutti i i contenuti del convegno, ma l’alone delle emozioni e dei pensieri è rimasto a lungo. Mi ha colpito particolarmente, tra i tanti, il contributo di Amedeo Santosuosso sui problemi relativi alla volontà del paziente e alla sua proiezione nel tempo. Ho capito alcuni snodi importanti che sono stati messi in evidenza con chiarezza e resi accessibili anche a un non specialista pur essendo molto complessi. Per quanti altri temi c’è bisogno di questa traduzione, di questa capacità di buona divulgazione!? E quante altre persone come me potrebbero essere coinvolte? Sono state molto interessanti le triangolazioni tratteggiate tra le figure professionali che devono orientarsi nell’azione, la normativa esistente, e la giurisprudenza, cioè la memoria di quello che altri operatori sono riusciti a capire e a decidere in situazioni anche drammatiche. Singole persone affrontano grandi problemi in contesti operativi in cui ancora tanto è indefinito e storicamente nuovo, ma c’è anche una comunità professionale che fa da riferimento. Ho incontrato il “professionista riflessivo” che opera all’interno di una società. Mi è piaciuto molto nell’intervento di Santosuosso anche il riconoscimento della soggettività dell’operatore professionale, della sua fatica nell’affrontare questioni tanto nuove e spinose e l’impegno a collaborare con altri in percorsi in evoluzione. E il riuscire a far interagire con tutto questo la propria esperienza di figlio colpito dalla malattia del genitore. Insomma, mi è sembrato un contributo ispirato a un umanesimo di fondo, portato da un esperto che si è presentato con la sua competenza, ma soprattutto come persona senziente e ragionante di fronte a problemi che ci disorientano, una persona intera che affronta dei rischi con un baricentro di responsabilità e serenità.

Sono certa che non è un caso che anch’io, ascoltando, abbia sentito emergere attorno al mio essere una cittadina anziana non specialista la complementarità di altri tratti identitari, come donna che ha avuto esperienze di cura di altri familiari e come. Ora, scrivendo, mi ricordo che sono anche la vicina di casa di una signora anziana che ha problemi di demenza.

*Formatrice, Milano